Le note del Mare a Opera, la musica che cambia le vite

Sabato il concerto in carcere diretto da Riccardo Muti con gli strumenti realizzati con i "legni" di Lampedusa: tragedie che, insieme, diventano luce
January 12, 2026
Le note del Mare a Opera, la musica che cambia le vite
Il maestro Muti dirige al carcere di Opera
Il pubblico che affolla il Teatro “Don Luigi Pedrollo” dentro al carcere di Opera in fondo riassume l’umanità di questo evento: detenuti e liberi, ergastolani e autorità, volti sereni o profondamente segnati (anche i più giovani), tutti insieme in platea ad attendere l’ingresso del Maestro Riccardo Muti. Sul palco la sua Orchestra Giovanile Cherubini ha già imbracciato gli “strumenti del mare”, costruiti nella liuteria del carcere con i legni ricavati dalle barche dei migranti giunte a Lampedusa, e per questo variopinti, crepati, sofferti. I musicisti accordano, il pubblico è vociante. Ma di colpo, come per un ordine che nessuno ha dato, come avviene con le cicale, piomba il silenzio, quello dei misteri, delle grandi attese. Entra Muti e il pubblico si alza di scatto. «Noi italiani – prende la parola e ci si aspetta un pensiero grave – abbiamo imparato dagli americani questa cosa che chiamano standing ovation», scherza invece con forte accento campano, la bacchetta ancora nel taschino, «ma io non sono nessuno, sono solo uno che muove un braccio…». È questa la prima magia che Muti sabato scorso ha saputo compiere in carcere, ammorbidire la tragedia con la commedia, mettere tutti a proprio agio, specie «le persone che momentaneamente sono qua dentro», quei detenuti con i quali nSael pomeriggio ha fatto le prove, perché saranno loro il coro del Va’ Pensiero e l’ansia già li divora. Ancora battute, ancora risate, «sono felicissimo di essere qua, grazie a tutto il personale che ho trovato squisito… anche perché ci sono un sacco di meridionali!».
Il maestro Muti con gli orchestrali che si sono esibiti in carcere a Opera
Il maestro Muti con gli orchestrali che si sono esibiti in carcere a Opera
Ma poi va dritto al cuore di quello che chiama miracolo, «guardateli davvero questi strumenti dai colori insoliti», chiede, sono la dedizione di persone che proprio in questo luogo hanno imparato l’arte somma di Stradivari. Per la prima volta c’è persino un clavicembalo, con la sua “chiglia” aperta sembra proprio un gozzo arenato, eppure suonerà Vivaldi… «Anch’esso era una barca, portava persone che cercavano di raggiungere la libertà, il benessere, la democrazia». I volti segnati e quelli sereni ascoltano con la stessa emozione, ma Muti si rivolge ai primi, «voi da legno di morte lo avete trasformato in legno che vibra di vita, è un segnale immenso in un mondo che va a rotoli!».
La società, ricorda Muti ora rivolto a tutti, dovrebbe articolarsi come la musica, «dove le diverse melodie si snodano indipendenti l’una dall’altra, ma per completarsi, non per contraddirsi». Poi siede nel pubblico e il podio passa ai carcerati, ai loro pensieri buttati giù su un foglio durante quello che Umberto chiama «il giorno lunare», cioè la notte, il tempo delle angosce: «Seguo il laboratorio di scrittura e chi mi ha dato una penna alleggerisce la mia condanna», legge. Poi c’è Vittoria, pare una ragazzina (cosa avrà mai commesso, ti chiedi nell’eterno gioco un po’ crudele che in carcere assottiglia sempre il confine tra un “loro” e un “noi”) e racconta «il rumore assillante delle chiavi, l’attesa di una lettera che non arriva mai, ma poi la salvezza nella musica», dopo otto anni ha ripreso il pianoforte. Laura fa la dura, «è brutto vivere obbligatoriamente con altri in un luogo dove non vorresti essere, eppure è paradossale ma se non avessi attraversato il carcere non sarei qui a dire che ho ancora una speranza. Grazie anche al mio bambino, che con una chiamata mi fa essere mamma». Sandro la moglie non l’ha più, scomparsa dopo 48 anni di matrimonio, e a lei dedica la poesia più struggente, «alla felicità che, nella cella cupa e spartana, solo il tuo anello ben saldo mi può dare». Ivan dà coraggio ai suoi «compagni di sventura», come fa tra malati dello stesso reparto chi è già in via di guarigione, «sono in articolo 21, posso uscire a lavorare, non è una scorciatoia, è un impegno». Così pure Nicolai, autore del primo violino dell’orchestra «grazie alla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti e al liutaio Enrico Allorto, che in me oltre al detenuto hanno visto la persona». Vincenzo invece scrive al figlio che non vede da 20 anni: «Ne avevi 9 l’ultima volta – legge tra le lacrime, le sue e degli orchestrali –, ho saputo che ora sei un campione di boxe, tu fai a pugni sul ring per la fama, io per non mollare. Vivo nell’attesa di rivederti, quel giorno faremo un combattimento di pianti e gioie, ci guarderemo negli occhi e io potrò dire: abbiamo vinto l’incontro della vita. Tuo papà». Mirto studiava canto al Conservatorio, «poi è successo il fatto… e sei arrivato qui, da quattro anni non canti più – dice Muti portandoselo al pianoforte –. Ma il Padreterno ti ha dato uno strumento che sarebbe un delitto non coltivare, chiedo alle autorità che ne hanno il potere di darti degli insegnanti, verrò a trovarti per controllare», gli sorride. Mirto, alle spalle un gravissimo fatto di cronaca, nel futuro un ergastolo, è un fascio di nervi, trema sopraffatto dalla mole di tanta umanità ma, con Muti al pianoforte, canta l’Ave Maria di Bach/Gounod: si inerpica sicuro sugli acuti, ha perfetta intonazione di sopranista, solo alla fine, durante gli applausi, irrompe in un pianto inarrestabile. «Noi non siamo qui per giudicare – aveva detto poco prima il Maestro ai giornalisti –, i magistrati assolvono o condannano, noi umanamente dobbiamo solo capire come in certe persone, che hanno commesso delitti a volte anche efferati, si nasconde sempre una parte dell’anima propensa ad abbracciare il bello».
E finalmente il Va’ Pensiero. I carcerati coristi si alzano nel pubblico e intonano l’inno di ogni popolo prigioniero, “O mia patria, ’sì bella e perduta”, cantano forte… «È l’invocazione di un ritorno a casa, qui particolarmente significativo», li ringrazia Muti alla fine, «il vostro modo di cantare mi ha arricchito, dimostra un animo che cerca l’armonia, al di là di quello che è stato il passato. Voi non avete la libertà, ma cantando con questo affetto la esprimete e un giorno la raggiungerete, vi auguro tutta la bellezza e la pace che meritate».  E ora la standing ovation la chiede lui. Tutta per loro.
Il maestro Muti al carcere di Opera in occasione del cancerto con gli Strumenti del Mare
Il maestro Muti al carcere di Opera in occasione del cancerto con gli Strumenti del Mare

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