Dai processi e le condanne ai social nascerà un Internet migliore? Ora però tocca agli adulti

La sentenza di Los Angeles conferma che il "mezzo è il messaggio" come diceva McLuhan. Adesso tocca a genitori e insegnanti prendere in mano le redini dell'educazione digitale dei ragazzi
March 26, 2026
Dai processi e le condanne ai social nascerà un Internet migliore? Ora però tocca agli adulti
La Spagna è tra i paesi che hanno annunciato di voler vietare i social network agli under 16
La tecnologia non è neutrale, non è un semplice strumento che si piega ai nostri desideri. Al contrario, ci condiziona e influenza il nostro comportamento, come aveva a suo tempo sintetizzato Marshall McLuhan, il padre degli studi sui media, con la celebre espressione: “Il mezzo è il messaggio”. Più il mezzo è complesso, più il suo impatto su di noi è rilevante. E chi lo gestisce ne è responsabile. È una delle lezioni che possiamo trarre dalla storica sentenza di Los Angeles che condanna Meta e YouTube per aver consapevolmente diffuso prodotti in grado di creare dipendenza e non aver allertato a dovere i propri utenti – specialmente i più giovani – sui rischi. Il verdetto californiano arriva all’indomani di un’altra condanna per Meta, da parte di un tribunale del New Mexico. L’azienda in questo caso ha ricevuto una multa onerosa (375 milioni di dollari) per non aver messo in campo adeguate strategie di protezione dei minori da adescamento e sfruttamento online. Sono le prime due sentenze che sanciscono la responsabilità di un servizio Internet per gli effetti nefasti dei suoi prodotti sugli utenti. Altri tentativi fatti in precedenza si erano concentrati sui contenuti di post e video, arenandosi di fronte alla strenua difesa della libertà di espressione, garantita dalla Costituzione Usa, e alla tutela assicurata alle piattaforme web dalla legge americana sulle telecomunicazioni (il Communications Decency Act) che nella contestatissima sezione 230 esonera le aziende online dalla responsabilità legale per i contenuti pubblicati dagli utenti, stabilendo che i fornitori di servizi Internet non possano in alcun modo essere considerati editori. Peccato che la norma sia del 1996, quando i social media non esistevano ancora (Facebook nasce nel 2004) e lo scenario della Rete era radicalmente diverso.
La novità del procedimento di Los Angeles è stata quella di non concentrarsi sul contenuto veicolato, ma sul modo in cui tali servizi sono progettati, e in particolare su quei meccanismi che mantengono gli utenti agganciati alla piattaforma, sfruttando dinamiche molto simili a quelle utilizzate dai creatori di giochi d’azzardo (viene definito “Casino effect”), quali lo scrolling infinito, le raccomandazioni degli algoritmi e l’avvio automatico dei video, che rendono molto difficile tenere sotto controllo il tempo passato online.
A queste due sentenze-pilota ora ne seguiranno molte altre analoghe, già avviate in diversi Stati americani. E con esse potrebbe prendere avvio un processo in grado di portarci a una Rete migliore, progettata per essere più sicura per bambini e adolescenti. Del resto i verdetti di questi giorni sono già il segno della diffusione di una maggiore consapevolezza sul tema della sicurezza online: impressionano le immagini dei tanti genitori che mostrano le foto dei figli morti anche a seguito di un uso problematico dei social media di fronte al tribunale di Los Angeles, dove in questi giorni si è tenuta una veglia. E c’è una singolare coincidenza temporale da rilevare. Proprio un anno fa – il 13 marzo 2025 - è uscita su Netflix Adolescence, una serie che ha scosso le coscienze adulte, aprendo gli occhi sulle insidie di un uso solitario ed eccessivo della Rete: “Credevamo fosse al sicuro, in camera sua al computer…”, si dicono disperati i genitori del giovanissimo protagonista, Jamie, accusato di omicidio, in una delle scene più intense del serial. No, Jamie - e tutti i quattordicenni come lui - non sono affatto al sicuro da soli nella loro stanza con un dispositivo collegato a Internet. Chi domina la Rete non ha veramente a cuore la loro sicurezza al punto da anteporla decisamente al profitto, anche se oggi si difende promettendo ricorsi e garantendo di aver avviato da tempo iniziative per tutelare i minori online.
Ora che i tribunali hanno fatto la loro parte, e continueranno a farla nei prossimi mesi, la palla torna al mondo adulto, che può e deve rendersi protagonista di questa sfida. Se si arriverà o meno a un'Internet migliore dipenderà in gran parte da noi. È il momento di riprendere in mano le redini dell’educazione digitale dei nostri figli e dei ragazzi di cui a vario titolo siamo chiamati a occuparci. Una seria legge sull’età minima per i social potrebbe aiutare (e in Parlamento sono ormai diverse le proposte in tal senso), ma nessun cambiamento virtuoso, consapevole e realmente efficace potrà avviarsi senza di noi, genitori al pari dei tanti che piangevano di gioia davanti al tribunale californiano, imperfetti e fragili come siamo.

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