Le relazioni motore del futuro: ecco il nuovo "Piano B" per l'Italia

Da Becchetti a Granata, da Bruni a Giaccardi, un gruppo di studiosi indica «il cambiamento che serve» in un tempo digitale e diseguale, in cui l’atomizzazione va affrontata con l’efficacia e la forza dei legami umani
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July 4, 2026
Le relazioni motore del futuro: ecco il nuovo "Piano B" per l'Italia
ANSA / MATTEO CORNER
Secondo Leonardo Becchetti, la resilienza dell’export ai dazi di Donald Trump è il segno che «esiste una foresta che cresce, nonostante la comunicazione parli sempre degli alberi che cadono». Merito, dice, di consorzi, reti d’imprese e relazioni lungo la filiera che hanno valorizzato saper fare e capacità d’innovazione dei nostri imprenditori. Non tutti sono d’accordo, ma si deve dar atto agli autori de “L’Italia che verrà. Note per il cambiamento che serve” (Leonardo Becchetti, Marco Bentivogli, Luigino Bruni, Carla Collicelli, Chiara Giaccardi, Enrico Giovannini, Elena Granata, Luca Jahier, Mauro Magatti, Alfredo Marra, Ugo Morelli, Vittorio Pelligra, Ermete Realacci, Alessandro Rosina, Roberto Rossini, Valentina Rotondi, Paolo Venturi e Giorgio Vittadini) di aver capito che l’unica arma per resistere alla crisi economica e sociale è l’intelligenza relazionale tra i soggetti della filiera produttiva e commerciale.
Del resto, il fatto stesso che il successo del “Made in Italy” sui mercati internazionali non significhi sempre una equa distribuzione del reddito evidenzia l’urgenza di ripensare le relazioni economiche in un Paese in cui più di 5 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà, alle prese con un lavoro povero dilagante e con salari stagnanti. Gli autori de “L’Italia che verrà. Note per il cambiamento che serve” (edito da Donzelli) propongono perciò alla politica un “manuale” che è il sequel del “Piano B” del 2022, nato come uno “spartito” per rigenerare l’Italia.
Il nuovo libro punta a ribaltare il piano del confronto civico e politico. Si parte osservando l’atomizzazione della società, favorita dall’avvento del digitale e da un lungo percorso di disintermediazione che ha premiato l’efficienza individuale sulla relazione, la prestazione sulla cura, la competizione sulla cooperazione. Secondo i promotori del “Piano B”, «società, welfare, scuola, città, transizione ecologica reggono soltanto se reggono i legami che li attraversano». Occorre riconoscere allora che «la relazione è infrastruttura, non corollario. E bisogna tradurre questo riconoscimento in scelte, dentro le istituzioni, nei territori, nei luoghi di lavoro. Questo libro è un invito a farlo adesso».
Gli autori, che provengono da esperienze sociali, politiche ed economiche diverse, condividono la convinzione che vi sia una «energia tenace» in chi prova a tenere insieme ciò che si sta sfilacciando. «La tesi di fondo - si legge nella presentazione - è semplice e, proprio per questo, impegnativa: la situazione è critica, ma il potenziale che abbiamo è ancora grande. La questione decisiva non è se esista una via d’uscita, ma dove cercarla e come renderla praticabile. La nostra proposta è che questo potenziale non risieda in una singola soluzione tecnica, né in una riforma salvifica, né in una sequenza di risposte emergenziali. Risiede, piuttosto, nel recupero di ciò che sta alla base della vita sociale ed economica: il suo fondamento relazionale. Le relazioni vengono prima».
La base è pertanto antropologica e politica. Si ritiene che la persona sia un individuo che prende forma come essere soltanto dentro relazioni (tra le persone, con l’ecosistema, nel lavoro, con la tecnologia…); ci si propone dunque di resettare le politiche non solo in base ai risultati, ma anche al loro effetto sulle relazioni che generano fiducia, cooperazione, corresponsabilità e capacità di futuro. Relazioni “generative”.
Il libro attraversa tutti i campi di battaglia: dalla crisi dell’Europa a quella del capitalismo globale e della democrazia, dal welfare alla salute, dall’ambiente al lavoro, all’intelligenza artificiale.
Il filo rosso che lega analisi e proposte è il nuovo patto intergenerazionale invocato per cambiar passo. Partendo dall’osservazione di una discrepanza tra realtà demografica e assetto istituzionale, gli autori fanno emergere le insidie del “degiovanimento” che indebolisce la base produttiva, il welfare e la stessa coesione territoriale. Sostenendo che non ci salveranno gli immigrati, perché «quando la fecondità scende su livelli estremamente bassi e l’emigrazione giovanile è elevata, anche un’immigrazione consistente perde capacità compensativa. Un Paese che non riesce a offrire opportunità ai propri giovani diventa meno attrattivo anche per quelli che arrivano dall’estero». Non basteranno i bonus bebè: «Il nodo centrale non è la quantità di scelte compiute dalle persone, bensì la qualità delle condizioni in cui tali scelte possono essere prese. Percorsi formativi diseguali, transizioni scuola-lavoro fragili, precarietà occupazionale, bassi salari, difficoltà di accesso all’autonomia abitativa e familiare riducono la capacità delle nuove generazioni di diventare pienamente parte attiva dei processi di sviluppo. Questo si riflette in indicatori critici come l’elevato tasso di Neet e in una crescente propensione a cercare all’estero opportunità di realizzazione».
Nel mondo del lavoro occorre allora valorizzare giovani, donne e immigrati, portatori di nuove competenze, nuove sensibilità, innovazione, sostenibilità: le nuove generazioni portano «una diversa idea di lavoro, di tempo, di relazione tra vita professionale e personale». Un patto intergenerazionale rappresenta la presa d’atto che, in una società che invecchia, «la sostenibilità non può essere solo finanziaria: deve diventare anche sociale, territoriale e intergenerazionale», per l’appunto. Al contrario, proteggere «soprattutto chi è già dentro» pone un problema di equità, ma anche di sviluppo: «Quando una società indebolisce le sue nuove generazioni – leggiamo -, finisce per indebolire anche la propria capacità di innovare, crescere e competere. La conseguenza è anche una più prolungata permanenza nella famiglia di origine e un maggior ruolo di quest’ultima nel destino sociale dei figli, con conseguente freno alla mobilità sociale».
Gli autori non chiedono dunque solo delle riforme, ma un nuovo approccio: «Se la diagnosi parla di solitudine, frammentazione e perdita di legami di prossimità, allora la risposta non può limitarsi a trasferimenti monetari o prestazioni “a sportello”. Serve un welfare che diventi infrastruttura relazionale: capace di attivare corresponsabilità, co-progettazione, presa in carico, fiducia. La salute, allo stesso modo, non migliora solo con tecnologia e specializzazione; migliora quando torna centrale la relazione di cura e quando i servizi territoriali diventano luoghi di prossimità e prevenzione. E la scuola, nell’era in cui l’intelligenza artificiale automatizza pezzi importanti del cognitivo, diventa ancora più decisiva come presidio di crescita: ciò che resta distintivamente umano è l’intelligenza relazionale, il discernimento, la cooperazione, la cura».

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