Sempre più diagnosi di autismo: «L’attenzione è cresciuta, ma serve anche altro»

Nella Giornata mondiale della consapevolezza sullo spettro autistico, i dati dicono che la condizione riguarda 500mila persone in Italia, un bambino ogni 77. «Il sistema sanitario è in tensione, ma la chiave è puntare sulla presa in carico», spiega Molteni
April 2, 2026
Sempre più diagnosi di autismo: «L’attenzione è cresciuta, ma serve  anche altro»
In Italia, un bambino ogni 77 inizia un viaggio con una bussola che punta verso uno scoglio contro il quale tutti i suoi sogni rischiano di infrangersi. Il suo punto di partenza è la diagnosi di autismo, una condizione che nel nostro Paese interessa 500mila persone, secondo i dati più recenti dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss). Lo scoglio, invece, non è la neurodiversità in sé, ma è fatto delle incertezze che derivano da un processo di sviluppo delle sue competenze non lineare, una complessità delle relazioni e la pressione sociale che sottolinea le differenze provando a spingerlo verso una presunta “normalità”. Perché al di là dello sdoganamento degli stereotipi e del rafforzamento dei servizi, «nella nostra società persiste la regola di perseguire in ogni ambito l’eccellenza, il successo, la totale autonomia. Questa regola fa sì che le persone autistiche si scontrino costantemente con una società che dichiara l’inclusione, ma nella realtà rimarca sistematicamente le differenze», puntualizza il dottor Massimo Molteni, componente del Tavolo Autismo presso l’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute Cei e direttore sanitario centrale dell’Associazione la Nostra Famiglia Irccs Eugenio Medea.
In occasione della Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, che si celebra ogni 2 aprile, sono i numeri a ribadire qual è la posta in gioco se non riusciremo a modellare una società davvero inclusiva. I trend raccontano di un rapido aumento delle diagnosi di autismo in diversi Paesi Ocse, con tassi di crescita annuali medi che si aggirano intorno al 6-10%, un incremento di diagnosi da due a quattro volte in 15 anni. «L’aumento dei casi è dovuto soprattutto alla crescita dell’attenzione sul tema, che ha portato a équipe sempre più qualificate, oltre alle modifiche delle modalità diagnostiche», specifica. È dunque sicuramente un dato positivo che sempre più persone autistiche e le loro famiglie vedano riconosciuti disturbi con diversi livelli di complessità: «All’interno di questi numeri in aumento ci sono soprattutto persone autistiche che non presentano disabilità dello sviluppo intellettivo, ossia individui ai quali 20 anni fa non veniva diagnosticato l’autismo». Nonostante persista la mancanza di servizi in alcuni territori e una loro distribuzione sbilanciata a discapito del Sud, oggi siamo in grado di intercettare lo spettro autistico già intorno ai 3 anni, riconoscendo anche sfumature che un tempo sarebbero cadute nel vuoto per trattarle con maggiore tempestività e competenza. Tuttavia, proprio in virtù di questo incremento, «il sistema sanitario è in tensione per provare a dare risposte congrue, una difficoltà che nasce sia dai tempi lunghi necessari alla formazione del personale specializzato sia dalla grande eterogeneità dei bisogni e quindi dei sostegni mirati e complessi che servono», osserva il dottore.
A tal proposito, proprio in questi giorni è stato annunciato un investimento da 10 milioni di euro per rafforzare la rete nazionale dei servizi per l’autismo, potenziare la diagnosi precoce e rendere sempre più strutturato il progetto di vita delle persone autistiche, in coerenza con il decreto legislativo 62/2024: un accordo di collaborazione tra il ministero della Salute e l’Iss. «Spero che sia solo l’inizio, che tutti questi investimenti non si traducano in una serie di passaggi burocratico-formali che come spesso accade finiscono per assorbire le risorse. Spero che si guardi più alla sostanza degli interventi, altrimenti sarebbe un tradimento della fiducia di chi aspetta risposte vere, innanzitutto le famiglie e i bambini, ma anche chi lavora in questo ambito». Per Molteni, la chiave del successo sarà la costruzione di un sistema capace di misurare non più solo il numero delle prestazioni erogate ma il valore della presa in carico, «che comprende anche ascolto, attenzione, accompagnamento alle persone autistiche e i loro genitori, così da non farli sentire più soli». Nel frattempo, un ruolo importante lo gioca la scuola, dove «servono insegnanti formati, gruppi classe e genitori coinvolti e consapevoli di come la presenza di un bambino con neurodiversità influisce sul processo di apprendimento». A scuola come nel mondo del lavoro «per raggiungere una vera inclusione va superato l’attuale standard performativo, altrimenti anche per le aziende pagare una multa sarà sempre più conveniente di assumere una persona autistica».
In tutti gli ambiti toccati, insomma, si dovrebbe partire dal mettere al centro la persona e i suoi bisogni, un po’ come provano a fare le strutture sanitarie del mondo cattolico, conclude il neuropsichiatra: «Queste strutture, oltre alle competenze tecniche, hanno per loro natura la volontà di intercettare il bisogno della persona e di mettersi in una relazione di ascolto». Una virtù di prossimità che forse dovrebbe riscoprire tutto il Servizio Sanitario Nazionale. E non solo.

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