martedì 7 marzo 2017
Gioia Passarelli, una passione sconfinata per i bambini che vivono in carcere con le madri
Gioia Passarelli, l'angelo dei bimbi in cella

Gioia Passarelli, l'angelo dei bimbi in cella

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Abitano le periferie esistenziali della Terra: la quotidianità nelle carceri, il dramma dei migranti, la solitudine delle donne vessate dalla violenza, la desolazione dei luoghi distrutti dalle calamità naturali. E con la loro forza sincera e instancabile di donne, di madri, di sorelle, quelle periferie le cambiano, le rinnovano. C’è un universo femminile che l’8 marzo andrebbe festeggiato per quel che di più fa per il mondo, non per quel che di meno dal mondo riceve. In questo universo la battaglia per farsi sentire è per i diritti degli altri, da difendere a costo della vita, e della vita intera. «La donna è per portare armonia – ha detto papa Francesco qualche settimana fa –. Senza la donna non c’è armonia. Uomo e donna non sono uguali, non sono uno superiore all’altro: no. Soltanto che l’uomo non porta l’armonia: è lei. È lei che porta quella armonia che ci insegna ad accarezzare, ad amare con tenerezza e che fa del mondo una cosa bella». Ecco la storia di Gioia Passarelli, l'angelo dei bimbi in cella.

A ottant’anni, Gioia Passarelli, ci è arrivata «perché mi sono dedicata agli altri sempre». Giorno e notte la parola rimbomba in testa, «gli altri», da quella benedetta estate del 1984 in cui la sua vecchia compagna di liceo, nel frattempo diventata vicedirettrice del carcere di Rebibbia, la chiama e le chiede l’impossibile: «Gioia vieni ad aiutarmi, ho bisogno di un’insegnante di latino per i detenuti». Lei ride, «figurati». Ma alla fine, ai primi di settembre, eccola davanti alle porte del carcere. «È lì che la mia vita è cambiata. A Rebibbia ci sono rimasta 4 anni, alla fine del ciclo (i ragazzi si diplomavano alla scuola magistrale) mi venne anche consegnata una targa: “Detenuta ad honoris causa"». Il titolo vale mille volte la laurea in Legge, che finisce in soffitta.Il passo dalla sezione maschile a quella femminile è breve. E lì, tra le donne detenute di Rebibbia, c’è il grande amore di Gioia, la fatica d’una vita, la passione sconfinata: i loro bambini. Costretti dalla legge a vivere con le mamme, dietro le sbarre, i loro primi mille giorni di vita.

«Tutte le volte che conosco qualcuno cerco di spiegarglielo subito, cosa vuol dire, nascere e trascorrere i primi tre anni di vita in cella». È di questi piccoli che, dagli anni Novanta, si occupa l’associazione "A Roma insieme-Leda Colombini", di cui Gioia è presidente e anima. «La volle Leda, una parlamentare del Pci impegnata strenuamente per i diritti dei carcerati, nel 1991. Già dal 1994 tutte le nostre forze erano concentrate sui bimbi». Nasce così il progetto “Conoscere e giocare per crescere” (vai alla galleria di fotografie realizzata da una delle volontarie): l’idea è quella di seguire quotidianamente le mamme e i piccoli dietro le sbarre con attività di animazione, dai laboratori di pittura ai cicli di lettura. Presto arriva il “sabato in libertà”, con le volontarie (oggi un’ottantina) che portano fuori i piccoli: una gita al parco, un giro al supermercato, una visita al museo. Poi ci si appoggia agli amici, alle famiglie, ai nonni: tutti vogliono aiutare quei bimbi a scoprire la vita, e il sabato si va al mare, in montagna, e alle mamme in cella si chiede se si può tenerli fuori anche la domenica, e il lunedì. «Loro, intanto, hanno il tempo per raccontarsi. Per ricostruirsi. Trovano dignità sapendo che i loro figli sono liberi, e amati. Diventano donne e madri attraverso il bene degli altri, nella fiducia».

Oggi a Rebibbia ci sono 8 bimbi. Per Gioia, che ha dieci nipoti suoi («tutti impegnati nel sociale, come i miei tre figli. L’amore per gli altri era talmente grande da doverlo condividere»), sono una seconda famiglia. La terza è quella dei bimbi che a Rebibbia sono passati, che l’hanno incontrata e che tornano a trovarla, insieme alle volontarie dell’associazione: «L’ultima di Michel, che adesso va alle medie, è che vuol diventare paleontologo». L’emozione sbiadisce: «Il Comune ci aveva dato i fondi per un pulmino. Li portiamo al nido, i nostri bimbi, tutti i giorni. Poi ce li ha tolti. Siamo andati avanti con una donazione della Caritas ma adesso non ci sono più soldi». Rabbia? Macché. «Siamo partiti con una campagna di crowdfunding. Adesso gli altri, forse, faranno la loro parte per Gioia.

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