venerdì 2 novembre 2018
Tra i pescatori e gli abitanti che aiutano i profughi, in silenzio. Sono «i carbonari della solidarietà» che continuano, nonostante tutto, a fare del bene
Le barche dei migranti accatastate a Lampedusa

Le barche dei migranti accatastate a Lampedusa

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Mentre prepara dodici grossi panini al tonno, Mauro si ferma un istante per concedersi alla spavalderia: «Dovrebbero deportarci tutti per favoreggiamento dell’immigrazione illegale». Ma a Lampedusa chiunque indossi una divisa sa di dover chiudere un occhio. Perché di questi tempi perfino portarsi in casa e sfamare un ragazzo che parla arabo è da "carbonari della solidarietà". Figurarsi dodici.

L’isola ribelle ha coniato negli anni un suo codice di sopravvivenza alle lunatiche imposizioni dall’alto. Il bene, qui, è anche questione d’innata astuzia. «Come si dice: non sappia la destra ciò che fa la sinistra», ricomincia Mauro che davanti alla chiesa di San Gerlando incontra come ogni sera i migranti tunisini che, sempre grazie a chi chiude un occhio, da un buco nella recinzione escono dal centro di prima accoglienza in collina per raggiungere l’abitato che affaccia sul porto. Vi rientreranno a tarda sera, dopo quattro chiacchiere con i nuovi amici lampedusani e una sessione di collegamento a internet messo a disposizione dai benefattori del wi-fi libero.

A Lampedusa hanno le ronde, ma non le chiamano così. Anche perché sono ronde solidali, armate di sandwich e motorini. C’è anche una rete informale (e in teoria illegale) per la sussistenza dei migranti che sbarcano. Il reato, nel caso, sarebbe quello di "favoreggiamento". Ma se uno straniero deve far sapere ai suoi che sta bene, a Lampedusa c’è sempre una casa, un telefono, una connessione alla rete da mettere a disposizione dell’ultimo arrivato. «Siamo mamme anche noi, a me "uscirebbero i sensi", diventerei pazza senza notizie di mio figlio», dice Giusi mentre acquista una ricarica al cellulare che senza troppe domande presta ai ragazzini sbarcati: «Salvini? Venisse a controllarmi il telefono».

Festival, manifestazioni, cortei, non sono che la parte visibile di quello che ogni giorno e ogni notte accade senza clamore. «Se porto un migrante a casa per fargli fare una doccia e per dargli da mangiare, non è che lo devo raccontare a tutti – continua Mauro, mentre accende il vecchio scooter sverniciato dalla salsedine –. A me basta sapere che sono stati registrati dalle autorità dopo lo sbarco. E poi cosa facciamo di male?».

Ci sono regole, da queste parti, che restano immutabili. Norme che puoi leggere nelle rughe di Gerlando, il pescatore del porto vecchio, il quale non si rassegna a chi quei comandamenti vorrebbe cancellarli spazzando via una cultura millenaria. «Siamo arrivati al punto – dice – che se li aiuti in mare indicando loro la rotta verso Lampedusa, rischi di finire con le manette». Ma a dodici miglia dall’isola «con quale coraggio gli posso dire di tornarsene indietro e rifarsi duecento chilometri magari con le onde di due metri e il carburante che scarseggia? Forse a Roma c’è qualcuno che dovrebbe capire che noi pescatori siamo. Pescatori, non assassini».

Gerlando è arrabbiato perché tre settimane fa ha visto portare via verso il carcere d’Agrigento sei pescatori tunisini. Sbattuti in galera e poi scarcerati solo per avere trainato un barcone di migranti partito dalla Libia e avvistato a poche miglia dalle acque italiane. S’è scoperto che non solo il peschereccio aveva avvertito le autorità, ma che senza di loro chissà che fine avrebbero fatto i migranti che s’erano persi in mezzo al nulla. E poi, aveva aggiunto il giudice che ha bocciato l’ordine di fermo, «la Libia non è un porto sicuro». Come dire che spingere i disgraziati a ritornare sulle coste tripoline equivale a un crimine contro l’umanità. «E noi, umili e semplici pescatori lampedusani, ci dovremmo sporcare le mani – si lamenta Gerlando – perché quelli di Roma, che di noialtri se ne fregano quando abbiamo bisogno di mettere a posto l’isola, si devono tenere stretti quattro voti».

La catasta di barconi tra il porto e il campo da calcio è l’involontario museo delle traversate. Vecchi pescherecci, modeste lance in vetroresina cotta dal sole, improbabili piroghe a motore. Alcune hanno traghettato vite da una sponda all’altra del Mediterraneo. Altre sono state rinvenute vuote, lasciando per sempre il dubbio sulla sorte dei disgraziati. Appena individuati dai guardacoste, sui vecchi legni vengono riportati con lo spray il giorno del sequestro e la sigla della motovedetta intervenuta. Basta questo per capire che gli sbarchi ci sono ancora. «Ma è meglio che non si sappia», confida il poliziotto che non si capacita di un fatto: «Prima arrivavano e all’indomani leggevamo la notizia sul giornale. Adesso l’ordine è quello di "non creare allarme sociale". Lo chiamano così, ma è solo il modo per nascondere la realtà». Perché se non fosse così, «allora mi devono spiegare – domanda – per quale motivo ci sono più militari a Lampedusa che nel resto d’Italia».

Attraverso le vie del centro e i dammusi dell’entroterra bisogna trascorrere i giorni e le notti camminando tra grossi e inoffensivi cani randagi, e scambiando due chiacchiere con chi fosse di passaggio. Una parola qui, un cenno lì. Per capirsi basta un’occhiata, un’alzata di ciglia, una smorfia. E poi mettere insieme gli episodi, che poi non sono episodi se da anni c’è chi da mangiare ai migranti, chi li ospita in casa per un piatto di pastasciutta, chi li vede approdare sulle spiagge e corre a indicargli la strada, chi gli offre una doccia calda. E vestiti asciutti che profumano di casa.

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