L'appello da Neve Shalom: via il blocco agli aiuti umanitari a Gaza
di Benedetta Macripò e Rosita Poloni
All'Oasi di pace NSWAS, in Israele, dove vivono insieme ebrei e palestinesi, una conferenza internazionale per ridare slancio alla resistenza nonviolenta ai conflitti. Le testimonianze e la cerimonia per i nuovi Giusti

Da Neve Shalom-Wahat al Salam (Oasi di Pace), arrivano un messaggio di solidarietà nei confronti di chi continua a praticare la resistenza nonviolenta e un appello forte che chiede di eliminare il blocco degli aiuti umanitari a Gaza. Una richiesta semplice ma quanto mai urgente anche alla luce degli ultimi sviluppi legati agli attivisti della Global Sumud Flottilla. Nonostante le enormi difficoltà legate alla guerra, una delegazione di Fondazione Gariwo e Associazione Italiana Amici di NSWAS ha raggiunto il villaggio cooperativo che si trova sulle colline tra Tel Aviv e Gerusalemme. Fondato oltre cinquanta anni fa, nell’insediamento vivono fin dall’inizio cittadini israeliani ebrei e palestinesi, con l’obiettivo comune di creare uno spazio di convivenza paritaria, negli ultimi giorni Neve Shalom ha ospitato la conferenza internazionale “Rescuing the Rescuers”, che ha riunito l’esperienza accademica di professori universitari del calibro di Amos Goldberg e Raeif Zreik insieme alle esperienze e alle testimonianze dirette dai Giardini dei Giusti in Giordania e in Ruanda, rappresentato da Francoise Kankindi. È proprio per partecipare a quest’incontro e per prendere parte alla cerimonia per i nuovi Giusti che Fondazione Gariwo e l’Associazione Italiana Amici di NSWAS, che supporta le attività del villaggio e i progetti legati alla memoria dei Giusti, hanno fatto di tutto.

Dal 2015 il Villaggio ospita un Giardino dei Giusti “Garden of Rescuers”, parte della rete internazionale dei Giardini dei Giusti promossa da Fondazione Gariwo, che quest’anno sceglie di onorare il coraggio di Aviv Tatarsky, in rappresentanza del gruppo Engaged Dharma Israel, impegnato al fianco delle comunità palestinesi attraverso pratiche di presenza solidale e nonviolenta, spesso definita “protective presence”. Aviv ha accettato l’onorificenza a nome di tutte le associazioni che in Israele lavorano ogni giorno, praticando la nonviolenza, per proteggere i palestinesi dall’occupazione e dalle violenze dei coloni.
L’obiettivo principale degli incontri, che si sono tenuti lunedì 18 e martedì 19 maggio, è stato creare uno spazio di dialogo e discussione per mettere in rete i Giardini e le storie dei Giusti da diverse parti del mondo. In questo modo, si possono trasformare le commemorazioni e memorie locali in una piattaforma globale di prevenzione, contrastando, così, la “banalità del male" che si alimenta dell'indifferenza dei singoli individui di fronte alla violenza sistemica. C’è chi rompe questo muro di indifferenza, come Aviv Tatarsky, che ha raccontato la motivazione dietro alle azioni non violente del loro gruppo e di molti altri gruppi non formali. «È molto difficile, perché quando ci troviamo di fronte a questa violenza - ha spiegato Aviv - proviamo, o almeno io provo, molta rabbia. E quindi, a volte, emerge il desiderio che chi è violento venga punito, oppure che io stessa reagisca. Nel nostro gruppo, e tra i diversi gruppi insieme, abbiamo un profondo impegno per la nonviolenza, perché comprendiamo quanto la violenza sia distruttiva e perché sappiamo che gli esseri umani sono tali e vanno protetti, indipendentemente da ciò che fanno». Nel suo intervento di apertura, Ariela Ben Ishay, membro del villaggio e a capo delle relazioni con le organizzazioni, ha inquadrato il senso più profondo della conferenza: un'occasione per riflettere sul "Giardino come paesaggio morale", sottolineando la necessità di continuare a creare spazi di riflessione sul lutto e sulla memoria in un'epoca segnata da identità contrapposte. In questo senso, le storie universali dei Giusti possono essere il collante non solo di una società, ma dell’umanità intera. Successivamente, il Professor Raef Zreik (Vavnvleer Institute of Jerusalem) ha affrontato la dimensione filosofica e antropologica dei genocidi, evidenziando la difficoltà di mantenere la fiducia nella solidarietà umana in contesti di guerra estrema. Proprio per questo motivo, resta fondamentale riconoscere e ricordare le storie di chi mantiene alta questa fiducia e continua ad alimentarla. Anche se con gesti non eccezionali, ma attraverso un "comune atto politico di cittadinanza", riconducendo il tutto a dimensione possibile di normalità umana e civile.
Il Professor Amos Goldberg, poi, ha presentato un'analisi giuridica focalizzata sul caso presentato dal Sudafrica contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia. Goldberg ha richiamato i criteri della Convenzione ONU del 1948, analizzando i dati relativi alla distruzione di infrastrutture, al blocco delle risorse e alla deumanizzazione del linguaggio. Richiamando la definizione di Raphael Lemkin, Goldberg ha spiegato come l'uso del termine "genocidio" sia necessario per comprendere la portata storica e sistematica della distruzione di un gruppo sociale.
Rimane aperta una domanda decisiva: quale può essere il ruolo delle terze parti quando la violenza sembra schiacciare ogni spazio di azione? Come possono le società, le istituzioni religiose e civili, i testimoni esterni, sostenere chi salva, chi cura, chi soccorre, chi tiene alta l’etica dell’umano? Anche durante il discorso tenuto per la cerimonia al Giardino dei Giusti, il sindaco del villaggio Eldad Joffe, si è posto domande molto importanti. “Cosa vuol dire essere eroi? Chi sono le persone che scegliamo come eroi?”, ha chiesto il sindaco riconoscendo che, effettivamente, il progetto del Giardino dei Giusti e le sue storie rappresentano un’alternativa alle dinamiche divisive e di oppressione. Una possibile chiave di lettura viene da un’altra ferita della storia: il Ruanda. L’esperienza di Françoise Kankindi, di Bene Rwanda Onlus e del Giardino dei Giusti di Kigali ricorda che anche dopo atrocità estreme è possibile ricostruire legami, riaprire cammini di riconciliazione e trasformare la memoria in responsabilità. Non per dimenticare il male, ma per impedire che esso continui a generare odio.
In quest’ottica il concetto comune a molte tradizioni africane di Ubuntu risuona molto forte: io sono perché noi siamo. Una persona diventa pienamente umana, cresce e può fiorire, solo attraverso gli altri esseri umani. È un’intuizione che parla direttamente anche al presente e all’esperienza specifica del villaggio: nessuna identità può salvarsi da sola, nessun dolore può essere assolutizzato fino a cancellare quello dell’altro, nessuna pace può nascere senza il riconoscimento della comune dignità. Da Neve Shalom Wahat al Salam, il messaggio è dunque chiaro: la pace non nasce dall’indifferenza, ma dalla scelta concreta di proteggere chi ancora crede, con gesti quotidiani e spesso rischiosi, che nessun popolo possa essere escluso dalla dignità umana.
Benedetta Macripò è responsabile della rete dei Giardini Gariwo
Rosita Poloni è membro della Associazione Amici di Neve Shalom-Wahat al Salam
Rosita Poloni è membro della Associazione Amici di Neve Shalom-Wahat al Salam
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