«Cicatrici e notti in bianco». La lunga strada dopo Crans di Filippo e la sua famiglia

Sopravvissuto al rogo del Constellation, il 15enne affronta un lungo percorso di cure fisiche e psicologiche. Il padre Stefano: «Con le dimissioni dall’ospedale una realtà sconosciuta prende inizio»
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June 6, 2026
«Cicatrici e notti in bianco». La lunga strada dopo Crans di Filippo e la sua famiglia
Il dolore dei parenti delle vittime davanti alla discoteca Le Constellation di Crans Montana / ALESSANDRO DELLA VALLE / Ansa
Il primo giorno di una nuova vita, cominciata nel rogo di una notte impossibile da dimenticare. Quella data funesta (1 gennaio 2026) Sarah se l'è tatuata sul braccio. Quella notte suo figlio Filippo Leone Grassi, 15 anni, ha sfidato le fiamme dell’incendio scoppiato all’interno del bar Le Constellation di Crans-Montana, che a Capodanno ha causato la morte di 41 giovani e 115 feriti. Si è protetto come ha potuto dal fuoco, riparandosi sotto un tavolino. Poi si è trascinato vicino alla scala che portava all’ingresso, già piena di corpi ammassati, e ha teso la mano, finché qualcuno l’ha portato fuori dall’inferno. È sopravvissuto, dopo tre settimane in pericolo di vita, passate tra la terapia intensiva e il Centro Ustioni dell’Ospedale Niguarda di Milano. Il 5 febbraio è stato dimesso e a fine marzo è tornato a scuola, al Liceo Europeo Giuridico Economico dell’Istituto Leopardi, dove sta finendo il secondo anno.
Il tatuaggio che Sarah Grassi ha voluto incidere sul braccio a ricordo della notte de Le Constellation
Il tatuaggio che Sarah Grassi ha voluto incidere sul braccio a ricordo della notte de Le Constellation
Incontriamo i genitori, Sarah e Stefano, nella loro casa milanese, piena di luce e quiete. Filippo saluta e poi esce per incontrare gli amici. «Il suo fisico è fragile ma si sta rimettendo», spiega la mamma. «Deve ancora fare la fisioterapia ma il grande problema è la cura delle cicatrici che ricoprono tutta la parte del corpo che è bruciata, cioè le braccia e la schiena. Ancora non riesce ad allungare le braccia, perciò ogni mese e mezzo entra in day hospital per fare le sedute di laser terapia che aiutano a ridurre le cicatrici. Proprio ieri ha fatto un nuovo intervento di innesto che gli permetterà di stendere le braccia. Dopodiché, probabilmente per un mese, dovrà restare steccato 24 ore al giorno. Inizierà poi a togliere le stecche per qualche ora durante la giornata ma in questi intervalli dovrà continuare a fare degli esercizi per evitare che la pelle torni come prima. È ancora seguito da uno psicologo e un farmaco lo sta aiutando a regolarizzare il sonno. Capita ancora che resti con gli occhi sbarrati per tutta la notte, non solo per gli incubi ma anche per il male fisico».
Insieme a Filippo cerca di rialzarsi anche la sua famiglia, mamma, papà e il fratello Edoardo, di un anno più grande. Ma la strada che si trovano davanti è una salita, tra un po’ di luce e molte ombre. I genitori vogliono raccontare di questo tempo nuovo perché, come dicono, non si parli più solo della cronaca che li riguarda ma soprattutto del trauma che accompagna le loro giornate e che segnerà per sempre la loro vita. «Si pensa che con le dimissioni dall’ospedale tutto sia finito. E invece è proprio quello il momento in cui una realtà sconosciuta prende inizio», dice il papà. «Noi ci siamo trovati improvvisamente fuori dalla bolla senza spazio e senza tempo del reparto, senza più il supporto continuo di dottori e infermieri, che è stato il nostro grande conforto».
Stefano ci tiene a sottolinearlo: «Se questi ragazzi sono vivi è grazie ai medici e ai sanitari dell’Ospedale Niguarda. La loro è stata una dedizione straordinaria, che ancora continua. In quei primi venti giorni operavano, medicavano, assistevano, senza un attimo di pausa. Quando non si occupavano di Filippo passavano comunque a dargli una pacca sulla spalla e a salutarlo. Con tutti i ragazzi si è creata una grande sintonia, senza contare che non erano pronti per affrontare una situazione tanto grave quanto assurda. Sono arrivati contemporaneamente 12 giovanissimi in gravi condizioni, vittime di un dramma scatenato solo dall’avidità».
A proposito delle responsabilità legate all’incendio, Sarah e Stefano ricordano che ci vorrà del tempo. «Il risarcimento servirà», sottolinea il papà, «perché noi non sappiamo come questi ragazzi svolteranno la loro vita, se tutti ci riusciranno. Avranno comunque bisogno per tanti anni di cure, fisioterapie, laser, chirurgia plastica, creme, farmaci e terapie che alla lunga potrebbero avere un costo insostenibile». E poi: saranno in grado anche psicologicamente di affrontare la vita? Potranno servire aiuti anche per questo. Su un punto però Stefano è fermo. «Ci aspettiamo pene giuste. Anche per i nostri ragazzi, che a questa età sono tutti dotati di un profondissimo senso etico e auspicano di vedere riconosciuta la colpevolezza di queste persone». Filippo ha chiesto giustizia fin dal giorno in cui si è risvegliato dal coma. «La verità – sottolinea – è che hanno rubato la vita a tanti ragazzi e a quelli sopravvissuti hanno portato via l’adolescenza, età delicata e importante in cui un giovane prende coscienza di sé stesso e del suo posto nel mondo. A me, padre, tocca invece sentire mio figlio dire: se dovevo vivere in questo modo tanto valeva essere morto, perché io non sono come gli altri, non posso fare tutte le cose che fanno i miei coetanei».
È qui che viene da chiedere a questi genitori come si riesce ad affrontare una prova così pesante. «Tutti ci dicono: siete stati forti. In realtà non abbiamo mai metabolizzato quello che realmente è capitato. È un po’ come succede al criceto, ti mettono sulla ruota e tu inizi a correre, come se la vivessi con un po’ di distacco, quasi non fosse accaduto a te. Probabilmente è il senso di protezione che la mente mette in atto per evitare di farti crollare, anche perché quello che da genitore e caregiver devi fare è continuare a mantenere un’estrema lucidità e portare avanti un impegno fatto di tempo e controllo emotivo». «Vedere il corpo di tuo figlio di 15 anni in quelle condizioni è straziante», ammette la mamma. «Nello stesso tempo però capire che lui si porta orgogliosamente le sue cicatrici mi fa stare meglio. Indossa le magliette a maniche corte e dice: perché dovrei coprirmi? Io sono sopravvissuto a una tragedia e le mie cicatrici mi fanno onore». Sarah dice di essersi sempre affidata alle preghiere. «Tutte le sere, quando uscivo dall’ospedale, andavo nella nostra chiesa e accendevo tre candele: una per Filippo, una per gli altri ricoverati e una per chi non c’era più. Oggi ringrazio Dio ogni mattina perché mio figlio è ancora qui. E gli chiedo di dare a tutti noi la forza per costruire la nostra vita nuova». In un altro angolo dello stesso braccio Sarah ha un secondo tatuaggio. È la frase di una canzone che ha scelto Filippo. “Sunny days wouldn’t be special if it wasn’t for rain”. Che significa: «Le giornate di sole non sarebbero speciali se non fosse per la pioggia».

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