L'Onu: il traffico di esseri umani va avanti impunito. Nuovo naufragio: 19 morti e 21 dispersi
La denuncia dell'ultimo rapporto delle Nazioni Unite sulla Libia: un intero Paese è in mano ai gruppi armati, il ritorno di Almasri dall'Italia dice che la giustizia è irrilevante. Tragedia al largo della Tunisia

Mentre dal Mediterraneo arriva l’ennesima drammatica notizia che parla di un naufragio con almeno 19 morti e 21 dispersi, in Libia, secondo l’ultimo rapporto del “Panel of experts” dell’Onu, il traffico di esseri umani continua ad operare “impunito” sotto la luce del sole.
Naufragio al largo della Tunisia: 19 morti e 21 dispersi. Recuperato un morto a Lampedusa
A denunciare l’ennesima tragedia del mare è ancora una volta la Ong Mediterranea Saving Humans che conferma gli allarmi e i timori allertati solo due giorni fa da Alarm Phone: un naufragio al largo della Tunisia con 19 corpi recuperati e almeno 21 dispersi. «Si trattava di una imbarcazione partita dal porto tunisino di Sfax la mattina del 28 marzo con 56 persone a bordo e che si è imbattuta nel mare in tempesta non appena allontanatasi dalla costa» spiega la Ong. «Sul posto è intervenuta la Guardia nazionale tunisina che ha soccorso e riportato a terra solo 16 sopravvissuti – aggiunge la Ong - Mentre la barca Safira continua la sua missione di monitoraggio in mare proprio nelle acque tra la Tunisia e Lampedusa, dall’isola pelagica arriva un’altra brutta notizia: durante la sua ordinaria attività di pattugliamento una motovedetta della Guardia Costiera italiana ha recuperato oggi pomeriggio (lunedì pomeriggio, ndr) un corpo senza vita, probabilmente in mare da diversi giorni». Grande preoccupazione viene infine espressa dall’equipaggio di Mediterranea Saving Humans dal momento che una nuova forte perturbazione investirà da lunedì il mar Mediterraneo centrale.
Il rapporto degli esperti Onu: le milizie attori protagonisti in Libia
Un intero Paese in mano ai gruppi armati. Sono i miliziani a comandare l’economia e la politica della Libia: non fa sconti l’ennesimo rapporto del “Panel of experts” dell’Onu che, ancora una volta, punta il dito contro il Paese nordafricano da cui transitano migliaia e migliaia di migranti in fuga dalla guerra e in cerca di un rifugio in Europa. Il rapporto finale del “Panel” consegna una tesi netta: in Libia i gruppi armati non si limitano a condizionare lo Stato, ma ne hanno progressivamente occupato le funzioni, trasformando la governance in un sistema di coercizione e rendita. La formula usata è eloquente: le milizie sono divenute “the main actor” (l’attore protagonista, ndr) che determina gli esiti della governance attraverso tattiche “coercitive e da cartello”. Il documento insiste sul fatto che ministeri, apparati di sicurezza, imprese pubbliche e snodi finanziari operano in un ambiente costruito per proteggere le milizie, garantire impunità ai loro uomini e produrre entrate. Dopo gli scontri del maggio 2025 a Tripoli, i gruppi armati hanno approfittato della crisi per prendere controllo di sedi statali, usare le istituzioni come luoghi di intermediazione e ricatto, e trasformare il possesso fisico di uffici pubblici in fonte di reddito e potere. Il Panel scrive che il controllo delle sedi consentiva sia di estrarre denaro con schemi estorsivi, sia di agire da “gatekeepers”, regolando accesso, nomine, contratti e favori.
Non solo contrabbando di esseri umani: il carburante e quel sistema permeato da impunità
Il rapporto mostra inoltre come il crimine non resti confinato al traffico di migranti. Le stesse logiche governano il contrabbando di carburante, i traffici transfrontalieri e i mercati di guerra. Nel sud, il Laaf (Libyan arab armed forces – le Forze armate arabe libiche, ndr) ha ristrutturato la propria presenza per controllare le rotte del contrabbando; Subul al-Salam ha consolidato corridoi logistici verso Sudan, Niger e Ciad; gruppi terroristici e reti criminali hanno trovato nella tratta e nel contrabbando una fonte stabile di ricavi. Persino il settore petrolifero viene descritto come permeato da un “sistema di impunità”, con esportazioni illecite e coperture politiche. Anche qui la tratta di esseri umani è parte di un ecosistema più vasto: non fenomeno isolato, ma segmento di una economia criminale integrata.
Il ritorno di Almasri e la giustizia internazionale “irrilevante”
Il rapporto dedica un capitolo anche ad Almasri, Osama Najim: il suo ritorno dalla custodia italiana alla Libia ha rafforzato, tra vittime e legali, la convinzione che i meccanismi internazionali di giustizia siano irrilevanti o inefficaci. Non è solo una nota sul fallimento giudiziario: è la misura di quanto le milizie e i loro referenti istituzionali possano contare su una sostanziale resilienza dell’impunità, anche quando l’azione giudiziaria arriva fino all’Europa.
La Rappresentante speciale dell’Onu: la crisi investe l’intera struttura dello Stato
Il messaggio di fondo è che la Libia sta peggiorando “su molti fronti” e che la crisi non è solo militare o economica, ma investe ormai la struttura stessa dello Stato, secondo la Rappresentante speciale dell’Onu, Hanna Tetteh. Le reti criminali prosperano perché trovano istituzioni frammentate, controlli deboli, confini porosi e scarsa responsabilità. Tetteh afferma che le reti criminali transnazionali sono fiorite in Libia e che il paese è diventato un hub importante non solo per il narcotraffico, ma anche per il traffico di armi e di persone. Il punto rilevante è il nesso tra queste economie illecite e la corrosione dell’autorità statale: i proventi del crimine si intrecciano con corruzione, flussi finanziari informali e rendite opache, fino a distorcere l’economia e alimentare l’instabilità. È un quadro politicamente molto chiaro: il traffico di esseri umani non è periferico, è uno dei motori che consuma sovranità e legittimità.
La denuncia al Consiglio di sicurezza: il traffico di persone continua ad operare alla luce del sole
Il briefing richiama poi il rapporto congiunto UNSMIL-OHCHR appena pubblicato e aggiunge due dati drammatici: tra dicembre 2025 e gennaio 2026 sono stati trovati 21 corpi in una fossa comune ad Ajdabiya e sono stati liberati oltre 400 migranti da siti di traffico e detenzione ad Ajdabiya, Tobruk e Kufra, molti con segni di tortura. Tetteh sottolinea che non si tratta di episodi eccezionali, ma di eventi che confermano una pratica diffusa “in tutto il paese”. Il valore del documento sta proprio qui: porta al Consiglio di Sicurezza la trasformazione della Libia in uno spazio dove il traffico di persone, protetto dalla frammentazione istituzionale, continua a operare quasi alla luce del sole.
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