Quelle cure a Monika e Alexander: i bimbi di Chernobyl salvati dalla rete italiana
La tragedia
di 40 anni fa: le storie di piccoli colpiti dagli effetti di Chernobyl sostenuti dai volontari e dalle famiglie della Fondazione Aiutiamoli a Vivere

Alexander è nato senza genitali a causa delle radiazioni dovute al disastro di Chernobyl. L’hanno trovato in un in un orfanotrofio, ignorato e isolato, quando aveva otto anni i volontari della Fondazione Aiutiamoli a Vivere. Con tanta fatica l’hanno portato in Italia per motivi sanitari, dove è stato operato dal professor Mario Lima, chirurgo pediatrico del Sant’Orsola di Bologna. «Un grande professionista e persona eccezionale» spiega Cristina Coli, Referente per Bologna della Fondazione. «Gli ha ricostruito tutti i genitali. Oggi Alexander ha 18 anni: con la guerra non riesce più a venire, ma lo sosteniamo per tutte le spese. È un bel ragazzo grande, sta bene, ha una vita normale e ci sentiamo sempre». Poi c’è Monika, oggi trentenne, nata con una grave forma di SMA e considerata senza possibilità di sopravvivenza. Anche in questo caso, è intervenuta la Fondazione Aiutiamoli a Vivere che è riuscita a portarla in Italia, nonostante le gravi condizioni e, attraverso il dottor Marcello Villanova, a farle fare terapie. Oggi è in carrozzina, invalida, ma vive e la sua forza d’animo è diventata un esempio per tutti. «Una volta, per un regalo, chiese delle scarpe rosse. L’ho portata in una sanitaria, dove le proposero modelli ortopedici. Lei disse: “Ma io sono una bella ragazza, voglio scarpe belle!”. Così l’abbiamo portata in un negozio alla moda per prendere le scarpe col tacco. Ora dipinge, si trucca. È molto forte, un esempio per tutti» racconta ancora Cristina Coli. La sua voce rappresenta un gruppo di famiglie che, all’inizio degli anni Duemila, decise di trasformare il desiderio di accoglienza in un impegno comunitario. «Eravamo il “gruppo famiglie” della parrocchia bolognese Madonna del Lavoro e volevamo fare qualcosa di buono per gli altri», racconta. «Sapevamo che in Bielorussia nascevano tanti bambini con malformazioni gravi. Così ci siamo rivolti alla Fondazione e abbiamo chiesto: come possiamo aiutare?».
La risposta del Presidente e fondatore Fabrizio Pacifici è stata pronta e chiara: prendere l’impegno di accogliere i bambini per almeno tre anni consecutivi, un mese e mezzo ogni estate, garantendo esami clinici, alimentazione sana e soggiorni al mare. «Ci dissero che sarebbero migliorati». Il primo anno erano 22 famiglie, l’anno dopo 43. È stato un movimento spontaneo, contagioso.

Coli ricorda la prima bambina accolta con una commozione che ancora la sorprende: «È stata con noi tre anni. Al Sant’Orsola videro un miglioramento vero: la prova che quell’impegno aveva senso». Poi arrivarono altri bambini: «ogni volta era un distacco difficile, ma sapevamo che il nostro compito era accompagnare, non trattenere». L’impegno di queste famiglie dura ancora oggi, talvolta ad accogliere sono i figli di chi ha iniziato. Quelli arrivati all’inizio del progetto sono ormai adulti, ma sempre seguiti a distanza, sempre in contatto: «uno di loro, Roman, si è sposato e mi ha mandato le foto. Mi ha chiesto un phon come regalo. Sono cose piccole, ma dicono tutto: ci considerano la loro famiglia italiana. Restano legati all’affetto che hanno ricevuto. Molti erano orfani: per loro siamo un punto fermo».
Negli anni, la Fondazione ha sostenuto anche bambini ucraini e progetti nei Paesi d’origine: «Siamo andati noi da loro e abbiamo costruito una scuola-fabbrica, con la Fondazione Aiutiamoli a Vivere nazionale. Purtroppo, c’è molta povertà e nascono ancora bambini con problemi e malformazioni».
Quarant’anni dopo l’esplosione del reattore di Chernobyl, Bologna non ha dimenticato e domani torna a interrogarsi su una delle sue esperienze più profonde e durature di accoglienza terapeutica, con il convegno “Storie di accoglienza e di bambini. 40° anniversario del disastro nucleare alla centrale di Chernobyl”, promosso dalla Regione Emilia Romagna. Si racconterà una storia che non è solo memoria, ma un patrimonio vivo di relazioni, cura e responsabilità condivisa, che ha attraversato generazioni, confini e restituito dignità a migliaia di bambini segnati dalle radiazioni. Co-organizzatore è Luca Rizzo Nervo, delegato alle politiche migratorie e alla cooperazione internazionale del Presidente della Regione Emilia-Romagna: per lui questa esperienza «ha attivato tutte le risorse comunitarie: famiglie, associazioni, medici, volontari. È un modello paradigmatico di accoglienza terapeutica, che abbiamo replicato anche con i bambini del Saharawi, dove la nostra Regione ha missioni umanitarie dagli anni Novanta». Infatti, c’è anche l’impegno nei Paesi d’origine: «Ho verificato dal vivo questi progetti di cooperazione. Dal 2002 li portiamo avanti in Bielorussia e Ucraina, soprattutto in ambito sanitario e oncologico. La guerra non ha interrotto i rapporti. Il bisogno continua e, con esso, anche la nostra responsabilità. Vogliamo raccontare questa ricchezza di relazioni», aggiunge, «perché quella locale è diventata un’esperienza emblematica di accoglienza terapeutica. È un patrimonio che non va disperso».
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