La corsa all'oro illegale riguarda anche l'Italia (che non controlla la filiera)
La denuncia di Greenpeace: «Il metallo più pregiato viene estratto senza regole e poi "ripulito". A pagarne il prezzo sono le comunità indigene, sfruttate e dimenticate. Il nostro Paese è il secondo polo europeo per volumi con quasi mille tonnellate dal 2021: non si fa alcuna ispezione da cinque anni». La replica del ministero: impedimenti meramente amministrativi

Più il mondo appare instabile, più l’oro brilla nei mercati internazionali. In quel luccichio c’è il riflesso invisibile della paura delle donne indigene di diventare madri. Quella delle madri di allattare. E quella di un’intera comunità di morire nel silenzio di una filiera impegnata nella corsa al bene rifugio per eccellenza. Nel territorio dei Munduruku, lungo il fiume Tapajós, in Amazzonia, il mercurio usato per facilitare l’estrazione dell’oro è entrato nell’acqua, nei pesci e nei corpi delle persone. Ed è una storia che riguarda l’Italia più di quanto forse siamo soliti pensare. Tra il 2021 e il 2025 il nostro Paese ha importato quasi mille tonnellate di oro, diventando uno dei principali snodi della filiera europea. Stiamo parlando di un giro d’affari che sfiora i 40 miliardi di euro, pari al 30% del valore della filiera dell’oro europeo. Se si considerano esclusivamente i flussi provenienti da Paesi extra-Ue, l’Italia occupa addirittura il primo posto.
Un primato che dovrebbe comportare anche la responsabilità crescente di garantire che dietro quei lingotti non si nascondano deforestazione, contaminazione ambientale e violazioni dei diritti umani. È il nodo che emerge dalla nuova inchiesta “Corsa all’oro illegale” realizzata da Greenpeace Italia. Secondo l’organizzazione, le falle nel sistema delle concessioni minerarie consentono a parte dell’oro estratto illegalmente di essere “ripulito” e immesso nei circuiti commerciali internazionali come se fosse di origine regolare. Un processo che rende estremamente difficile distinguere il metallo proveniente da attività legali da quello estratto in territori indigeni o in aree soggette a tutela ambientale. L’Europa si è dotata di strumenti per limitare questo rischio. Dal 2021 le aziende che importano oro, stagno, tantalio e tungsteno sono tenute a verificare che tali materie prime non provengano da zone di conflitto o da aree ad alto rischio. Gli Stati membri devono poi controllare che tali procedure vengano rispettate. In Italia il compito è stato affidato al ministero delle Imprese e del Made in Italy. Eppure, secondo i dati raccolti da Greenpeace, nei cinque anni successivi all’entrata in vigore della normativa non sarebbe stato effettuato alcun controllo. Nessuna ispezione, nessuna verifica, nessuna sanzione. Al ministero si fa riferimento a «impedimenti meramente amministrativi». A livello europeo, intanto, non è ancora stata creata la lista degli impianti responsabili a livello globale (Eu Whitelist), pensato per rafforzare la trasparenza e la sostenibilità delle catene di approvvigionamento, attraverso l’identificazione degli impianti che rispettano standard elevanti di verifica.
Nel frattempo il commercio continua a crescere: negli ultimi tre anni le importazioni italiane sono aumentate del 26%. Sette lingotti su dieci arrivano da Paesi extraeuropei, dove la tracciabilità è spesso più difficile da ricostruire. Al primo posto tra i fornitori figurano gli Stati Uniti (33%), seguiti da Svizzera ed Emirati Arabi Uniti. Una parte significativa dell’oro proveniente da Africa e Sud America – spesso da contesti instabili o illegali – viene esportata negli Emirati Arabi Uniti, dove viene rifusa e lavorata. Si tratta di gioielli usati, scarti industriali o componenti elettronici: una volta fusi, ad esempio nei suk di Dubai, perdono ogni traccia, rendendo di fatto impossibile identificarne l’origine. Può essere così venduto alle raffinerie svizzere e da lì arrivare in Italia. Emirati e Svizzera diventano il luogo perfetto per il cosiddetto gold laundering, cioè l’ingresso nel mercato mondiale di oro estratto illegalmente o proveniente da aree di conflitto.
In questo sistema, il Brasile resta uno dei Paesi più critici per l’import di oro sporco, con estrazione spesso legata a deforestazione e violazione ai danni delle comunità indigene. L’Italia con 194 chili nel 2025 è il secondo importatore dal Paese, in aumento rispetto ai 162 chili nel 2024. «Da molti anni subiamo gli impatti dell’attività mineraria e dell’estrazione illegale dell’oro nel nostro territorio. Chi vive qui vede acque sporche e contaminate e pesci che muoiono».
A parlare è Alessandra Korap Munduruku, una delle più influenti leader indigene del Brasile. Nata e cresciuta lungo il fiume Tapajós, ha dedicato la sua vita alla difesa del territorio ancestrale del suo popolo contro l’avanzata delle miniere illegali e dei grandi progetti infrastrutturali. «Assistiamo anche a tutte le violazioni che ne derivano, come la prostituzione, il traffico di droga, le organizzazioni criminali e la mancanza di controlli da parte dello Stato». Quando le comunità hanno iniziato a registrare problemi di salute sempre più diffusi, i Munduruku si sono rivolti alla Fiocruz, il principale istituto brasiliano di ricerca in salute pubblica. «Sapevamo che ci stavamo ammalando, ma non ne conoscevamo la causa», racconta l’attivista. Gli studi realizzati nei villaggi hanno individuato concentrazioni elevate di mercurio nel sangue degli abitanti, nel latte materno e negli organismi di donne e bambini. I dati sono impressionanti: il 97% delle donne esaminate risulta contaminato dal mercurio, così come il 91% dei bambini e dei neonati. «Stiamo morendo nel silenzio, costretti a vivere con acqua contaminata», afferma Korap Munduruku. «Vediamo donne che hanno difficoltà a rimanere incinte e bambini che nascono con problemi di salute simili a quelli osservati a Minamata, in Giappone». Così, mentre l’oro continua a essere considerato un rifugio sicuro contro le turbolenze del mondo, il conto continua a essere pagato dalle comunità indigene dell’Amazzonia e le vene dell’America Latina restano aperte.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






