venerdì 22 settembre 2017
Un dossier dell'associazione ambientalista. È scontro Zaia-governo: abbasseremo da soli i limiti di guardia nell'acqua potabile. Lorenzin: siamo intervenuti a tempo
Una presa d'acquedotto

Una presa d'acquedotto

A passare da novella Ponzio Pilato, Beatrice Lorenzin proprio non ci sta. A poche ore dalle accuse del presidenze Zaia sull’«atteggiamento vergognoso» da parte del ministero della salute che rifiuta di imporre limiti di Pfas nelle acque potabili per tutto il territorio nazionale, la ministra risponde per le rime, senza nascondere sorpresa per la condotta del governatore.

Sul caso che affligge almeno 250 mila veneti che da decenni bevono acqua di falda contaminata da acidi perfluoroalchilici, «siamo intervenuti prima con l’Istituto superiore di Sanità – ricorda Lorenzin – e poi stanziando risorse pari alle spese che aveva sostenuto la regione Veneto».

La decisione di non imporre limiti a livello nazionale è temporanea, ha spiegato invece il direttore genrale del ministero Raniero
Guerra, e si spiega con il fatto che «allo stato si riscontrano solo sporadici ritrovamenti di Pfas dovuti a fenomeni d’inquinamento del territorio italiano puntuali e localizzati, mentre l’inquinamento della falda veneta è un fenomeno diffuso su ampie aree della
Regione».

COSA SONO I PFAS

Chi pagherà per l’inquinamento da Pfas?

La domanda corre sulle labbra di cittadini e amministratori fin dal luglio 2013, quando uno studio del Cnr ha rivelato la disastrosa situazione in cui versa la falda acquifera che abbevera gli abitanti di un’area da 180 metri quadrati compresa tra le province di Vicenza, Padova e Verona.

Ad abbozzare una risposta ci ha provato Greenpeace che oggi a Venezia ha presentato un rapporto redatto dall’istituto di ricerca
indipendente Somo (oalndese) in collaborazione con il tedesco Merian research. E ciò che emerge appare quanto meno preoccupante.

Sotto la lente d’ingrandimento è finita, ancora una volta, l’azienda chimica Miteni di Trissino (Vi) che l’Agenzia per l’ambiente veneto ha indicato quattro anni fa come la principale responsabile della contaminazione. Ebbene, se Miteni venisse condannata in sede giudiziaria a risarcire i danni prodotti dall’inquinamento, non sarebbe in grado di farlo. «Negli ultimi dieci anni Miteni SpA ha sempre chiuso il bilancio in perdita riducendo la forza lavoro del 28 per cento (da 176 a 126 dipendenti) – scrive Greenpeace -. Il Collegio Sindacale, il 13 aprile 2017, nella relazione allegata al bilancio 2016, considera le perdite un rischio per la continuità aziendale».

Secondo il rapporto, Miteni sarebbe in grado di far fronte a risarcimenti per soli 6,5 milioni di euro. Una cifra irrisoria se confrontata ai 200 milioni di cui si parla per gli interventi sulla rete acquedottistica necessari a garantire acqua pulita alla popolazione colpita. Senza contare che lo screening medico in atto su 80 mila cittadini e avrà durata decennale potrebbe raggiungere costi a nove zeri. Al contrario, Icig (International chemical investors group), multinazionale tedesca con base in Lussemburgo avrebbe in cassa (e al sicuro) 238 milioni di euro.

Nel mirino degli ambientalisti ci sono però anche il passaggio di Miteni da Mitsubishi a Icig, nel 2009, per la cifra simbolica di
un euro. E poi la presenza di Brian Antony McGlynn (ora tra i nove manager indagati) nei consigli di amministrazione precedenti e successivi la vendita.

Questo dimostrerebbe che l’attuale proprietà non poteva non sapere che Mitsubishi aveva commissionato nel 1990, 1996, 2004, 2008 e 2009 una serie di indagini per valutare lo stato di inquinamento del sito e trovare soluzioni per il confinare la contaminazione. È la stessa posizione dei carabinieri del Noe che, nell’informativa alla procura di Vicenza datata 8 marzo 2017, aggiungono come «la condotta omissiva» dell’azienda abbia permesso negli anni all’inquinamento di espandersi in falda.

Miteni non ci sta e in una nota ufficiale spiega il passaggio di proprietà alla cifra simbolica di un euro con le perdite per 4,8 milioni che gravavano sul bilancio societario. Icig ha salvato e ristrutturato Miteni, mantenendo i livelli occupazionali che anzi oggi stanno crescendo: 15 nuove assunzioni nel solo anno in corso. Del tutto falsa poi risulta la situazione finanziaria di Icig, dal momento che alla disponibilità di cassa vanno aggiunti 181, 6 milioni di debito finanziario e 64,1 di disavanzo commerciale.

Interpellata da Avvenire, Miteni ricorda che la campagna di scavi in atto in collaborazione con Arpav non ha fatto emergere nessun deposito di rifiuti industriali nel sito aziendale e che le carte di Mitsubishi, contro cui ha avviato un’azione legale, non sono mai state nella disponibilità della proprietà attuale. C’è poi una recente sentenza del Tribunale delle acque pubbliche che indica negli scarichi delle aziende utilizzatrici (e non dell’unico produttore, Miteni appunto) la vera fonte dell’inquinamento. Non rimane che attendere i risultati del censimento degli scarichi che la regione sta conducendo proprio in queste settimane.


>>> CASO PFAS: SVILUPPO E AMBIENTE PULTIO, MISSIONE POSSIBILE di Diego Motta

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