Padre Bernardo Gianni: «A 24 anni dissi: voglio fare il monaco. L'umanità ha bisogno di fermarsi»
di Diego Motta
L'abate dell'Abbazia di San Minato al Monte: «La nostra quotidiana avventura è cercare Dio. L'esperienza della fede è quella di un mistero che ti toglie la parola e noi dobbiamo riscoprire l'essenziale per dare voce alla coscienza dei popoli, come diceva Martin Buber a La Pira»

Una vita in ricerca, tra contemplazione e azione. «Io sono un monaco. Un monaco benedettino» dice dom Bernardo Gianni, abate dell’Abbazia di San Miniato al Monte, aprendo l’incontro di Avvenire a Stazione Radio, un giovedì di giugno. «La nostra quotidiana avventura, secondo la regola di San Benedetto, è cercare Dio, quaerere Deum». Eppure la ricerca, nel pensiero di padre Bernardo, sembra essere un invito collettivo. Alla Chiesa e al mondo. È la ricerca della pace, innanzitutto, del bene comune. Una ricerca che ha bisogno di spazi per fermarsi e per far spazio all’amore.
Padre Bernardo, com’è nata la sua vocazione?
Ha preso forma quando un mio amico ateo mi portò la notte di Natale del 1992 nel monastero delle Benedettine di Rosano, presso Firenze. Tutti i miei progetti di vita d’improvviso si capovolsero, perché io rimasi talmente affascinato dall'intensità e dalla bellezza della celebrazione di quella Natività che per la prima volta dopo tantissimi anni, il Natale non mi parve più una fiaba, ma una bellissima storia d'amore. E così poi mi sono fidato dell'amore, di quella intensissima celebrazione fatta di canti, di gesti, di silenzi, di melodie. Avevo 24 anni. Pensai: da grande, voglio fare il monaco. Nel frattempo, avevo messo in fila una serie di mestieri molto vari, dal carabiniere al benzinaio. La vocazione del monaco ha prevalso.
Ha preso forma quando un mio amico ateo mi portò la notte di Natale del 1992 nel monastero delle Benedettine di Rosano, presso Firenze. Tutti i miei progetti di vita d’improvviso si capovolsero, perché io rimasi talmente affascinato dall'intensità e dalla bellezza della celebrazione di quella Natività che per la prima volta dopo tantissimi anni, il Natale non mi parve più una fiaba, ma una bellissima storia d'amore. E così poi mi sono fidato dell'amore, di quella intensissima celebrazione fatta di canti, di gesti, di silenzi, di melodie. Avevo 24 anni. Pensai: da grande, voglio fare il monaco. Nel frattempo, avevo messo in fila una serie di mestieri molto vari, dal carabiniere al benzinaio. La vocazione del monaco ha prevalso.
Come può l’amore per Dio cambiare la quotidianità delle persone? E come può farlo in questi tempi di spaesamento?
Mi capita spesso di incontrare, al di fuori e dentro le mura della nostra abbazia, gruppi e persone che vogliono conoscerci, che ci chiedono della nostra regola di vita monastica. Penso che ogni incontro diventi anche un pellegrinaggio nell'infinito dell'altro. Oltre le nubi del presente, c'è infatti l'amore che è la ragione stessa della nostra vita. Mi vengono sempre in soccorso quei bellissimi versi di Mariangela Gualtieri, una poetessa straordinaria. Lei in alcuni suoi versi dice che nessuna telecamera ci può riprendere per intero, che nessun nome e nessuna foto è sufficiente per dire davvero chi siamo. Bisogna sempre ripartire dalla riscoperta di una scorza di infinito che è nascosta nel nostro cuore. È un infinito che nessun perimetro biologico, psicologico, sociologico, economico, tecnologico può cristallizzare e fermare per sempre. L'esperienza della fede, per dirla con un linguaggio quasi romantico, è quella di un mistero che finalmente ti toglie la parola, ti fa capire che ciò che vedi ora non è tutto perché nel frattempo resta anche un invisibile che è oltre noi e che dobbiamo continuamente cercare.
Mi capita spesso di incontrare, al di fuori e dentro le mura della nostra abbazia, gruppi e persone che vogliono conoscerci, che ci chiedono della nostra regola di vita monastica. Penso che ogni incontro diventi anche un pellegrinaggio nell'infinito dell'altro. Oltre le nubi del presente, c'è infatti l'amore che è la ragione stessa della nostra vita. Mi vengono sempre in soccorso quei bellissimi versi di Mariangela Gualtieri, una poetessa straordinaria. Lei in alcuni suoi versi dice che nessuna telecamera ci può riprendere per intero, che nessun nome e nessuna foto è sufficiente per dire davvero chi siamo. Bisogna sempre ripartire dalla riscoperta di una scorza di infinito che è nascosta nel nostro cuore. È un infinito che nessun perimetro biologico, psicologico, sociologico, economico, tecnologico può cristallizzare e fermare per sempre. L'esperienza della fede, per dirla con un linguaggio quasi romantico, è quella di un mistero che finalmente ti toglie la parola, ti fa capire che ciò che vedi ora non è tutto perché nel frattempo resta anche un invisibile che è oltre noi e che dobbiamo continuamente cercare.
Ciò vuol dire che dobbiamo guardare con speranza anche all’attuale fase storica, a partire dalla crisi di fede che complessivamente stanno vivendo le nuove generazioni?
Sì. Penso che occorra innanzitutto riscoprire l'essenziale dell'umano. Non siamo vivi per caso, ma per un amore che ci precede. E questo i nostri ragazzi e le nostre ragazze devono avvertirlo, a San Miniato al Monte come qui a Viboldone e a Chiaravalle, preziosissime comunità in cui si custodisce la Parola e la si accoglie: se pensate bene, è una testimonianza silenziosa che attraversa le nostre città.
Sì. Penso che occorra innanzitutto riscoprire l'essenziale dell'umano. Non siamo vivi per caso, ma per un amore che ci precede. E questo i nostri ragazzi e le nostre ragazze devono avvertirlo, a San Miniato al Monte come qui a Viboldone e a Chiaravalle, preziosissime comunità in cui si custodisce la Parola e la si accoglie: se pensate bene, è una testimonianza silenziosa che attraversa le nostre città.
Come affrontare, invece, l’anestesia delle coscienze che pare essersi impossessata dei popoli?
«La storia moderna pretende di insegnarci che la pace è possibile solo se i governi arrivano a un'intesa. Dopodiché i popoli li seguono» scriveva Martin Buber, un filosofo di origine ebraica, a Giorgio La Pira. «Noi – proseguiva Buber - pensiamo differentemente. È necessario prima di tutto che gli uomini di buona volontà si parlino, come solo loro sanno fare. Che si aiutino a guardare, a desiderare, a parlare veramente, che si ascoltino veramente e allora i popoli li seguiranno e i governi seguiranno i popoli. È il momento». Ecco, questo è un testo straordinario. Come ha detto papa Leone nell’enciclica “Magnifica humanitas”, anche se contiamo tutti abbastanza poco, questo poco è comunque importante per attivare leve, relazioni, dinamiche in cui uomini e donne di buona volontà, incontrandosi, diventino in un certo senso il segno potente di un'autocoscienza che si risveglia, che crea comunità e radicamento nel territorio, che indica spazi di fiducia nel domani e restituisce protagonismo alle persone.
«La storia moderna pretende di insegnarci che la pace è possibile solo se i governi arrivano a un'intesa. Dopodiché i popoli li seguono» scriveva Martin Buber, un filosofo di origine ebraica, a Giorgio La Pira. «Noi – proseguiva Buber - pensiamo differentemente. È necessario prima di tutto che gli uomini di buona volontà si parlino, come solo loro sanno fare. Che si aiutino a guardare, a desiderare, a parlare veramente, che si ascoltino veramente e allora i popoli li seguiranno e i governi seguiranno i popoli. È il momento». Ecco, questo è un testo straordinario. Come ha detto papa Leone nell’enciclica “Magnifica humanitas”, anche se contiamo tutti abbastanza poco, questo poco è comunque importante per attivare leve, relazioni, dinamiche in cui uomini e donne di buona volontà, incontrandosi, diventino in un certo senso il segno potente di un'autocoscienza che si risveglia, che crea comunità e radicamento nel territorio, che indica spazi di fiducia nel domani e restituisce protagonismo alle persone.
Se guarda a quanto sta accadendo a Gerusalemme, a Gaza e in Medio Oriente, quali sentimenti prova in questo momento?
Gerusalemme è da sempre la città della pace, ferita dalla guerra. Personalmente, sono rimasto molto colpito dalla proposta di alcuni amici ebrei, che sono arrivati a dire che forse davvero Gerusalemme sarà città di pace quando sarà una città extraterritoriale, cioè una città di tutti e non solo di una parte. Nel mio piccolo, ho la grazia di vivere in una comunità in cui è presente anche un fratello libanese, con cui ci confrontiamo spesso sul dramma del conflitto scatenato da Israele contro Hezbollah, a causa del quale tante piccole comunità cristiane rischiano di scomparire. Vedo peraltro i segni positivi legati alla reattività dell'amore, che a San Miniato al Monte abbiamo sperimentato grandiosamente quando, senza annunciarsi, è venuta a trovarci la cantante israeliana Noa: abbiamo cantato insieme a lei un’antifona in gregoriano. Eravamo in sacrestia, al buio. In quel momento, abbiamo percepito distintamente che più forte della guerra e della morte è l'amore.
Gerusalemme è da sempre la città della pace, ferita dalla guerra. Personalmente, sono rimasto molto colpito dalla proposta di alcuni amici ebrei, che sono arrivati a dire che forse davvero Gerusalemme sarà città di pace quando sarà una città extraterritoriale, cioè una città di tutti e non solo di una parte. Nel mio piccolo, ho la grazia di vivere in una comunità in cui è presente anche un fratello libanese, con cui ci confrontiamo spesso sul dramma del conflitto scatenato da Israele contro Hezbollah, a causa del quale tante piccole comunità cristiane rischiano di scomparire. Vedo peraltro i segni positivi legati alla reattività dell'amore, che a San Miniato al Monte abbiamo sperimentato grandiosamente quando, senza annunciarsi, è venuta a trovarci la cantante israeliana Noa: abbiamo cantato insieme a lei un’antifona in gregoriano. Eravamo in sacrestia, al buio. In quel momento, abbiamo percepito distintamente che più forte della guerra e della morte è l'amore.
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