mercoledì 6 giugno 2018
Di lui si sapeva poco, e nessuno immaginava che stesse iniziando un nuovo corso. Poi lo storico disgelo con gli Stati Uniti di Ronald Reagan.
Il leader russo Gorbaciov e il presidente Usa Reagan a Ginevra, il 21 novembre 1985 (Ansa)

Il leader russo Gorbaciov e il presidente Usa Reagan a Ginevra, il 21 novembre 1985 (Ansa)

Il 1985 è l’anno dell’avvento di Mikhail Gorbaciov. È anche l’anno in cui, in silenzio, comincia a sgretolarsi l’Urss e con essa il Muro, e la guerra fredda si scongela... Ma tutto questo nessuno lo poteva prevedere già nel 1985; e se lo sperava, lo diceva sottovoce per non farsi dare dell’ingenuo. L’inizio? Il 12 marzo Avvenire dà l’annuncio in prima pagina con toni formali: «Cernenko è morto: gli succede Gorbaciov». Una scelta velocissima, appena 17 ore. Anche la fotografia è formale. E il primo commento di Avvenire?

Tocca a Elio Maraone esporsi. Facile per noi, 33 anni dopo, giudicare: qui ci ha azzeccato, qui meno. In linea di massima, il nostro Maraone dimostra ancora una volta di avere l’occhio prudente ma lungo. Sono passate poche ore dalla morte del burosauro Cernenko, di Gorbaciov si sa pochissimo ma Maraone nel fondo di prima pagina avverte: «L’Unione Sovietica è pronta a voltare pagina», e qui ci azzecca. Subito dopo frena, come peraltro fanno, quella mattina, anche i più ottimisti: «Su questo punto, però, è bene intendersi: il potere, in Urss, si lascia ancora soltanto morendo o in seguito a una qualche notte di lunghi coltelli. Un’autentica svolta politico-istituzionale, che avrebbe conseguenze esplosive in un sistema pietrificato da decenni, appare impensabile. Né ci sembra ipotizzabile l’avvento di un pieno e vigoroso riformismo in un Paese dove lo Stato-partito comanda e si insinua in ogni settore (...). Che aspettarsi, dunque, da Gorbaciov? Probabilmente, l’avvio di riforme economiche...». Maraone spiega che l’Urss non ce la fa più, è sull’orlo del baratro.

Vede giusto? Sembra di sì. In quel 1985 non si sentirà ancora parlare – almeno sulla stampa occidentale – di glasnost e perestrojka. I primi passi distensivi di Gorbaciov sono sul versante degli armamenti. Lo "scudo stellare" di Reagan sta assestando la spallata fatale al gigante russo, che non può permettersi altre spese militari (Maraone ricordava che per le armi l’Urss brucia il 15 per cento del proprio bilancio). Così il 13 marzo Francesca Ossella, corrispondente da Washington, informa: «Reagan scrive a Gorbaciov e lo invita a un vertice negli Usa». Il vertice ci sarà, in novembre, ma in campo neutro.

A spegnere i focherelli ottimisti, tra gli altri, ci pensano i dissidenti russi, che troppe ne hanno passate per abbandonare in pochi minuti un consolidato pessimismo. Irina Alberti (13 marzo, pagina 3) avverte: «I dissidenti e gli esuli non si aspettano nessuna liberalizzazione; anzi, sono convinti che le viti verranno strette ulteriormente, perché bisogna far produrre questo popolo sfiduciato e disgustato di tutto. Pensano anche che all’Occidente verranno fatte molte promesse di distensione (...) continuando intanto l’estrema militarizzazione del Paese».

Intanto si prepara l’incontro. Gorbaciov a Pasqua propone una moratoria sugli euromissili: «Più concilianti gli Usa verso Gorbaciov» ma «resta il "no" alla moratoria» (10 aprile). Il 16 aprile nuovo passo avanti: «Ginevra. Dopo la proposta di Gorbaciov, sessione straordinaria delle trattative sul disarmo. Usa e Urss: nuovo round». Il 9 maggio Reagan tiene un discorso a Strasburgo difendendo lo "scudo stellare": «Reagan parla di pace, Gorbaciov duro» (la cronaca è di Giovanni Salimbeni). Gli ultrà filoamericani sorridono: visto? Gorbaciov è un bluff...

Ma il 4 luglio Vittorio Citterich conclude il suo commento: «Se Gorbaciov avrà la perseveranza, la forza e la possibilità di andare avanti si vedrà negli anni prossimi. La scommessa intanto non è da poco. E merita almeno qualche giusta attenzione». Il 1° agosto l’inviato Guido Nicosia, che segue a Helksinki l’incontro tra Shultz e Shevardnadze, esordisce: «Una rinnovata speranza». Il 4 settembre: «Gorbaciov disposto a cambiamenti "radicali" per Ginevra se gli Usa rinunciano a militarizzare lo spazio». Ma il 19 settembre Reagan replica: «Nessun baratto». Poi, il 3 novembre, un sospiro di sollievo in prima pagina: «Atomiche dimezzate. Reagan accetta la proposta di Gorbaciov di ridurre del cinquanta per cento gli arsenali atomici».
E arriva novembre, i due si incontrano a Ginevra. Il 19 novembre Elio Maraone conclude il suo fondo: «Non è da escludere che Ginevra segni l’inizio di un lungo processo negoziale, dettato dalla convinzione che, ormai, non esiste alternativa al trionfo della ragione. L’ha scritto – chi se l’aspettava? – la Pravda di ieri». Dal vertice non trapela nulla. «Il più stretto riserbo fino alla fine dei lavori» informa l’inviato a Ginevra Giuliano Ragno. Fino all’epilogo: «Concluso il vertice, le divergenze restano profonde ma Reagan e Gorbaciov si incontreranno di nuovo» è il titolo di prima pagina del 22 novembre. Scrive Elio Maraone: «Il clima appare finalmente cambiato, l’atmosfera è diventata più respirabile, il mare si è fatto più aperto e, fellinianamente, la nave va. Ora tocca ai marinai timonare per il meglio».

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