La Brexit 10 anni dopo è diventata un problema: perché Londra ha nostalgia dell'Europa
In migliaia oggi per le vie della capitale inglese chiedono il "Rejoin", il ritorno nell'Unione. Punto per punto, ecco l'elenco dei rimpianti del Regno Unito. Con un paradosso: tra i favoriti delle prossime elezioni c'è ancora Nigel Farage, che volle la secessione da Bruxelles nel 2016

Sono passati dieci anni (e sei governi) dal referendum che decretò lo strappo della Brexit. Ma il dibattito, alimentato dalle ragioni dei Leave e dei Remain, non si è ancora spento. Certo, i toni sono cambiati. Non sono più quelli infuocati che hanno segnato la campagna elettorale che portò al voto del 23 giugno 2016. Sull’annoso divorzio dall’Unione Europea, il Regno Unito, oggi, si pone una domanda: ne è valsa la pena?
L’economia
Non è solo il pragmatismo british che la impone. Londra, così è stato ampiamente spiegato da chi si è cimentato nell’eziologia della Brexit, ha in fondo vissuto l’integrazione europea come un’opportunità economica più che come un progetto politico condiviso. È da qui che bisogna dunque partire per provare a tirare le somme. L’impatto della pandemia di Covid-19, delle guerre in Ucraina e in Iran e delle dispute commerciali di Donald Trump non facilitano il bilancio. Tuttavia, gli esperti concordano sul fatto che le previsioni di lungo periodo fossero sostanzialmente corrette: l’economia britannica ingessata delle nuove procedure doganali è crescita meno di quanto avrebbe potuto se fosse rimasta all’interno del mercato unico. Un'analisi di Nick Bloom, autorevole economista britannico dell’Università di Stanford, pubblicata dal National Bureau of Economic Research degli Stati Uniti, mostra che il Pil pro capite del Regno Unito è tra il 6% e l’8% più basso rispetto a quello che sarebbe stato senza la Brexit. Ne hanno risentito le imprese, gli investitori e soprattutto le famiglie che si sono ritrovate mediamente più povere di migliaia di quattrini all’anno. La sterlina non è mai tornata sopra i livelli precedenti all’addio all’Ue, riducendo il potere d’acquisto dei britannici all’estero. A fine 2025, persino un economista dichiaratamente Brexiteer come Ryan Bourne sottolineava: «Non prendiamoci in giro. I fatti mostrano che dal 2016 il Paese è cresciuto più lentamente anche di Italia, Francia e Giappone, nonostante i loro numerosi problemi».
I sondaggi
Secondo una statistica di YouGov del 9 giugno, il 57% dei britannici ritiene che il Regno Unito abbia sbagliato a votare per l'uscita dall'Unione Europea. Il 23% degli intervistati che oggi si dicono delusi aveva votato Leave nel 2016. John Curtice, sondaggista del National Centre for Social Research, dice che se nel 2025 si fosse tenuto un nuovo referendum, i sostenitori della permanenza nell’Ue avrebbero vinto nettamente con il 58% contro il 42%. Sei britannici su dieci, ancora, considerano il partito conservatore e Boris Johnson, il premier che ha traghettato il governo durante la transizione, i principali responsabili del mancato successo del divorzio.
B-regret
L’idea di Johnson che il Paese potesse avere con la Brexit «una torta da mangiare tutta per sé» si è rivelata un miraggio. La nuova autonomia normativa non ha portato ad alcunché. L’ex segretario di gabinetto Simon Case ha dovuto ammettere e che «nessuna delle principali promesse sui benefici economici e migratori fatte durante la campagna è stata mantenuta» e che i risultati sono «poco meno di un disastro». Il governo laburista di Keir Starmer, arrivato al potere nel 2024, ha promesso di correggere «il maldestro accordo di Johnson», quello sul Commercio e la Cooperazione con l’Ue su cui si regge l’impianto delle relazioni tra Londra e Bruxelles, e di abbattere le barriere commerciali che aveva eretto. Il grand reset, così è stato presentato, non ha però mai messo in discussione i principi fondamentali alla base del trattato: il rifiuto di un'unione doganale, dell'appartenenza al mercato unico e della libera circolazione delle persone. Al vertice Regno Unito-Ue tenutosi nel maggio 2025, la cornice entro cui si continua a negoziare il reset, le due parti concordarono un'agenda negoziale focalizzata sull'agricoltura, sul collegamento dei rispettivi sistemi di scambio delle emissioni, sulla possibile partecipazione del Regno Unito al mercato interno dell'elettricità dell'Ue e su un programma di mobilità giovanile. Le parti si sono impegnate a collaborare più strettamente nel campo della sicurezza, mentre il presidente Usa Donald Trump iniziava a mettere in discussione i presupposti sui quali gli europei avevano basato il proprio pensiero strategico in materia di sicurezza dalla Seconda guerra mondiale in poi. Più di un anno dopo quel vertice, i britannici non hanno molto da celebrare. I francesi possono essere soddisfatti: hanno ottenuto una proroga di dodici anni dell'accordo sulla pesca, superiore a quanto inizialmente richiesto.
Farage e Starmer
La beffa della Brexit è per lo più politica. Nonostante il malcontento dei britannici, chi si sta facendo sempre più largo sulla scena è l’ex europarlamentare Nigel Farage, il Mr. Brexit per antonomasia. Oggi, il suo partito, Reform UK, residuo del Brexit Party e, ancor prima, dell’Ukip, è in testa nei consensi rilevati dai sondaggi. A maggio, lo ricordiamo, ha stravinto le elezioni amministrative erodendo consensi ai laburisti. Se dovesse ottenere la maggioranza alle prossime elezioni parlamentari — scenario tutt’altro che impossibile — il Regno Unito si ritroverebbe governato proprio dal partito maggiormente responsabile del B-regret, il rimpianto per la Brexit. Per la prima volta dal referendum del giugno 2016, l’idea di chiedere il ritorno nell’Unione Europea è comparsa all’orizzonte della politica britannica come opportunità politica per il rilancio dei laburisti che lo evocano per conquistare il favore degli iscritti. L’ex ministro della Salute Wes Streeting, uno di quelli che ambisce a prendere il posto di Starmer, ha recentemente dichiarato che lasciare l'Unione Europea è stato un «errore catastrofico» e ha proseguito sostenendo che il futuro della Gran Bretagna risiede all'interno dell’Europa. Il modo in cui il dibattito si svilupperà dipende da molti fattori, non ultimo l’identità del nuovo Primo Ministro.
Il futuro
Il 55% dei britannici dichiara di sostenere il rientro del Regno Unito nell'Unione Europea, percentuale che crolla al 35% se dovesse avvenire senza le deroghe di cui godeva nell’era pre-Brexit. L’ipotesi di un referendum per il re-join appare per il momento improbabile. Ma c’è da chiedersi come Londra verrebbe riaccolta nel “club” dei 27 da cui è uscita sbattendo la porta. In fondo, l’Ue ha già riscosso il suo “premio”: nessun altro Stato membro ha seguito la strada britannica. Molti lo vedrebbero con favore perché consoliderebbe l’idea dell’Ue come destino naturale del continente. Ma senza fretta. A Bruxelles c’è chi potrebbe pretendere l’impegno ad adottare sia l’euro sia Schengen. Il percorso sarebbe in ogni caso lungo, tortuoso e complesso, con funzionari britannici ed europei nuovamente impegnati fino a tarda notte a negoziare quote di pesca e regolamenti comunitari, come ai vecchi tempi.
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