Eventi estremi ed erosione delle coste: quell'Italia fragile da custodire

Le immagini di devastazione del ciclone Harry ci interrogano sulla necessità di limitare il consumo del territorio e dotare di infrastrutture adeguate, non certo del ponte sullo Stretto, Sicilia e Calabria
January 24, 2026
Eventi estremi ed erosione delle coste: quell'Italia fragile da custodire
Una casa trascinata in mare sul litorale di Mascali (Catania) in balia delle onde durante il passaggio del Ciclone Harry/ ANSA
«Dio perdona sempre, l’uomo perdona a volte, la Terra non perdona mai». Così ripeteva spesso papa Francesco, aggiungendo «Dobbiamo custodire la sorella Terra, la madre Terra, affinché non risponda con la distruzione». La Terra chiede il conto. Sempre più “salato”. Così in questi ultimi mesi dopo le piogge “anomale” al nord abbiamo avuto le onde “anomale” al sud. Anomalie che stanno diventando normalità. Effetto dell’aumento della temperatura e in particolare di quella dei mari. Ce lo spiegano da anni climatologi e meteorologi di come i mari sempre più caldi siano diventati un enorme accumulo di energia che carica le precipitazioni autunnali-invernali trasformando le piogge in alluvioni e i venti in cicloni, come Harry dei giorni scorsi. Lo ripetono inascoltati e ora ne paghiamo sempre più spesso le conseguenze. «La Terra non perdona» chi è sordo, chi continua a negare, ma soprattutto chi la natura ha saccheggiato, sfruttato, cementificato. Ci sono immagini degli effetti di Harry che parlano da sole. Quella di Scaletta Zanclea nel Messinese dove la ferrovia è rimasta sospesa nel vuoto per l’erosione del terreno provocato dalle onde. Foto che ci ricordano episodi analoghi in Calabria. Sempre rotaie senza più sostegno. Regioni dai territori fragili. «Uno sfasciume pendulo sul mare» definiva la Calabria il grande meridionalista Giustino Fortunato. Il Messinese ha subito alluvioni e frane drammatiche, con decine di morti, come quella del 2009 che colpì anche Scaletta Zanclea. Territori da tutelare ma dove i collegamenti stradali e ferroviari sono ancora ottocenteschi. Come sulla costa ionica calabrese, devastata da Harry, servita da una ferrovia a binario unico e in gran parte non elettrificata, e dalla statale 106, “la strada della morte” per l’altissimo numero di incidenti. Basta un’onda “anomala” e i crolli o i rischi di crollo bloccano tutto, come in questi giorni.
E non sarà certo il Ponte sullo Stretto a risolvere questi drammatici e colpevoli ritardi per territori bisognosi di urgenti interventi. Anche perché le “anomalie” sono in preoccupante aumento. Secondo un recentissimo dossier di Legambiente nel 2025 gli eventi meteo estremi sono stati 376, con +5,9% rispetto al 2024. Il secondo anno con più eventi, dopo il 2023 segnato da 383 episodi. Che non provocherebbero, però, lutti e disastri se i territori fossero gestiti bene, “custoditi”, come ci invitava a fare papa Francesco. Invece, come denuncia l’ultimo rapporto “Mare monstrum” sempre di Legambiente, nel 2024 sono stati 25.063 i reati accertati lungo le nostre coste dalle forze dell’ordine e di questi ben 10.332 quelli relativi al ciclo illegale del cemento. Ma non è solo abusivismo edilizio. Altre immagini relative agli effetti del ciclone Harry, sono quelle che fanno vedere alcuni tratti di costa prima e dopo lo scatenarsi delle onde e del vento. Il prima sono palazzi a ridosso del mare, divisi dall’acqua solo da una strada con le auto parcheggiate. Il dopo sono l’acqua arrivata fino alle case e la strada sventrata. Case e strade, evidentemente, non abusive, ma cemento autorizzato che occupa aree tra le più delicate e fragili. Secondo l’ultimo rapporto dell’Ispra sul consumo di suolo nel 2024 ben 83,7 km² di territorio sono stati trasformati in aree artificiali, con un incremento del 15,6% rispetto al 2023, quasi 230mila m² al giorno, 2,7 m² al secondo. Con effetti disastrosi. Circa 1.200 chilometri delle nostre coste sono fortemente soggetti a erosione con arretramenti medi superiori a 25 metri negli ultimi 50 anni, un fenomeno che riguarda il 42% delle coste sabbiose. Aumentano gli eventi estremi ma si continua a costruire dove non si dovrebbe e così provocano sempre più danni. Ora i politici delle regioni colpite denunciano danni per miliardi di euro e chiedono l’intervento del governo. Gli stessi politici che hanno permesso e spesso favorito questo consumo di territorio, disordinato, sbagliato e non poche volte criminale. Ora si chiedono soldi per ricostruire. Nello stesso modo, negli stessi luoghi? Per poi magari difendere il cemento sbagliato con altro cemento sbagliato, ingabbiando le onde con dighe e muraglioni. «Tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono», scriveva Bertolt Brecht. Sarebbe invece il momento di fare qualcosa in meno e non in più, rinaturalizzare e delocalizzare, ridare spazio alla natura, custodendo davvero “Madre Terra”.

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