mercoledì 26 settembre 2018
Bugie e numeri al Lotto: si dovrebbe intitolare così un articolo apparso su Libero, in cui si forniscono cifre false per accreditare l’idea, altrettanto falsa, di un cosiddetto business sui profughi
Il direttore della Caritas diocesana di Siracusa in un momento della distribuzione dei pacchi viveri alle famiglie in difficoltà

Il direttore della Caritas diocesana di Siracusa in un momento della distribuzione dei pacchi viveri alle famiglie in difficoltà

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Bugie e numeri al Lotto. Si dovrebbe intitolare così un articolo apparso su Libero, in cui per l’ennesima volta si forniscono cifre false per accreditare l’idea, altrettanto falsa, di un cosiddetto business della Chiesa che lucrerebbe sull'accoglienza dei profughi.

In realtà si tratta di un incredibile concentrato di errori, confusioni, dati gonfiati o inesistenti. A cominciare proprio dal titolo: “Con l’assistenza ai profughi la Cei incassa 1,8 miliardi”. Niente di più errato.

A leggere l’articolo infatti si capisce che 1,8 miliardi sarebbe la cifra “erogata dallo Stato alle confessioni religiose”. Dunque? Si tratta della cifra complessiva dell’8xmille? Vengono ricomprese anche gli altri “concorrenti” all’8xmille? E perché allora riferire tutto e solo alla Cei? Non si capisce. Il risultato è un guazzabuglio, una continua confusione di piani (tra la Cei, la Caritas e il Vaticano, che sono realtà distinte sotto il profilo economico ed amministrativo), nel quale conviene mettere ordine con cifre certificate e distinzioni di piani. Ricordando innanzitutto che l’8xmille è stato istituito con la legge 222 del 1985 e va alla Chiesa in Italia, non al Vaticano, che oltre tutto è uno Stato estero.

Partiamo proprio dall’8xmille. I dati ufficiali di maggio 2018 dicono la Chiesa cattolica ha ricevuto quest’anno poco meno di un miliardo. Ma questa cifra ha – secondo la legge – diverse destinazioni. Solo una minima parte è riferibile all'accoglienza dei profughi. Per la precisione l’8xmille viene impiegato per il sostentamento del clero (367 milioni di euro), per la carità in Italia e all’estero (e gli aiuti comprendono tutte le categorie di poveri, dai minori agli anziani, dai tossicodipendenti alle famiglie in difficoltà economiche, in grandissima parte italiane, per i progetti di carattere nazionale, per lo sviluppo del lavoro al Sud, per gli ammalati e per tante altre necessità) (275 milioni complessivamente). Terza destinazione, le esigenze di culto della popolazione (costruzione di nuove chiese, restauri, catechesi e altro) (355 milioni di euro). Come si vede, dunque, cifre completamente diverse da quelle fornite da Libero. Cifre impiegate, e bene, a favore di tutta la popolazione italiana, come è confermato dal costante plebiscito delle scelte in favore della Chiesa Cattolica al momento della dichiarazione dei redditi.

Veniamo ora al capitolo dell’assistenza ai profughi.

La Caritas italiana fa il punto della situazione. Attualmente i profughi ospitati in strutture riferibili alle diocesi e alle Caritas diocesane sono 23mila. Di questi, 20mila sono in regime di convenzione con il Ministero dell’Interno, secondo le normative vigenti. Di questi 20mila, 5mila sono negli Sprar, 15mila nei Cas. “Concretamente – sottolinea Oliviero Forti, responsabile del settore politiche migratorie e protezione internazionale di Caritas italiana ¬– ciò significa che per ogni rifugiato accolto viene corrisposta una diaria, i famosi 35 euro di cui tanto si parla, ma anche su questo occorre fare chiarezza”. In realtà, infatti, non sempre si tratta di 35 euro, ma poiché le convenzioni avvengono sulla base di bandi, a volte la cifra è inferiore, 27, 28 o 30 euro. “I 35 euro sono la misura massima”, precisa Forti.

Il direttore della Caritas diocesana di Siracusa in un momento della distribuzione dei pacchi viveri alle famiglie in difficoltà

Il direttore della Caritas diocesana di Siracusa in un momento della distribuzione dei pacchi viveri alle famiglie in difficoltà

A che cosa serve questa cifra? “Serve a coprire le spese di vitto, di alloggio e di tutte le altre necessità delle persone – risponde l’esponente di Caritas italiana -. Serve a pagare il personale che opera in queste strutture e a garantirne la manutenzione, poiché non chiunque può accedere alle convenzioni. Lo Stato stabilisce determinati standard qualitativi, che non possono essere raggiunti con il solo volontariato. Occorrono figure professionali ben determinate e strutture attrezzate in una certa maniera”.

Quindi nessun business. I soldi non finiscono in tasca alla Chiesa italiana o alla Caritas, né tanto meno al Vaticano, come si sostiene nell'articolo, ma finanziano l’attività di accoglienza portata avanti da singole cooperative o associazioni o altri soggetti ammessi alle convenzioni. Lo Stato non può gestirla direttamente e, se anche lo facesse, dovrebbe sostenere costi infinitamente superiori. Perciò si fa aiutare con questo sistema.
Oliviero Forti fa inoltre notare che il sistema non vale solo per la Chiesa cattolica, ma anche per soggetti laici che partecipano ai bandi in convenzione (l’Arci ad esempio). E che grazie al sistema stesso si sono creati migliaia di posti di lavoro soprattutto al Sud. Dunque non solo non c’è nessun business, ma c’è anche un aiuto alla produttività e al Pil del Paese.

Gravi imprecisioni, infine, anche in merito alla questione dei 100 profughi sbarcati dalla Nave Diciotti. “È assolutamente falso che i costi ricadano sulla collettività, come è scritto nell'articolo – afferma Forti -. La Caritas italiana si è sobbarcata per intero l’onere dei trasferimenti e dell’accoglienza, senza chiedere (né ricevere) un centesimo di soldi pubblici. Attualmente in carico ad alcune Caritas diocesane sono rimasti venti profughi. Il che significa che alla fine dell’anno di accoglienza avremo sostenuto costi per 255mila euro”.

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