Lo show "latino" di Bad Bunny al Super Bowl, l'ira di Trump: a chi fanno paura gli artisti?

Non solo Usa: l'esibizione di Ghali al centro delle polemiche, la canzone di Ermal Meta a Sanremo. Una riflessione sulla forza del pop
February 9, 2026
Lo show "latino" di Bad Bunny al Super Bowl, l'ira di Trump: a chi fanno paura gli artisti?
La performance di Bad Bunny al Super Bowl a Santa Clara, California (February 08, 2026) / Kevin C. Cox/Getty Images/AFP
Ma gli artisti fanno davvero paura? Se si tratta di grandi eventi nazionalpopolari, meglio ancora se globali, la risposta sembra essere sì. Il momento storico è talmente incandescente, sul piano politico e sociale – tra guerre fuori dai confini e violenza che attraversa le società – che anche il pop, quando prova a dire qualcosa, finisce nel tritacarne delle polemiche. Perché chi, più di cantanti e influencer ascoltati, streammati, tiktokerati da milioni di persone in tutto il mondo, può avere un peso specifico con la propria voce e con le proprie scelte?
In Italia lo dimostra il caso Ghali alle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina: un vero “pasticciaccio brutto” sul tema della guerra e della pace, rimasto tuttora fumoso, tra accuse di censura preventiva da parte dell’artista, critiche politiche incrociate e omissis clamorosi della Rai. A farne le spese è stato l’autentico spirito olimpico. Che però, più forte di tutto, è riuscito comunque ad arrivare a due miliardi di telespettatori sotto forma di una colomba della pace: il quadro più bello della cerimonia di apertura, accompagnato dai delicati versi di Rodari pronunciati dal rapper di origine tunisina.
Anche il palco dell’Ariston sta diventando sempre più scottante. Caso Pucci a parte, con accuse e controaccuse tra destra e sinistra sulla presenza del comico – che alla fine ha fatto un passo indietro – il tema della guerra, e in particolare quella di Gaza, si annuncia centrale. A partire da Stella stellina di Ermal Meta, che racconta la storia di una bambina morta sotto i bombardamenti.
Dall’altra parte dell’Oceano, invece, è andata in scena una vera e propria rivoluzione culturale. Protagonista Bad Bunny, cantante di origine portoricana, capace di scardinare un sistema grazie alla popolarità globale della sua musica. Prima vincendo il Grammy come miglior album in assoluto – un fatto storico per un artista latino, solitamente confinato nella categoria “di settore” Latin  Grammy Award – poi prendendo posizione, senza filtri, contro la politica anti-imigrazione e l’Ice.
E infine l’apoteosi: l’halftime show del Super Bowl, il rito laico per eccellenza dell’America. Un segnale c’era già stato nel 2022 con un indimenticabile halftime che celebrava la cultura afroamericana e il rap come linguaggio identitario con star come Dr.Dee, Snoop Dogg, Mary J.Blige, Kendrick Lamar, 50 cent, ed Eminem, unico rapper bianco.
Ma ieri sera, al Levi’s Stadium di Santa Clara, Benito Antonio Martínez Ocasio ha firmato uno degli halftime show più potenti, simbolici e discussi degli ultimi anni. Bastavano pochi istanti per capirlo: non un semplice concerto, ma un racconto in forma di musical. Un viaggio tra salsa, reggaeton e ritmi tradizionali portoricani che ha trasformato l’intervallo del Super Bowl in uno show unico, seguito da oltre 100 milioni di spettatori. Una celebrazione dell’America latina come parte integrante dell’identità statunitense.
«State ascoltando musica da Puerto Rico, dalle baraccopoli e dai quartieri», dice Bad Bunny passeggiando tra chiringuiti, spose in bianco e canne da zucchero dell’isola caraibica, tra note irresistibili e apparizioni a sorpresa, da Lady Gaga a Ricky Martin. «La ragione per cui sono qui è perché non ho mai smesso di credere in me stesso»: da cassiere e magazziniere a star globale.
Alle sue spalle, un maxischermo recita: “L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore”. Un messaggio diretto, in un contesto politico e sociale statunitense attraversato da forti tensioni. Bad Bunny prende in mano un pallone da football con la scritta “Insieme siamo l’America” e pronuncia le uniche parole in inglese della serata: “God bless America”. Poi elenca, uno a uno, i Paesi del continente: dal Cile al Canada, passando per Messico, Caraibi, Stati Uniti. «E la mia patria: Porto Rico».
È un finale “perfetto” che fa scattare immediatamente la polemica. Da un lato lo show viene salutato come storico e rivoluzionario, dall’altro scatena reazioni durissime. Donald Trump lo definisce «il più brutto di sempre», ambienti conservatori parlano di uno spettacolo «non rappresentativo dei valori americani».
La risposta del pubblico, però, è altrettanto netta: sui social milioni di utenti, in tutto il mondo, celebrano la performance come un simbolo di inclusione e orgoglio culturale. Segno che, sì, gli artisti fanno ancora paura. Proprio perché riescono, a volte, a raccontare il presente meglio di molti discorsi ufficiali.
 

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