«Perché noi sacerdoti ospitiamo la preghiera islamica: è un gesto che ci ricorda chi siamo»
di Matteo Maraga
Un prete della diocesi di Gorizia spiega perché la concessione di alcuni spazi parrocchiali per ospitare la preghiera islamica nei venerdì di Ramadan a Monfalcone e Staranzano è un segno

Viviamo giorni complessi nella diocesi di Gorizia, in particolare a Monfalcone e Staranzano. La concessione di alcuni spazi parrocchiali per ospitare la preghiera islamica nei venerdì di Ramadan ha generato un dibattito acceso. In questo scontro, consumato soprattutto sui social, si rischia però di ignorare quei fedeli che, davanti a questa scelta, si sentono confusi o spaventati.
Il disagio nell’incontro con una cultura differente è reale: non ci si può limitare a bollare chi prova timore come “intollerante” o “razzista”. Come presbiteri, desideriamo metterci in umile ascolto di queste paure per riscoprire insieme il coraggio dell’ospitalità. Per comprendere il senso profondo di questo gesto di accoglienza occorre uscire dalle solite tifoserie. L’accoglienza non è la mera risoluzione di un problema urbanistico locale, né un implicito cedimento al relativismo. Comporta fatiche, rischi, e non può mai prescindere dal rispetto della legalità. Una delle principali perplessità emerse è l’obiezione della reciprocità: «Perché accoglierli, se nei loro Paesi i cristiani sono perseguitati?». È un dubbio che tocca una ferita aperta. I report internazionali di Open Doors del 2026 delineano un quadro chiarissimo: oggi nel mondo più di 388 milioni di cristiani subiscono alti livelli di persecuzione, e se guardiamo alla lista delle nazioni in cui l’intolleranza è classificata come “estrema”, ai primissimi posti troviamo Paesi a forte matrice islamica. Ma noi cristiani possiamo fermarci alla logica della “reciprocità contrattuale”, lasciando che siano regimi illiberali a dettare la nostra identità e non il Vangelo? Il Signore ci chiede una radicale asimmetria: amare i nemici e pregare per chi ci perseguita.
Ospitare chi si trova nel bisogno di uno spazio per pregare non vuole quindi essere un gesto di ingenuo buonismo o un cedimento al relativismo per cui “una religione vale l’altra”: è un atto pratico per testimoniare nei fatti la carità di Cristo che ci spinge a riconoscere nell’altro un fratello, un essere umano in ricerca di Dio e da Lui amato. Più che una scomoda scoperta dell’Islam, la singolare coincidenza temporale tra il nostro cammino di Quaresima e il loro mese di Ramadan potrebbe essere un’occasione preziosa per riscoprire il Vangelo e per chiederci chi siamo davvero e cosa abbiamo nel cuore.
Il Corano stesso, pur con le sue incolmabili distanze dottrinali, può farci da specchio esigente. Riconosce che i cristiani sono i più vicini nell’affetto ai credenti musulmani perché tra loro ci sono pastori che “non sono superbi” (Sura 5,82), afferma che Dio stesso ha messo nel cuore dei discepoli di Gesù “dolcezza e compassione” (Sura 57,27) e, considerando le diversità che ci contraddistinguono, ci invita a “gareggiare nelle opere buone” (Sura 5,48). Ma se chi bussa alla nostra porta incontra aggressività o rigidità, quale testimonianza stiamo dando come cristiani? Nei 99 bellissimi nomi di Dio dell’Islam sembra mancare proprio quello che Gesù ci ha rivelato con la sua vita, morte e risurrezione: “Abbà”, Padre. Ma come possiamo pretendere di annunciare al mondo la paternità di Dio, se poi non ci comportiamo da fratelli e sorelle con chi ci sta di fronte? La nostra ospitalità non è dunque una rinuncia all’evangelizzazione, ai nostri simboli o alla nostra identità ma ne è il presupposto: è la speranza silenziosa e operosa che quanti ne sono lontani possano un giorno sentirsi attratti dalla Verità del Signore Gesù che ci spinge ad amarli. Senza questo riferimento, la parrocchia diventa una semplice agenzia di servizi.
D’altronde, non è forse vero che nei nostri ambienti parrocchiali accogliamo veramente tutti? Associazioni laiche, atei e agnostici, e persino attività ginniche che non hanno alcun collegamento con la fede. Forse questa pacifica consuetudine non suscita quasi mai scalpore o fastidio perché non ci interpella su come viviamo la nostra fede? Non possiamo mai dimenticare che esiste un unico criterio attraverso il quale il mondo intero potrà sapere chi siamo noi cristiani. È Gesù stesso a consegnarcelo: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).
sacerdote dell’Arcidiocesi
di Gorizia
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