Illeciti, carcere, bene comune: «Perché ho scelto di cambiare»

Ex guru della pianificazione fiscale internazionale, condannato per gravi illeciti finanziari, Giampaolo Corabi racconta il crollo, la fede ritrovata e il passaggio dalla dipendenza dal successo a un’idea concreta di riscatto. Oggi, in affidamento ai servizi sociali, è tra i fondatori di “Managere e libertà”, associazione che coinvolge imprese e terzo settore per sostenere detenuti e famiglie colpite dalla carcerazione
January 21, 2026
Illeciti, carcere, bene comune: «Perché ho scelto di cambiare»
Giampaolo Corabi
“C’è chi deve fare i conti con la tossicodipendenza, chi con la ludopatia. Io vivevo un’altra forma di dipendenza patologica: dai soldi e dal successo mondano. Avevo sottomesso tutto a questo, fino a commettere illeciti finanziari, fino a beccarmi una condanna, fino ad andare in carcere”. Giampaolo Corabi, ex commercialista riminese, era considerato uno dei maggiori esperti in circolazione in tema di pianificazione fiscale internazionale. Ha permesso a varie aziende di sottrarre all’erario un miliardo di euro, accumulando condanne fino a una pena complessiva di sei anni e quattro mesi. Ora si trova in affidamento ai servizi sociali e vuole mettere le sue competenze al servizio del bene: è tra i fondatori di “Managere e libertà”, un’associazione di promozione sociale ideata da persone che sono state o si trovano ancora in esecuzione penale esterna. Ieri è stato presentato a Rimini il primo progetto per aiutare minori che hanno uno o entrambi i genitori in carcere, che verrà gestito dalla Caritas.
Riavvolgendo il film della sua vita dal momento dell’ingresso nel carcere di Rimini, Corabi intravede la mano di Dio. “La prima sera è passato il cappellano per conoscermi, mi ha dato una copia di Famiglia Cristiana, leggendola ho trovato un articolo  su alcune opere di carità. Era inverno, non potevo usare il mio giubbotto perché aveva il cappuccio (vietato dal regolamento del carcere) e alcuni volontari della Caritas me ne regalarono uno per poter passare l’ora d’aria all’aperto: ero così stralunato da non riconoscere che erano miei vecchi amici. Sono due gesti apparentemente banali ma che, riletti alla luce del percorso fatto successivamente, mi hanno fatto capire che Dio mi veniva a cercare”.
Dopo qualche settimana Corabi viene trasferito nel carcere di Parma dove fa i conti con condizioni di vita molto dure, problemi di salute e il peso delle sue malefatte. “Ho sofferto tantissimo, fisicamente e psicologicamente, fino ad arrivare sull’orlo del suicidio. Mia moglie e i figli mi sono stati molto vicini, e anche lì ho trovato un amico di vecchia data, Beppe, che entrava come volontario e mi ha fatto compagnia in quei momenti difficili. Come il figliol prodigo ho ripensato alla mia vita accorgendomi di quanto avevo sperperato e di tutto il male compiuto. E proprio come nella parabola evangelica, Dio mi ha visto da lontano e mi è venuto incontro: sono stato trasferito a Rimini e poi assegnato a una sezione a detenzione attenuata, dove ho incontrato vecchi amici che facevano volontariato e venivano a trovarmi. Contemporaneamente altri stavano aiutando mia moglie a trovare lavoro e le stavano vicini. Questi fatti sono segni dell’amore di Dio verso di me e hanno ridestato la mia fede. Anche se ero in cella mi sentivo libero. Libero dal mio passato, accompagnato da gente che non mi giudicava per gli errori compiuti ma come una persona in cerca di riscatto e desiderosa di ricevere e offrire del bene. Quando mi è stato concesso l’affidamento ai servizi sociali ho pensato che era arrivato il tempo della restituzione, e che le mie capacità professionali dovevano essere messe al servizio di chi ha vissuto l’esperienza dura della detenzione”. 
Nell’agosto dell’anno scorso Corabi ha fondato insieme alla moglie e ad alcuni amici Managere e libertà: “managere” come derivato dal latino “manus agere”, agire con le mani, fare qualcosa di concreto. L’associazione si rivolge al mondo imprenditoriale locale per raccogliere fondi da utilizzare per il reinserimento sociale e lavorativo dei carcerati. Chi subisce una limitazione della libertà si trova a fare i conti con un ritorno alla normalità che si rivela una strada in salita e nella maggior parte dei casi lo riporta negli ambienti e sulle strade sbagliate che aveva percorso, come dimostrano i dati sulla recidiva. Per questo è necessario costruire una rete di sostegno coinvolgendo le imprese e le realtà del terzo settore che operano nei penitenziari. “Oggi si parla di recidiva zero come obiettivo da raggiungere - commenta Corabi -. In base alla esperienza mia e di altri detenuti, posso dire che questo è possibile solo attraverso una compagnia umana che sostenga le persone che sono in esecuzione penale sia interna sia esterna. Il lavoro è necessario ma non basta: deve essere accompagnato da un’amicizia, perché l’umano possa rifiorire”.
Il primo progetto si chiama Fondo doti educative, è rivolto ai minori che vivono in contesti familiari colpiti dalla carcerazione, perché l’educazione è il primo antidoto contro la cultura dell’illegalità. Un altro progetto che si intende sostenere è il Pronto soccorso sociale della Comunità Papa Giovanni XXIII per accogliere detenuti in uscita che non hanno una dimora. Dalla sua odissea Corabi ha imparato che se il passato non può essere cancellato, si può aiutare a costruire un futuro diverso. Come ricorda la frase di C. S. Lewis che campeggia nel sito dell’associazione: “Non puoi tornare indietro e cambiare l’inizio, ma puoi iniziare dove sei e cambiare il finale”.

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