venerdì 30 ottobre 2015
«La vicenda di Francesca ci fa tornare indietro di almeno vent’anni. È un’immersione nel passato, ai primi anni ’90, quando l’Aids pediatrico faceva ancora paura. Speravo che quei tempi fossero definitivamente superati e, invece, purtroppo non è così». Nel 1991 padre Giuseppe Bettoni ha fondato, a Milano, Arché Onlus proprio «per rispondere all’emergenza dell’Hiv pediatrico », attraverso l’accoglienza di mamme e bambini malati. Due decenni abbondanti dopo, a quanto pare l’emergenza è rimasta tale. Che cosa insegna questa storia? Che la cultura dello stigma è ancora molto forte e che la scuola ha fatto un clamoroso passo indietro. A riguardo ci sono normative precise che davvero non capisco come possano essere state ignorate. A che cosa si riferisce? Al fatto che, oggi, sappiamo benissimo che a rischio è Francesca e non i suoi compagni di classe. Con difese immunitarie indebolite, è il bambino con Hiv ad essere soggetto, più degli altri, a malattie. Anzi, frequentare la classe ha un effetto positivo perché, tra gli altri benefici, aiuta proprio a rafforzare le difese immunitarie. Nella vostra esperienza, come avete favorito l’integrazione dei bambini con Hiv nella scuola? All’inizio, vent’anni fa, li inserivamo in scuole di quartieri diversi da quello di residenza della famiglia, proprio per evitare che venissero marchiati ed emarginati. Nel corso degli anni abbiamo quindi promosso corsi di formazione, in tutta Italia, per insegnanti e genitori, sostenendo anche iniziative normative che tutelassero il diritto alla salute del bambino e il rispetto della sua privacy. Con quali risultati? Stiamo cercando di fare passare un’attenzione diversa verso queste persone. Lei sa quanti bambini malati di Aids ci sono, oggi, nelle scuole italiane? No, perché nessuno è obbligato a dichiararlo. Eppure ci sono e frequentano senza problemi. Questo ha favorito l’integrazione? L’inserimento è un processo lento che presuppone la necessità di “ascoltare” le paure di genitori e insegnanti. Il vero problema è che su questo tema si è abbassata la guardia. In che senso e da parte di chi? Per accorgersene basta osservare i comportamenti sessuali dei nostri ragazzi. Si pensa, per esempio, che l’Aids tocchi ancora soltanto certe categorie a rischio, soprattutto tossicodipendenti e omosessuali, e non riguardi invece comportamenti promiscui. Non è così. Nonostante tutte le parole spese in questi anni, la conoscenza del fenomeno è ancora superficiale. A un incontro, una mamma, di professione pediatra, era terrorizzata dall’idea che, nella classe della propria figlia, ci potesse essere un alunno malato di Aids. Credeva che la piccola potesse infettarsi anche solo toccando la maniglia della porta in precedenza sfiorata dal compagno malato. Ed era un medico. Figuriamoci che paure potessero avere genitori meno istruiti. Vicende come quella di Francesca sono quindi destinate a ripetersi? Voglio pensare che sia una questione isolata e che la sensibilità delle scuole sia cresciuta. Dobbiamo vincere la paura costruendo una cultura diversa, inclusiva. Cacciare la ragazzina dalla scuola non serve a nessuno e fa perdere tutti. Che cosa imparano gli altri studenti di fronte a un comportamento del genere? Credo nulla di positivo.
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