Da un anno a scuola si insegnano anche "comunicazione" e "problem solving": come sta andando

Si chiamano "competenze non cognitive" e una legge le ha introdotte in tutte le attività didattiche. La Rete dell'innovazione scolastica fa il punto: «Primo anno lento, ma grande entusiasmo»
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May 28, 2026
Da un anno a scuola si insegnano anche "comunicazione" e "problem solving": come sta andando
Un lavoro di gruppo in una scuola primaria in Lombardia / FOTOGRAMMA
All’istituto “Carlo Emilio Gadda” di Taro in provincia di Parma, «la maggior parte degli studenti potrebbero essere assunti anche prima del diploma». Lo assicura la dirigente scolastica Alessia Gruzza: gli indirizzi tecnici della sua scuola, che godono di collaborazioni con oltre duecento aziende, garantiscono un tasso di occupazione vicino al 100% a tre anni dalla Maturità. Eppure, la dirigente ha altri obiettivi per i propri scolari: «Non formiamo persone per il mondo del lavoro – commenta – ma persone che sappiano vivere in comunità». E ancora: «Non formiamo ragazzi per usarli come torni perfettamente oliati, ma per farli sentire parte di un progetto attivo». In altre parole, prima viene la formazione della persona e, poi, il suo impiego. Alessia Gruzza ha raccontato l’esperienza del suo “Gadda” lo scorso 21 maggio a Milano, in occasione dell’inaugurazione e della prima assemblea della Rete dell’innovazione scolastica, di cui è presidente e capofila. A comporla sono 85 scuole da tutta Italia, riunite da un obiettivo condiviso: sperimentare strategie per lo sviluppo di competenze non cognitive e trasversali da parte degli studenti. Di cosa si tratta? «Delle competenze che mettono in crisi l’idea della scuola fondata sul nozionismo e della scuola come luogo esclusivamente funzionale al mondo produttivo – spiega Giorgio Vittadini, docente di Statistica dell’università Milano-Bicocca e presidente della Fondazione per la Sussidiarietà –. Sono elementi che uccidono la capacità di conoscere dei popoli».
Le competenze non cognitive, di fatto, sono il termometro del benessere degli studenti a scuola. Misurano, cioè, le capacità emotive e relazionali degli alunni: da soli e, soprattutto, in comunità. «Da decenni le scuole italiane promuovono queste competenze, ma ora hanno un nome preciso», commenta Vittadini. E, da decenni, gli istituti promuovono attività per il loro sviluppo. Un esempio? «Ho visto scuole progettare prototipi di auto da Formula 1 insieme alla casa automobilistica Dallara – racconta Vittadini –. Gli studenti rimanevano volontariamente in aula fino alle 20 di sera per lavorare al progetto. Prima di tutto hanno trovato soddisfazioni e hanno fatto gruppo ma, nel frattempo, hanno anche imparato importanti concetti di Matematica, Fisica e Chimica».
Da anni, in effetti, le scuole italiane portano in classe progetti per aiutare gli studenti a migliorare il loro benessere dentro e fuori dalla scuola. Il Festival dell’Innovazione scolastica di Valdobbiadene, promotore della Rete, raccoglie i risultati di queste esperienze dal 2021. Ma è solo dall’anno scorso che una legge, la 22/2025, impone una sperimentazione sistematica in tutta Italia. «In un anno hanno aderito oltre mille scuole – spiega Damiano Previtali, presidente del Cspi (Consiglio superiore della pubblica istruzione) –. Mai così tante scuole hanno aderito in massa a una sperimentazione. Significa che parliamo di una esigenza diffusa: mai come oggi, in un periodo di forti perturbazioni tra guerre ed evoluzioni tecnologiche, serve fermarsi per comprendere l’umano».
In pratica, la legge individua abilità “trasversali” da introdurre in tutte le attività didattiche: tra queste compaiono l’adattamento, il problem solving, la comunicazione, la gestione dello stress e la responsabilità. Il ministero dell’Istruzione, cioè, non introduce una nuova materia ma chiede ai docenti di sviluppare queste abilità in ogni lezione dell’anno. Per farlo, ha dato avvio a una sperimentazione triennale cominciata nel 2025. «La sperimentazione vera e propria, di fatto, comincerà a partire dal prossimo anno – spiega Previtali –. Questo è stato un anno occupato dalla macchina organizzativa».
La legge chiede, infine, di monitorare i risultati della sperimentazione e di costruire un metodo – ancora tutto da inventare – per valutarle. La neonata Rete dell’innovazione scolastica tenterà di dare una risposta a entrambe le esigenze. «Il 90% delle scuole che ha introdotto l’apprendimento socio-emotivo in classe – riporta Francesco Manfredi, presidente di Indire – non fa monitoraggio e, in questo modo, vanifica una buona parte del lavoro svolto. Il nostro scopo è costruire comunità territoriali, perché le sfide non si vincono da soli». Sulla valutazione, invece, le idee sono ancora molte e diverse tra loro, ma nessuna prevede un voto in numeri. Quella che giovedì scorso ha raccolto più consensi dalla Rete è l’iniziativa di Angelo Lucio Rossi, dirigente scolastico dell’istituto milanese “Alda Merini”: «Si possono valutare le competenze non cognitive degli studenti – commenta – chiedendosi, come si fa già al termine dei consigli scolastici, cosa fa il mio alunno nel pomeriggio quando lascia la scuola? Si scoprirà che alcuni fanno volontariato, altri teatro e altri ancora coltivano orti in casa. Tutto contribuisce allo sviluppo della loro persona e del loro benessere».

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