Immigrazione. Lampedusa, un registro del Dna per le vittime


Paolo Lambruschi venerdì 26 settembre 2014
Iniziativa del Viminale: i parenti si facciano avanti. Grazie al registro del dna le vittime avranno nome.
Il Papa incontrerà i superstiti del naufragio
Un anno dopo il naufragio di Lampedusa molti morti non hanno ancora un nome e non è stato possibile identificarli con precisione. L’Italia aveva, però, promesso che avrebbe aiutato i parenti nel riconoscimento e nell’eventuale rimpatrio della salma. Il governo italiano ha quindi da poco fatto partire un progetto che potrebbe consentire ai parenti di contribuire all’identificazione dei poveri resti. L’ufficio ritrovamento delle persone scomparse del Viminale ha infatti raccolto in questi 12 mesi il dna di parecchi dei 366 morti affogati la notte del 3 ottobre 2013 al largo dell’isola pelagica. Quindi ha chiesto aiuto alle organizzazioni di appoggio ai migranti più diffuse nel mondo o a quelle dei rifugiati, tutti in contatto sia con gli eritrei in patria che con quelli della diaspora, per rintracciare i parenti dei morti e pubblicizzare loro la possibilità di farsi prelevare anche vicino a casa un campione di dna. In questo modo i tecnici del ministero riescono a incrociare i dati e a verificarne la compatibilità. Il passaggio successivo è procedere all’identificazione dei poveri resti, oggi spesso anonimamente sepolti in diverse località siciliane, e consentire a fratelli e genitori di piangere sulla tomba dei propri cari. Non è necessario che i congiunti vengano in Italia, grazie alla collaborazione di enti quali Migrantes e Croce Rossa, mentre l’Organizzazione internazionale delle migrazioni ha fornito a quest’ultima lo scorso novembre i nomi delle vittime e dei parenti. I medici che lavorano al progetto del Viminale potranno effettuare i prelievi di materiale genetico nelle missioni cattoliche e nelle sedi delle altre realtà in altri Paesi. La gran parte degli scomparsi era infatti diretta in Gran Bretagna, Germania e nei paesi scandinavi e da lì sono finora giunte alle organizzazioni la maggioranza delle telefonate dei parenti che dopo un anno non hanno ancora pace. L’unico ostacolo è la riluttanza a presentarsi di chi vive in Eritrea o di chi, rifugiato e quindi oppositore del regime di Isaias Afewerki, teme che rivelare di avere un parente morto in mare in quella tragedia possa essere usato dagli agenti della dittatura per perseguitare chi è rimasto nel piccolo paese del Corno d’Africa isolato dal resto del globo. La presenza l’anno scorso prima a Lampedusa dopo la tragedia e poi ai funerali di esponenti dell’ambasciata del regime dell’Asmara che volevano identificare morti e superstiti ha minato la fiducia di parecchi rifugiati nei confronti delle istituzioni italiane. Ma questa operazione di pietà può ricevere ulteriore impulso nei prossimi giorni, quando molti congiunti si recheranno a Lampedusa per la commemorazione di quella strage del mare.
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