L'urbanista Elena Granata: «Bambini e periferie, Milano torni a essere la città di tutti»

La docente del Politecnico a Stazione Radio: «Sta avanzando l'idea che questa metropoli sia solo di chi se la conquista, di chi se la compra. Per invertire la rotta ripartiamo dal diritto alla casa e dalle politiche per i primi 5mila giorni di vita, così penseremo ai ragazzi e alle loro famiglie»
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June 20, 2026
L'urbanista Elena Granata: «Bambini e periferie, Milano torni a essere la città di tutti»
Una, nessuna, cento Milano. I volti di una metropoli sempre più sfuggente, della città che va di corsa e spesso si perde, dell’ex capitale morale del Paese che si è alzata con il profilo dei grattacieli ma deve tornare a crescere dal basso per ascoltare i bisogni delle persone, sono all’ordine del giorno da almeno un decennio, da quando cioé Expo 2015 ha impresso un’accelerazione senza precedenti allo sviluppo dei quartieri. «Ci sono angoli bellissimi da riscoprire continuamente – spiega Elena Granata dal palco di Stazione Radio, dove nei giorni scorsi ha registrato un videopodcast per Avvenire -. Noi dobbiamo meritarci tanta bellezza e dobbiamo lavorare perché le nostre città siano di tutti». “La città è di tutti” è anche il titolo dell’ultimo libro che Granata ha scritto per Einaudi e, implicitamente, è anche un messaggio per Milano, che questi temi ha iniziato ad affrontarli in quella che si annuncia come una lunghissima campagna elettorale da qui al voto per le Comunali del 2027.
Professoressa Granata, se guardiamo a Milano vediamo una città divisa tra uno sviluppo a più velocità e il rischio di perdere territori come le periferie, sulla falsariga di quanto è avvenuto in Francia. Non è così?
Noi rispetto alla Francia non abbiamo mai avuto centri molto ricchi e banlieue, cioé periferie estese e molto povere. Per secoli le nostre città sono state comunque i luoghi della mescolanza e della mixité, dove nello stesso palazzo potevamo vedere convivere lo studente universitario, la famiglia di ceto medio-alto e l'imprenditore di passaggio: pensate a zone come Buenos Aires, l'Isola, la Darsena o la Martesana. Con il tempo, però, è successo che anche le periferie e i luoghi più lontani dal centro sono stati investiti da processi di valorizzazione immobiliare e di gentrificazione: anche lì i valori immobiliari sono saliti o stanno salendo in maniera esponenziale. Milano oggi è tutta esposta a questo rischio di valorizzazione immobiliare, tant'è vero che moltissimi milanesi, ne abbiamo contati 50mila negli ultimi due anni, si sono trasferiti prima nell'hinterland e poi nella provincia, poi ancora fuori provincia. La città storica oggi è investita da trasformazioni profonde e per questo occorrono risposte al più presto.
Quel che è accaduto qui sta succedendo anche in altre città?
Milano è stata l'apripista di questo processo di metamorfosi. Gli stessi cambiamenti adesso li vediamo a Roma, Napoli, Bologna, così come nelle città di dimensioni medie e medio-piccole. Dirò di più, c’è un filo che lega le aree metropolitane persino alle aree interne: è la questione abitativa. In Val di Fiemme non trovano casa i camerieri e gli infermieri, esattamente come a Milano, perché gli affitti brevi entrano in competizione con il diritto di abitare. Io, da urbanista, non ricordo una stagione analoga nella storia recente. Sta avanzando l'idea che la città sia solo di chi se la merita, di chi se la conquista, di chi se la compra. Magari ce la possiamo pure comprare a ore, se siamo molto ricchi e famosi: ci compriamo il centro storico di Venezia o di Palermo e ci facciamo un matrimonio. Le città sono diventate delle piattaforme che devono produrre rendite, redditi, benefici, capacità di attrarre investimenti: sono delle piattaforme economiche. Quando la città si trasforma in una piattaforma economica deve produrre, deve attirare capitali e chi non è produttivo viene escluso dalla città. Affermare invece che la città è di tutti vuol dire che tutti abbiamo gli stessi diritti e tutti dobbiamo contribuire alla conservazione del patrimonio che c’è. Spesso però le persone si vedono radicalmente escluse da questa possibilità di prendersi cura della città.
Quando dice che dovremmo immaginare la Milano di domani, chi ha in mente? Quali persone, innanzitutto?
Scelgo una risposta in particolare: la politica più strategica è quella dei primi 5mila giorni. I primi 5mila giorni di vita di tutti gli esseri umani, quelli che vanno dalla nascita all’adolescenza: da bambino diventi cittadino della tua città, impari a muoverti, impari a socializzare. Vai a scuola, ti sei alfabetizzato, partecipi magari alla vita dei quartieri… Penso che le politiche pubbliche oggi debbano iniziare da qui, invece sta avvenendo esattamente il contrario. Oggi i ragazzi non si vedono perché sono scomparsi dallo spazio pubblico: la loro assenza ci penalizza e mette in discussione la nostra stessa umanità e la nostra capacità di cura. Prendiamo il problema abitativo: a Milano non è che le case manchino in assoluto, perché le case ci sono. Il punto è che molti spazi vengono destinati ad altro, quando invece servirebbero a famiglie con figli oppure a studenti universitari, vittime invece della logica perversa degli affitti brevi.
Nel suo Discorso alla città, l’arcivescovo Mario Delpini diceva che «abbiamo una casa comune da riparare»: in questi anni cosa è andato storto rispetto al dialogo con la politica?
Intanto, è necessario tornare a dibattere intorno alle questioni pubbliche civili. Per troppo tempo non abbiamo dibattuto, non c'è stata discussione. Dico una cosa ovvia: la società civile anche a Milano è stata troppo a lungo silente e ha lasciato che le questioni pubbliche fossero dibattute esclusivamente dal pubblico. Eppure ci sono temi sui quali è necessario intervenire: sono questioni come quella della vendita di San Siro, la riapertura dei Navigli, lo spostamento della Sormani, la costruzione o meno di nuovi grattacieli, i grandi appuntamenti internazionali come le Olimpiadi. Ci deve essere un rapporto dialettico fluido tra i luoghi di produzione del sapere, in primis le università, ma anche i giornali, le associazioni culturali e la politica. Io vedo invece un rapporto ribaltato: sono i politici che organizzano i convegni e chiamano gli esperti. Dovrebbero invece essere gli esperti a organizzare i convegni, con i politici che vengono ad ascoltare.
Va riconosciuto però che a Milano la rete dell’associazionismo civico, laico e cattolico, funziona da sempre.
È vero, ma non basta. Milano sta facendo tantissimo. Io non conosco città che abbia più associazioni capaci di mobilitare le persone, dallo sport alle piste ciclabili, dall’ambiente alle piscine. Ci siamo, dunque, eppure non riusciamo ancora a incidere strutturalmente sulle scelte importanti.

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