Le scuole non-violente cercano risposte per garantire la sicurezza degli studenti
Centinaia di docenti, da anni, educano gli studenti alla pace e coinvolgono le famiglie fragili: «I risultati sono migliori quando si inizia dalle elementari»

Gli studenti dell’istituto “Midossi” di Civita Castellana, in provincia di Viterbo, ieri mattina avevano paura di tornare tra i banchi di scuola. Temevano per la propria sicurezza, dopo che venerdì scorso il coetaneo Youssef Abanoub è stato ucciso con una coltellata da un altro studente in un’aula dell’istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia. «Mi dicevano: “Se un compagno porta il coltello, allora vale tutto. Io posso portare una pistola”. Abbiamo parlato a lungo dell’opportunità di installare metal detector a scuola e, alla fine, è emersa anche l’ipotesi di aggiungere un’ora di “educazione alla pace” nel nostro curriculum». La docente Roberta Consilvio, che descrive questo dialogo, è abituata a parlare di pace con i propri studenti delle superiori da anni: fa parte della rete delle scuole non-violente d’Italia e con il suo Cor-O-rchestra, un corso di formazione musicale, «unisce la musica all’impegno sociale e civile per la pace». Il risultato è incoraggiante: «Educare alla nonviolenza, anche attraverso la musica – spiega ad Avvenire – ha permesso a docenti, studenti e famiglie di vivere in un clima più rilassato. Anche questa è prevenzione».
In decine di altre scuole italiane, ieri mattina, i docenti hanno avviato un dialogo sulla violenza con i propri studenti. Sono le centinaia di insegnanti che, ogni anno, partecipano al Forum nazionale delle scuole per un’educazione nonviolenta e che ieri hanno tentato di dare alle paure degli alunni una risposta che non «comporti la vendetta e che superi la logica dell’occhio per occhio e dente per dente», spiega Annabella Coiro, coordinatrice del Forum e referente per la formazione della Rete dell’educazione umanista alla nonviolenza attiva (Edunama). Secondo la formatrice, una scuola gerarchica e «poco democratica» rischia di fomentare frustrazione negli studenti: «Molti ci dicono di sentirsi dei soldatini – spiega Coiro – che stanno sedute per ore in un’aula vecchia e guardano la nuca del compagno della fila davanti, senza poter decidere niente di ciò che faranno negli anni successivi. Anche questo è un innesco per l’azione violenta». L’alternativa, secondo i docenti della non-violenza, è un percorso che coinvolga insegnanti, studenti e genitori nella progettazione della didattica. In altre parole, sono le famiglie a dover lavorare insieme alla scuola «sugli aspetti relazionali, sulla gestione dei conflitti, su come comunicare le proprie emozioni e sulle pratiche didattiche, ovvero quello che si fa in classe. L’importante è che questo approccio sia replicabile a casa». Nelle classi in cui questo percorso educativo inizia dalle elementari – assicura Coiro – gli episodi di violenza sono molto più rari.
«Quando hanno cinque o sei anni, i bambini non sanno dare un nome alle proprie emozioni – racconta Isabella Gallotta, docente della scuola primaria “Calvino” di Milano –. Al massimo, sono tristi o felici. Al termine dei percorsi non-violenti, invece, riescono a riconoscere e a esprimere una gamma molto più ampia di emozioni». Tra queste anche la gelosia che l’assassino di Abanoub, Zouhair Atif, secondo le sue stesse confessioni, sarebbe stato in grado di esprimere solo con la violenza. Nelle classi di Gallotta, al contrario, gli studenti sono abituati a riunirsi in “cerchi del dialogo” ogni giorno per comunicare i propri stati d’animo, seguendo sempre la regola aurea appesa sui muri di ogni aula: «Non fare agli altri ciò che non vuoi che sia fatto a te». «La regola è semplice ma funziona – precisa la docente –. Dopo anni di educazione alla non-violenza, sono gli stessi studenti a venire a chiederci di risolvere con un dialogo le liti che nascono naturalmente tra loro».
Il metodo, secondo chi lo applica, è ancora più efficace in contesti di fragilità culturale o socioeconomica, dove la scuola è spesso l’ultima opportunità di riscatto per le famiglie in difficoltà: «Nelle aule più fragili che ho vissuto – spiega Gabriella Fanfara, docente alle primarie in pensione e formatrice alla didattica non-violenta – capitava che molte famiglie non volessero partecipare ai percorsi non-violenti, anche solo perché parlavano male la lingua. Ma, se il gruppo è forte, si riesce sempre a coinvolgere tutti. E i risultati sono ottimi».
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