La classe e quel cadavere avvistato in mare: «Lezione che non si dimentica»
La lettera degli studenti del liceo scientifico Galluppi di Tropea: «Ci siamo accorti che le onde stavano restituendo il corpo di un migrante e abbiamo allertato la Capitaneria di porto». Era uno dei dispersi del ciclone Harry. «Ora a scuola ci chiediamo: ma davvero di fronte a queste tragedie, possiamo sentirci innocenti?»

C’è un’intera classe che non dimentica. Che non può più far finta di niente davanti a tutti quei migranti morti in mare. A quelle storie di viaggi, naufragi e nuove speranze. È la classe 5° B del liceo scientifico P. Galluppi di Tropea, in provincia di Vibo Valentia. Proprio dove un mese fa il mare ha restituito il corpo senza vita di un migrante. Inizialmente si pensava fossero due: sono stati quegli studenti ad avvistare i due corpi galleggiare tra le onde e poi ad allertare la macchina dei soccorsi, la Capitaneria di porto.
«Lo vedi che ci sono le gambe? Quella è la testa! È un uomo morto, è morto, chiamate qualcuno! Queste grida non provenivano da un film o da un racconto lontano, ma dalle aule del nostro Liceo Scientifico di Tropea. - racconta Clara, in una lettera inviata ad Avvenire -. Attorno a un salvagente arancione, tra le onde che solitamente ammiriamo, giaceva ciò che restava di un uomo: un corpo restituito dal mare, un viaggio spezzato a pochi metri dalla nostra terra. Le emozioni e le sensazioni che ci hanno travolti sono state indescrivibili, soprattutto dopo aver conosciuto la storia di quel cadavere». Quel corpo senza vita apparteneva a un uomo, partito come tanti altri dalla Tunisia. Forse è proprio uno di quei mille dispersi nel Mediterraneo durante il ciclone Harry.
Quella immagine resterà impressa nella memoria di tutti i ragazzi «come una lezione che nessun libro di testo ci potrà mai dare». Dopo il ritrovamento del corpo in mare, racconta il dirigente scolastico, Nicolantonio Cutuli, si è deciso di organizzare diversi incontri di approfondimento sul tema delle migrazioni: con la Guardia costiera, le Ong che operano in mare per salvare le persone che partono dall’altra parte del Mediterraneo e alcuni esperti e giornalisti. «Abbiamo fatto molte riflessioni profonde sul valore della vita, sulla fortuna di trovarsi dalla parte “giusta” del mondo e sul dovere di non restare indifferenti davanti a un mare che, troppo spesso, smette di essere un “inizio” e diventa un “addio”» prosegue il racconto Chiara.
Ma non è solo Tropea a diventare protagonista testimone, suo malgrado, di una tragedia che si consuma ogni giorno nel nostro mare. Dalla Calabria infatti arriva anche il terribile naufragio di Cutro, che qui ancora nessuno ha mai dimenticato.
«Quello che abbiamo visto non era solo un corpo senza vita su una spiaggia. È l’immagine di dignità tradita. Perché prima di essere numeri, prima di essere “sbarchi”, prima di essere “emergenze”, quelle persone erano volti, nomi, famiglie, sogni - prosegue Chiara - La dignità è questo: riconoscere l’umanità dell’altro anche quando il mondo sembra averla dimenticata. E forse oggi siamo qui proprio per chiederci dove finisce la nostra responsabilità. Se il mare è innocente, noi possiamo davvero dirci tali?». A 19 anni, poco più che maggiorenni, quei ragazzi hanno toccato con mano, senza filtri, il dramma delle migrazioni.
«Non è stata una notizia lontana, non è stata una storia accaduta altrove. Noi ci siamo trovati lì. Dalla nostra scuola abbiamo visto arrivare quei corpi….E dico corpi perché noi siamo convintissimi di averne visti due. Abbiamo sentito il silenzio. Abbiamo avvertito i soccorsi, le forze dell’ordine. Non avremmo dovuto usare i telefoni, ne siamo consapevoli. A scuola non si può, ma forse in quel momento non stavamo pensando alle regole. Siamo ragazzi abituati ad avere il telefono in mano per qualsiasi cosa: per raccontare, per condividere, per capire quello che succede. È stato quasi un gesto istintivo. Non per spettacolarizzare, non per mancare di rispetto, ma perché avevamo bisogno di fermare quell’istante. Di renderlo reale. Di non lasciarlo scivolare via come una notizia tra tante».
Sono in tutto 14 i corpi senza vita dei migranti restituiti dal mare tra il 6 e il 20 febbraio: sulla costa tirrenica della Calabria e in Sicilia. È quasi impossibile ricostruire la provenienza e l’identità delle persone morte in mare. Si sa solo che in Tunisia e in Libia ci sono familiari e parenti di persone che sono partite via mare e di cui non si sa più nulla.
«Quelle immagini poi sono finite nei telegiornali e sui social. E lì abbiamo capito che non avevamo solo registrato un evento: avevamo raccolto una testimonianza. In quel momento abbiamo capito che la dignità non è una parola astratta. È qualcosa che si difende anche solo scegliendo di guardare, di non voltarsi dall’altra parte, di raccontare» conclude Clara da Tropea.
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