Ritorno a Niscemi, il cantiere a cielo aperto: «Noi non ce ne andiamo»
di Andrea Cassisi, Niscemi (Caltanisetta)
Viaggio nella città devastata dalle frane. Il caso di un pub, inaugurato 2 anni fa e inagibile, già riaperto in un locale vicino. Il pm: lavoriamo sulla mancata sicurezza

Come se volesse chiedere permesso, un timido sole si allunga tra le vie del quadrilatero della zona rossa. Dopo la pioggia a intermittenza, a Niscemi, ora che le transenne sono state spostate, riducendo di fatto il confine dell’area impenetrabile a causa della frana, è iniziato il pellegrinaggio spontaneo verso il segno lasciato dalla terra che è venuta giù. Fin dove è permesso arrivare, naturalmente. Qualcuno lo ha già ribattezzato il “frana-tour” per vedere da vicino ciò che è cambiato e misurare con gli occhi, oltreché col cuore, la distanza tra ciò che era e ciò che è rimasto. Le passeggiate si spingono al confine transennato. Si scrutano le crepe tracciate sulle case dalla forza della natura e si cercano i panorami, ormai impossibili, in direzione di quel Belvedere che non esiste più. C’è chi indica, chi scatta foto, chi cammina lentamente. Come Gabriella Buscemi che a braccetto con Gisella Maugeri, niscemese d’origine, ma residente a Roma e tornata in Sicilia per trascorrere la Pasqua con la madre quasi centenaria, le mostra i luoghi del disastro. «Per 35 giorni – racconta – sono stata ospite di mia cognata, nella vicina Caltagirone. La mia casa si trova a 100 metri dal fronte frana. Quando ci è stato permesso di rientrare, abbiamo atteso che ripristinassero il metano e la corrente elettrica. Ma convivere con la frana è difficile. Non puoi sapere cosa ti aspetta domani, dopodomani, fra mezz’ora, è come stare in uno stato di limbo».
«Anche mia nipote è rientrata – si intromette Gisella – ha una valigia pronta in macchina. Con una figlia di pochi mesi devi essere pronta a lasciare l’abitazione in caso di emergenza». Il confine della zona rossa è stato ristretto. Così in una stessa via capita che al dirimpettaio sia stato impedito di rientrare. «Un quartiere a metà – commenta Giuseppe Galesi –, qui vivevamo come in famiglia. Mi affaccio e di fronte a me solo serrande abbassate e silenzio, con le case di fronte abbandonate e le strade impraticabili». Vale anche per le attività commerciali. Come il “kenzoo”, un pub di via Mazzini, inaugurato a dicembre di due anni fa, che ora ha cambiato casa. Marco Gagliano, 33 anni, proprietario assieme alla sorella, in questi due mesi con l’aiuto dei Vigili del Fuoco, è riuscito a svuotare in sicurezza l’ormai vecchia sede. La notte di Pasqua ha riaperto in via Menzo, una stradina secondaria, dieci metri più avanti dell’ingresso della sacrestia della chiesa madre. «Qui c’era una sala giochi – spiega indaffarato nei preparativi dell’allestimento – ed in poche settimane abbiamo ripavimentato e tinteggiato. Sono arrivati i 20 mila euro di ristori, ma non bastano. Lì avevamo investito almeno 5 volte tanto e dopo due anni dall’inaugurazione avremmo dovuto iniziare a far quadrare i conti. Ma noi non demordiamo, andiamo avanti perché da Niscemi non vogliamo andare via. Siamo una squadra di otto amici che in questa attività ha investito». La notte di Pasqua il pub ha riaperto «senza taglio del nastro ma con una semplice benedizione del parroco», precisa. «Anche se siamo pronti ancora a metà – continua – abbiamo voluto ripartire ugualmente, questa è la nostra Pasqua e pian piano rimetteremo tutto al suo posto». Poi l’appello perché i riflettori su Niscemi non si spengano. «Non sappiamo come gestire le somme che ci sono arrivate – riflette – perché nessuno ci ha spiegato se ci sono delle voci di spesa vincolate, quindi, ad esempio, in che modo dovremo poi rendicontare».

Si tratta di «soldi pubblici a fondo perduto, certo che dovranno essere documentati», ribatte il primo cittadino Massimiliano Conti. Ora che la stampa è andata via e i presidi delle forze dell’ordine sono stati notevolmente ridotti, può concedersi di attraversare piazza Vittorio Emanuele con una passeggiata a singhiozzo, interrotta dal saluto continuo e dalle richieste della sua gente. «Non sia un altro 1997», da più parti. «A distanza di quasi trent’anni da quella frana, in sostanza nulla è stato fatto rispetto a ciò che era stato previsto per mettere in sicurezza il territorio». Così il procuratore capo di Gela, Salvatore Vella, che sta coordinando l’indagine sulla frana: «Qualcosa di ancor più concreto ci sarà nei prossimi mesi – annuncia –. Sono ottimista». Il pool frana, che al momento non riporta nomi, finora ha condotto decine di audizioni sentendo tecnici, funzionari, dirigenti, tutti ascoltati come persone informate sui fatti. «Ci stiamo soffermando – dice – sugli interventi ordinari di messa in sicurezza. La fascia rossa doveva essere una zona nella quale non dovevano più esserci abitazioni, non solo spostando le persone ma eliminando gli immobili. Anche quest’attività non è stata compiuta».
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