Momò e i 150 minori stranieri in affido: «In Italia abbiamo trovato famiglia e lavoro»
Cnca e Unicef festeggiano gli otto anni dell'iniziativa "Terreferme", che ha coinvolto centinaia di coppie affidatarie e dieci Regioni. L'integrazione funziona ma coinvolge solo il 4% dei giovani stranieri in Italia

Mohamed è fuggito dall’Egitto quando aveva 14 anni. È sbarcato in Italia a Pozzallo (Ragusa) e fino alla maggiore età ha vissuto in una comunità per minori stranieri soli a Palermo. «La città ormai era diventata casa sua, conosceva palmo a palmo ogni quartiere e tutte le specialità culinarie», spiegano gli educatori. Eppure, guardando al futuro, non vedeva certezze: nessuno era in grado assicurargli un lavoro o una casa in Italia. La svolta è arrivata «in una serena giornata di inizio settembre»: «Quando ha aperto la porta di casa nostra a Milano, per noi è stato subito Momò. Ci sembrava un nomignolo più familiare». A parlare è Giovanna, madre affidataria di Mohamed, che insieme al marito Stefano ha permesso al ragazzo di proseguire gli studi e trovare una sistemazione: ora Momò ha 25 anni, lavora come cuoco e riesce a vivere da solo. «Noi siamo sempre stati convinti che la sua determinazione lo avrebbe portato lontano», commenta Giovanna di ritorno dall’Egitto, dove è volata per assistere al matrimonio di Mohamed. «Adesso si apre una nuova fase per lui, ma noi ci saremo sempre», conclude.
La storia di affido di Mohamed inizia nel 2018 quando, per primo, viene coinvolto da Cnca (Coordinamento nazionale comunità accoglienti) e Unicef nel progetto di promozione dell’affido familiare “Terreferme”. Dopo Momò, in otto anni l’iniziativa ha avviato 152 esperienze di affidamento familiare in sette Regioni italiane: inizialmente solo affidi “a distanza” – dalla Sicilia verso altre regioni, come Lombardia e Veneto – ma, negli anni, sono stati inclusi anche gli affidi “in loco” per minori accolti negli stessi Comuni delle famiglie affidatarie. Si tratta di una soluzione minoritaria in Italia per l’integrazione dei minori migranti soli – è in affido solo il 4% dei 16mila presenti nel nostro Paese al momento – ma è sempre la preferibile. Anche secondo la legge. «È una pratica ancora molto poco valorizzata nel nostro Paese ma, come richiama anche la norma numero 47 del 2017, sarebbe la prima opzione da percorrere purché sia appropriata e accompagnata da un progetto adeguato». A ricordarlo sono gli operatori di “Terreferme”, che il 16 giugno hanno pubblicato un libro omonimo che racconta i primi otto anni di sperimentazione del progetto: «Otto anni fa immaginare l’affido per i minorenni migranti soli era un sogno, così rivoluzionario da sembrare un miraggio – sintetizza Liviana Marelli, coordinatrice dell’Area Nuove generazioni e famiglie del Cnca –. Oggi abbiamo la gioia, la gratitudine e anche la commozione di raccontare alcune di queste storie». E per il futuro, assicura Marelli, «non ci sono scadenze progettuali. Siamo arrivati fin qui per ripartire».
Il metodo di “Terreferme” si fonda su pochi punti fermi: avere a disposizione reti di famiglie locali, stringere rapporti stretti con le amministrazioni e attivare équipe di psicologi e pedagogisti di sostegno alle famiglie. Un educatore, in particolare, è sempre attivo 24 ore su 24 per le emergenze di minori e genitori affidatari. Perché le crisi sono frequenti: «Dopo un inizio positivo, Abdo ha cominciato ad avere atteggiamenti ostili con la coppia affidataria – raccontano gli operatori nel libro –. Non è più andato a scuola e ha perso il lavoro». In breve, si è innescato un circolo vizioso: il conflitto si esacerbava, i genitori affidatari per paura di una reazione del minore non denunciavano niente e Abdo si trovava sempre più solo. «Solo con l’intervento del tutor e del servizio sociale le cose sono cambiate – spiegano gli operatori –. Il dolore, la fatica, la stanchezza e la paura così possono mutare in un percorso di crescita dentro al quale, per rimanere in relazione, si devono mettere confini e recuperare spazi di autonomia».
Se storie come quella di Abdo si possono dire a lieto fine, il merito è anche degli operatori. Gli “invisibili” dei progetti di affido. A loro è chiesto di avvicinare le coppie ai minori, di essere uno «scudo» durante le crisi familiari e, infine, di preparare il terreno per l’autonomia economica e abitativa dei ragazzi. Gianni Foschini, educatore della Cooperativa “Il sogno di Don Bosco” di Bari, si ricorda ancora il suo primo incontro tra un minore migrante e una coppia affidataria: «Li guardavo come se fosse un film in 3D – racconta nel libro “Terreferme” –. Era un ragazzo guineano. Si notava molto imbarazzo, sguardi fugaci e sorrisi sfiorati. Io non mi spiegavo per quale assurdo motivo quella coppia volesse spendersi per quel ragazzo: erano “crocerossini”?». La risposta, per Foschini, è arrivata dopo qualche mese di osservazione e sostegno alla famiglia. L’educatore la riassume nella “teoria dei cerchi d’acqua”: «Passarono le settimane e tutto mi apparve più chiaro e bello – racconta –. Avete presente quando le prime gocce di pioggia cadono in una pozza d’acqua? I cerchi non si evitano ma si incontrano e si scambiano le loro forze. Gli operatori fanno cadere queste gocce, ma poi sono i cerchi, ovvero i ragazzi e le famiglie, a darsi forza per continuare a crescere insieme».
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