giovedì 13 agosto 2015
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Una falsa notizia, una bufala, fa scatenare a Lamezia Terme l’intolleranza contro gli immigrati. Assediata per ore la comunità "Luna rossa" che ospita minori non accompagnati in un palazzo confiscato alla ’ndrangheta. Minacciati pesantemente i ragazzi e gli educatori. Una situazione di alta tensione in un mix tra brutta politica e razzismo, con la partecipazione silenziosa del clan mafioso. Le forze dell’ordine sono così obbligate a potenziare la sorveglianza del palazzo che più volte è stato oggetto di attentati, da quando don Giacomo Panizza, il sacerdote bresciano da più di trenta anni in Calabria e fondatore della comunità "Progetto Sud", ha deciso di prendere in gestione il bene strappato al clan Torcasio, che prende da allora il nome "Pensieri e parole" e che ospita anche un gruppo di disabili non autosufficienti. Una decisione non tollerata dagli ’ndraghetisti che lo hanno pubblicamente minacciato. È così venuta la tutela per il sacerdote e dopo gli attentati (non solo al palazzo) anche al resto della comunità. Ma questa volta è diverso. La ’ndrangheta c’è sempre, ma questa volta solo come "osservatore". «Sono preoccupato – commenta don Giacomo – perché è la seconda volta in pochi mesi che se la prendono coi giovani immigrati. Ma questa non è Lamezia che, invece, è sempre stata accogliente ne tollerante». Tutto comincia nel tardo pomeriggio di lunedì quando un ottantenne si presenta alla Polizia denunciando di essere stato aggredito, derubato e addirittura seviziato da tre giovani immigrati nel quartiere di Capizzaglie, area storicamente dominata dai clan e proprio dove si trova il palazzo confiscato. I poliziotti fanno subito accertamenti, interrogano a lungo l’anziano e non trovano riscontri del fatto. Intanto però la notizia gira per la città, rilanciata anche da alcuni consiglieri comunali di maggioranza che fanno riferimento al Movimento territorio e lavoro-Noi con Salvini e al Movimento CasaPound. Tra l’altro il primo gruppo politico ha la sede proprio davanti al palazzo "Pensieri e parole". Ed è lì che cominciano a raccogliersi i manifestanti, seguendo il tam tam della notizia. A placarli non è sufficiente una nota di smentita del commissariato che spiega che da «accertamenti sanitari, l’assenza di segni di violenza sul corpo della presunta vittima, nonché di tracce sui vestiti, porterebbero gli investigatori a non escludere anche l’ipotesi di una simulazione». No, non basta a chi ormai se la vuole prendere coi giovani immigrati di "Luna rossa". Bloccano la strada con le auto, si avvicinano al palazzo. Tra di loro anche due consiglieri comunali, uno dei quali su Facebook non fa tanti giri di parole: «Chi non rispetta la nostra gente deve andare via dalla nostra città». Ma poi i manifestanti se la prendono coi ragazzini e con gli educatori. Proprio mentre stanno rientrando in comunità dopo le tante attività (formazione, sport) svolte per trasformare l’accoglienza in vera integrazione. E volano parole molto forti. «Negro di m...», rivolto a un ragazzo. «Sei una p...», indirizzata a un’educatrice. Qualcuno, con gesto provocatorio, sbuccia una banana, getta a terra la buccia e la calpesta. Fino a minacce pesantissime: «Questa notte ti uccidiamo». Gli organizzatori parlano di «manifestazione pacifica», ma non basta la presenza di carabinieri e poliziotti a placarli e devono essere chiamati rinforzi. Tra la gente in strada, tranquilli ma ben visibili, ci sono anche due esponenti del clan. Osservano e, soprattutto, si fanno vedere, quasi a dire, in perfetto stile mafioso, che loro ci sono, anche su questo tema. Ma a preoccupare è quella che don Panizza chiama «strumentalizzazione, prendendosela con ragazzi che, oltretutto, sono controllatissimi. Siamo davvero al sonno della ragione – si sfoga il sacerdote –, all’oscurantismo, allo squadrisimo. I temi della vita, dei diritti, della legalità sono stati calpestati». Ma come per gli attentati della ’ndrangheta la risposta è positiva. «Anche questa notte terremo le porte e le finestre aperte – annuncia don Giacomo –, non possono condizionare la nostra vita e, soprattutto, quella dei ragazzi che già hanno tanto sofferto». Discretamente, però, le forze dell’ordine hanno rafforzato la tutela. E non è certo un buon segno.
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