«Il lavoro mi avvicina alle mie figlie»: le speranze dei detenuti all'articolo 21
Sono le persone che possono lavorare all'esterno. Nel carcere di Bollate, a Milano, hanno incontrato le imprese per un impiego: tra chi lo trova la recidiva crolla

Maila lavora senza mai perdere di vista le sue figlie Carolina, 32 anni, e Gaia, 19 anni. Le loro fotografie, stropicciate e colorate, sono appese su una bacheca che incornicia lo schermo del suo computer: «Le tengo qua per tirare avanti – racconta –. Quando mi viene un po’ di malinconia, le guardo e mi ripeto che prima o poi tornerò da loro». A separare Maila dalle figlie, sono le sbarre e le spesse mura del carcere milanese di Bollate in cui è detenuta. La donna è una delle 175 persone che attualmente lavorano all’interno della casa di reclusione, in attesa che la direzione del carcere e i magistrati di sorveglianza le approvino l’ambitissimo “articolo 21”: il lavoro all’esterno. Ma ai detenuti non basta la buona condotta e il beneplacito dei giudici per uscire dal carcere con un impiego: serve, come a tutti, un’offerta di lavoro. Per questo, il carcere di Bollate ha aperto le porte ai rappresentanti di dieci aziende del retail associate a Confimprese per valutare l’assunzione di detenuti “in articolo 21”. L’obiettivo? Superare il pregiudizio sui carcerati. «Il lavoro è dignità. Mi serve per continuare a fare la mamma, per sentirmi utile al mondo e alla famiglia – ha commentato Maila, rivolta alla delegazione di Confimprese –. Per raggiungere questa dignità, però, ho bisogno che voi imprese mi diate fiducia».
I detenuti nel carcere di Bollate – e nelle altre case di reclusione italiane – hanno formazioni professionali di ogni genere. Alcuni si sono specializzati prima di entrare in carcere, come nel caso dei medici o degli ingegneri reclusi, ma in altre circostanze è proprio l’esperienza maturata in galera ad alimentare il curriculum degli aspiranti “articolo 21”. «Tra dentro e fuori, durante la mia pena ho fatto di tutto – continua Maila –. Ho lavorato per corrieri e per mobilifici. Ho il certificato per la sicurezza alimentare e quello per guidare il muletto. Finché resto dentro, sento il peso della galera addosso: per questo ho più voglia di lavorare di molte persone libere». Per la maggior parte dei detenuti in Italia, però, trovare un impiego con datori di lavoro esterni è un percorso a ostacoli: secondo i dati del ministero della Giustizia riferiti al 2024, solo il 5,1% della popolazione detenuta lavora per imprese diverse dall’istituto penitenziario e 898 sono i lavoratori “in articolo 21”. Solo in sei carceri, in particolare, la percentuale di lavoratori all’esterno supera il 20% (dati Antigone). Se questi numeri crescessero, diminuirebbe di pari passo la recidiva: secondo i dati raccolti dal Cnel, le probabilità che un detenuto lavoratore (o che ha svolto percorsi di formazione in carcere) torni a delinquere scendono al 2%, contro il 69% dell’intera popolazione carceraria.
Eppure, assumere un detenuto è vantaggioso anche per le aziende. Non solo per le compensazioni che alleggeriscono il costo dei contratti: «È una sfida che ha una serie di vantaggi – spiega Roberto Bezzi, responsabile dell’Area educativa di Bollate –. I detenuti contribuiscono sicuramente al profitto, perché le imprese assumono persone competenti. Ma contribuiscono anche alla sicurezza sociale: il lavoro dà identità ai carcerati e un senso alla pena». Dello stesso parere sono anche le aziende che hanno incontrato i detenuti a Bollate. Ruggero Rutigliano, responsabile delle risorse umane di un’azienda di calzature, sostiene che le barriere logistiche dovute al carcere non ostacolino un’assunzione: «Hanno degli orari di rientro in carcere molto rigidi – spiega ad Avvenire – ma, dopo questa visita, credo che un loro inserimento sarebbe assolutamente possibile. Se ogni impresa facesse la sua parte, anche il sistema carcerario ne beneficerebbe». Altre aziende presenti a Bollate, invece, si sono già dette pronte a imminenti assunzioni. «Per le imprese retail rappresenta un’opportunità per rispondere alla carenza di personale con lavoratori motivati, accompagnati da percorsi di formazione e responsabilizzazione», commenta Mario Resca, presidente di Confimprese.
La maggior parte dei detenuti lavoranti a Bollate, in effetti, ripete di essere guidato da una motivazione nata in carcere. «Dietro alle sbarre ci sono anche persone con disabilità fisiche che vogliono e possono lavorare». A sostenerlo è Elena, che ha una invalidità sociale ed è la prima detenuta in Italia ad aver ottenuto il permesso per lavorare all’esterno come attrice di teatro. Negli anni ha interpretato personaggi femminili da Antigone ad Alda Merini. «Vengo da una famiglia criminale – aggiunge – e non ho mai lavorato. Ma in carcere ho scoperto una parte di me che non conoscevo, lavorando nel teatro. Ho compreso in galera quanto il lavoro sia importante per me». Al momento, però, Elena è disoccupata: «Combatterò anche la mia disabilità e cercherò un reinserimento sociale, ma serve che ci vive fuori abbatta il pregiudizio. Varcare la linea tra libertà e detenzione può succedere a tutti».
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