mercoledì 9 settembre 2020
Anche forze dell'ordine e guardie zoofile per allontanare da casa, su ordine del tribunale, una bambina di 7 anni. Mamma e nonno si oppongono inutilmente. Azione contraria ai trattati internazionali
Maxi-blitz di polizia per una bimba contesa
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Trentadue persone all’alba. Carabinieri e polizia locale, assistenti sociali, infermieri e un medico. Visto che il contesto del blitz era quello di una fattoria, c’erano anche alcune guardie zoofile con tanto di patentino. Nel caso che l’asinello o le caprette si fossero opposte al mandato del Tribunale per i minorenni di Ancona. Lo squadrone d’assalto ha preso in consegna Susy, sette anni, portata via così, in lacrime, scalza, con il pigiamino. La mamma e il nonno che hanno tentato di opporsi sono stati respinti senza troppi complimenti e hanno rimediato un po’ di botte. Hanno sporto denuncia per lesioni.

Ma la giustizia ha fatto il suo corso. Questa strana giustizia minorile, implacabile con le persone più fragili, sorda a qualsiasi tentativo di dialogo con le famiglie – tanto la legge non lo prevede – vittime di provvedimenti coatti che spesso, molto spesso, appaiono fuori da qualsiasi logica di cooperazione e di sostegno al nucleo familiare. Come il caso capitato gli ultimi giorni d’agosto in provincia di Macerata. Un allontanamento non solo coatto, come prevede il terribile articolo 403 del co- dice civile – pensato dalla giurisprudenza fascista, anno 1941 – ma anche al di fuori da qualsiasi protocollo d’intervento visto che al primo posto ci dev’essere il 'supremo interesse del minore'. Difficile scorgerlo in questa situazione.

Susy (nome di fantasia) è cresciuta serenamente con la mamma e con i nonni in una fattoria didattica, centinaia di scolaresche che, prima del lockdown, riempivano di sorrisi e di stupore prati e vialetti che circondano i recinti con gli animali. Tanta 'socialità', come si premuravano di accertare i servizi sociali, in un ambiente sano, protettivo. E poi la regolare frequenza a scuola, le cure sanitarie puntuali. E il padre? Mai conosciuto, almeno fino all’età di quattro anni. Subito dopo la nascita si è eclissato e non ha più dato notizie di sé. La madre, dopo un periodo di comprensibile sofferenza, ha fatto tutto da sola, con l’aiuto dei genitori. Fino a che un giorno l’uomo rispunta: «Voglio riconoscere mia figlia. La voglio vedere. Anzi voglio che venga a vivere con me». Cosa avrebbero fatto in una circostanza simile tutte le mamme del mondo abbandonate dal partner dopo essere rimaste incinta e dimenticate per un periodo così lungo? La mamma di Susy ha fatto proprio così. Ha alzato cioè intorno alla figlia una barriera protettiva. Poi ci ha pensato un po’ e – concluse le pratiche per il riconoscimento – ha risposto: «Susy non è un pacco che puoi spostare a piacimento. Devi guadagnarti la sua fiducia, ci vuole tempo».

Invece l’uomo ha preteso di avere tutto e subito. Poi, di fronte all’opposizione dell’ex partner, ha anche alzato le mani. Inevitabile il ricorso al Tribunale per i minorenni, poi le denunce, poi le perizie. La solita estenuante, lunghissima trafila. Arriva la sentenza: affido condiviso con residenza presso la mamma, il padre potrà vedere la figlia secondo un calendario ben definito. Ma la conflittualità aumenta, l’uomo non arretra di un passo, viene informato del rischio di un allontanamento della piccola. Che infatti, qualche giorno fa, scatta in modo inevitabile. Nonostante esistano sentenza della Cassazione (la n. 16593 del 2009) che spiegano come la conflittualità dei genitori non è motivo sufficiente per negare l’affido condiviso, quindi neppure per un allontanamento, che è qualcosa di più invasivo nella vita di un bambino.

«Ora abbiamo impugnato il provvedimento in appello e speriamo in una decisione rapida. La madre non sa neppure dove la piccola sia stata portata e immagina, giustamente, la disperazione di una bambina di sette anni che non aveva mai trascorso neppure una notte lontana da lei. Siamo di fronte a un sistema assurdo e cieco», riferisce l’avvocato Mara Cesarano del Foro di Milano che con il collega Luciano Randazzo di Roma difende la mamma di Susy.

Mentre Laura Volpini, psicologa forense, docente alla Sapienza, che ha eseguito la consulenza di parte sulla donna, fa notare come i criteri evidenziati dal provvedimento del Tribunale dei minori per decidere l’inserimento della bambina in casa famiglia appaiono decisamente deboli. Quindi perché questa decisione traumatica? «Decisamente incomprensibile. Attendiamo di capire ». Nel frattempo cosa penserà Susy? Quale sarà il suo stato d’animo? Non è difficile immaginarlo.

Come nei tanti casi simili di cui si è parlato ieri mattina alla Camera, durante la conferenza convocata dalla segretaria della Commissione infanzia Veronica Giannone (Gruppo misto) per fare il punto sulla situazione degli allontanamenti a partire da un caso simbolo, quello di Laura Massaro, mamma romana che dal 2013 lotta, in un groviglio ormai inestricabile di provvedimenti giudiziari, per evitare che il suo bambino di dieci anni venga allontanato dai giudici. Nonostante due decreti del tribunale, il primo bloccato in appello, il secondo ancora formalmente esecutivo, il peggio non si è verificato. Ma fino a quando? «Abbiamo un sistema che va riformato – osserva Giannone – e ci sono tantissimi aspetti che andrebbero messi all’attenzione delle procure. Troppi magistrati lavorano svolgono attività all’interno di cooperative e di istituti di psicologia. Le nomine spesso puntano su esperti vicini per conoscenza o affinità culturali. Questo non permette valutazioni super partes ».

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