giovedì 29 ottobre 2020
Il Garante: 150 contagi, si torni a riflettere sulla riduzione delle presenze in cella. La ricetta di Luigi Pagano, ex direttore della casa circondariale di San Vittore a Milano
Il carcere di Terni, qui i detenuti positivi sono 55

Il carcere di Terni, qui i detenuti positivi sono 55 - Ansa/Henry

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Rispetto alle 54.815 persone detenute oggi presenti in carcere, il numero di contagiati si aggira attorno alle 150 unità, mentre è più alto (circa 200) il dato riguardante il personale penitenziario. È l’ultima contabilità relativa al carcere, diffusa proprio ieri dal Garante nazionale dei diritti dei detenuti nel suo bollettino. «Il tema torna a essere quello della riduzione del numero di presenze attraverso provvedimenti che, pur tenendo fermo il criterio della complessiva sicurezza, siano in grado di fare emergere la centralità della tutela della salute di ogni persona» ha sottolineato il Garante. Del tema della riforma del sistema penitenziario si è occupato a lungo, nella sua carriera, lo storico direttore di San Vittore a Milano, Luigi Pagano. Sulla sua figura e sulle sue proposte, è stato dato alle stampe un libro.

A San Vittore di direttori ne sono passati tanti, ma se dici 'il direttore' tutti pensano a lui, Luigi Pagano. Per 15 anni, a partire dal 1989, ha diretto il carcere milanese per eccellenza ( San Vitur), lui che 'milanese' lo è divenuto nel tempo, arrivando dalla provincia di Caserta. Prima aveva avuto la responsabilità di altri istituti: Pianosa, diversi in Sardegna, poi Piacenza, Brescia, Taranto.

Infine è stato provveditore lombardo per l’amministrazione penitenziaria e, dal 2012 al 2015, vicecapo del Dap. Questo per dire della sua esperienza e conoscenza diretta di quel mondo dolente e nascosto che sono le prigioni. Un bagaglio che adesso, da pensionato e consulente del Difensore civico della Regione Lombardia, mette a disposizione in un volume da qualche giorno in libreria, intitolato appunto 'Il direttore -Quarant’anni di lavoro in carcere' (Zolfo Editore, pagg.300, 18 euro).

«Non so se Luigi Pagano conoscesse per nome tutti i 1.800 detenuti che c’erano in quel momento a San Vittore, ma certamente conosceva le loro storie, criminali e personali, conosceva le loro emozioni, i loro turbamenti, le loro esigenze» scrive nella prefazione il magistrato antimafia Alfonso Sabella. È questo che colpisce, in effetti, coloro che – come chi scrive – hanno avuto occasione di conoscere Pagano: oltre alla grande preparazione professionale, il tratto umano e un approccio non burocratico all’universo penitenziario.

Un universo che necessita da sempre di una riforma complessiva, che tuttavia non arriva. Si è ancora fermi alle 'domandine' (il diminutivo è già indicativo di una condizione d’inferiorità), che il detenuto deve presentare per avere «una testa d’aglio» o «un mazzettino di prezzemolo » o qualunque altro modesto «extra».

Non a caso il primo capitolo porta il titolo 'La riforma prossima ventura', perché - osserva 'il direttore' – negli anni ci si è ormai abituati, dentro quelle mura spesse, a «realtà create, da uomini, nei secoli scorsi e ancora tollerate da uomini che pur avrebbero il dovere morale e giuridico di intervenire per rimuovere lo scandalo, ma scelgono l’indifferenza ». Realtà «fuorilegge», aggiunge fuori dai denti Pagano, se dobbiamo stare alla Costituzione repubblicana, all’Ordinamento penitenziario e anche al Comitato contro la tortura presso il Consiglio d’Europa. Da tali amare considerazioni prende avvio un vero e proprio viaggio nelle diverse carceri italiane conosciute e dirette da uno che, ci tiene a sottolinearlo, quel lavoro lo ha scelto e non accettato come ripiego.

Un viaggio insaporito da aneddoti gustosi, ricordi drammatici, citazioni non scontate, buone pratiche (ancora poco diffuse) e venature ironiche per l’ottusità dell’onnipresente burocrazia. Quarant’anni di vita e di carriera, insomma, spesi con la convinzione che in carcere sono rinchiuse persone, non numeri. A Pagano, per dire, si deve l’invenzione dell’Icam di Milano, struttura per ospitare le mamme detenute con i propri figli, affinché i bambini non debbano stare in carcere. Ed è anche merito suo se nel 2014 l’Italia, riuscendo a ridurre nel giro di pochi mesi un sovraffollamento carcerario spaventoso, ha scampato la condanna della Corte Europea per i diritti dell’Uomo per 'trattamento inumano e degradante nei confronti dei detenuti'.

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