sabato 8 giugno 2019
Hanno resistito alle proteste violente sobillate da Casapound, ma devono subire ogni giorno una forte violenza psicologica
La polizia a Casal Bruciato affronta le proteste sobillate da Casapound in cerca di popolarità (foto d'archivio Lapresse)

La polizia a Casal Bruciato affronta le proteste sobillate da Casapound in cerca di popolarità (foto d'archivio Lapresse)

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«Di notte bussano, ma io non apro. Ho paura. Dicono "te ne devi andare. Te lo dico solo una volta"». Così racconta Senada, la mamma della famiglia rom Omerovic. Un mese fa il palazzo di via Sebastiano Satta 20 a Casal Bruciato era assediato. Condomini e cittadini sobillati dai militanti di CasaPound volevano impedire l’accesso alla famiglia, regolare assegnataria di un appartamento del Comune. Ed erano dovuti intervenire i poliziotti in assetto antisommossa per garantire l’accesso. Siamo tornati e il clima sembra cambiato. Ma solo in parte. Picchetti di contestatori non se ne vedono, la Polizia non c’è (almeno quella in divisa). La gente entra ed esce dal palazzo, un gruppetto è seduto davanti a una sala scommesse.

Vita normale. Apparentemente. Dal grande cortile si vedono ancora bandiere tricolori appese alle finestre. Tutte uguali, molto probabilmente "offerte" da CasaPound. "Prima gli italiani". Ma sono molte meno. «Un mese fa erano più di 150, oggi una trentina», ci dice don Benoni Ambarus, direttore della Caritas di Roma che accompagniamo a incontrare la famiglia. Per le scale incrociamo un giovane. Don Ben lo riconosce. È della famiglia che abita di fronte a quella rom. «Come va?». «Bene, tutto tranquillo, nessun problema». Buon segno perché un mese fa aveva espresso con forza la sua preoccupazione.

Ma la famiglia Omerovic, rom bosniaci, dodici figli, vive ancora isolata. «Quando scendo per fare colazione al bar dico "buon giorno". Ma nessuno risponde e girano la testa dall’altra parte – racconta Imer, il papà –. Anzi qualche volte mi rispondono dicendo "perché me lo dici? Non ti conosco"». Una vita col coprifuoco. «Esco solo fino alle 8 di sera. Poi basta. E quando esco mi guardo dietro. Ma posso essere ammazzato per un appartamento? Non è un gioco, è una cosa molto seria».

E Senada racconta un inquietante episodio. «Tre giorni fa una ragazza ci ha inseguiti con una tanica di benzina, gridando "Adesso vi dò fuoco"». Ma neanche in casa sono tranquilli. Oltre alle minacce notturne, qualche giorno fa qualcuno ha messo della colla nella serratura. «L’abbiamo dovuta cambiare – ci fa vedere Imer –. Per questo qualcuno resta sempre a casa. Anche la Polizia dice di non lasciarla mai vuota».

Quasi agli arresti domiciliari, anche i bambini. Oggi, finalmente, è una bella giornata di sole e il grande cortile è pieno di mamme coi figli, ma Senada non scende. «I primi giorni uscivo a far giocare la bambina ma solo dopo aver avvertito la dirigente del commissariato che ci accompagnava». Ma ora la Polizia non c’è più e i bambini restano chiusi in casa. «In un mese sono uscita solo due volte», racconta ancora la mamma. Di più esce il marito, che ogni giorno fa decine di chilometri. Perché la famiglia non è tutta qui.

A Casal Bruciato vive solo Senada con due figli piccoli e due grandi. Imer invece sta al campo della Barbuta, ospite di parenti, con l’altra metà. Ogni giorno li porta a scuola a Tor de’ Cenci, dove prima vivevano in un campo e poi li riaccompagna. Perché ci tengono che non interrompano gli studi. «Lì stanno bene, è tutto tranquillo». Poi viene qui dalla moglie e dagli altri figli che, invece, stanno chiusi in casa. Ed è molto duro per chi ha 4 e 6 anni. Come in gabbia. «Meno male che non li ho portati tutti qui. Hanno paura. Il medico ha prescritto a tutti i tranquillanti. Anche ai bambini», e ci fa vedere ricette e medicinali. Poi ricorda. «I primi cinque giorni siamo stati senza luce. La bambina aveva la febbre ma non potevo uscire per comprare medicine».

Dal primo giorno accanto a loro c’è la Caritas. Con fatti concreti, come i mobili, la cucina, il frigo e la caldaia. Già perché quando la famiglia è entrata non c’era neanche l’acqua calda, oltre alla luce. Ma soprattutto c’è l’accompagnamento graduale che fa una mediatrice che li segue. Lo stesso don Ben viene spesso, anche solo per parlare, come questa volta. Con ottimismo. «Allora vedo che va meglio. Non c’è più la gente per strada...».

«Va meglio solo perché non c’è più CasaPound. I poliziotti mi dicono "bravo, hai resistito". Speriamo in buone cose. Ma per ora non ne vedo. Io vado avanti finché posso resistere. Quando non ce la faccio ti telefono.», risponde Imer. «Almeno la domenica portali tutti qui a pranzo. Fagli vedere che ora è più tranquillo». «Ci provo». Interviene la moglie. «Io voglio una casa dove stare tranquilla con tutti i figli. Senza paura, senza panico. Il più piccolo di 3 anni mi ha visto solo una volta in un mese».

E allora don Ben fa una proposta operativa. «Ora che finisce la scuola fateli venire tutti. Li faremo partecipare al centro estivo della Caritas qui vicino». Poi un’altra promessa. «La prossima volta usciamo insieme a fare una passeggiata, a prendere un caffè. Va bene?». «Va bene».

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