Faduma, la ragazza che Berlino vuole rimandare in Italia (e che è stata accolta da una Chiesa evangelica)
di Giulio Isola
Fuggita dalla Somalia da un matrimonio combinato, è sbarcata a Lampedusa dopo tre giorni in mare per raggiungere la madre e i fratelli in Germania. Mentre Roma e Berlino si confrontano sulle regole di Dublino ha trovato un rifugio a Norimberga

«Sono molto felice di essere al sicuro». È una frase semplice, quasi disarmante, dopo tutto quello che c’è dietro. Per Faduma Abdirisaq Warsame, 22 anni, la fuga dalla Somalia sembrava finalmente finita. Aveva attraversato il Mediterraneo su un gommone, era sbarcata a Lampedusa, aveva percorso ancora centinaia di chilometri e finalmente aveva ritrovato la madre e i fratelli che non vedeva da 17 anni. Ora, però, il viaggio rischia di ricominciare. La giovane somala è infatti al centro della disputa tra Roma e Berlino sui cosiddetti «dublinanti». La Germania ha disposto il suo trasferimento in Italia perché Lampedusa è stato il suo primo approdo sicuro nell’Unione europea. Il volo era previsto per le 4.30 di domani mattina, 19 agosto. Ma oggi la vicenda ha preso una nuova piega: Faduma è stata accolta in un rifugio ecclesiastico di Norimberga, messo a disposizione da una Chiesa evangelica, che ha annunciato di volerla proteggere fino a quando Berlino non deciderà se fermare definitivamente il trasferimento. «Adesso il tempo orribile della fuga è finito», ha detto la ragazza all’Ansa attraverso Stefan Reichel, presidente dell’associazione tedesca Matteo – Chiesa e asilo, che segue il suo caso. Per ora, dunque, è al sicuro. Ma la sua posizione giuridica resta sospesa.
Dalla Somalia a Lampedusa
La sua storia comincia in Somalia, dove Faduma ha deciso di sottrarsi a un matrimonio combinato. Una scelta che l’ha costretta a lasciare il Paese e a imboccare una delle rotte migratorie più pericolose: attraverso la Libia è arrivata sulle coste del Mediterraneo e il 27 febbraio 2026 è salita su un gommone diretto verso l’Europa. Tre giorni di traversata in mare. Poi Lampedusa. Avrebbe potuto fermarsi lì, chiedere protezione e iniziare la procedura d’asilo in Italia. Ma la sua meta era un’altra. In Germania vivevano la madre e il fratello, insieme ad altre sorelle: familiari che non vedeva da 17 anni e che, dopo essere fuggiti dalla Somalia, erano riusciti a stabilirsi legalmente in Baviera. Così Faduma è ripartita quasi subito. Alla fine di marzo è arrivata in Assia, dove il 31 marzo è stata registrata dalle autorità tedesche e accolta temporaneamente in un centro. Poi, finalmente, l’incontro con la famiglia. La fuga sembrava finita.
Il ritorno in Italia
A riaprire la ferita è stata la procedura prevista dalle regole di Dublino. In base al principio della responsabilità del primo Paese d’ingresso, è l’Italia, essendo stato il luogo in cui Faduma è entrata nell’Ue, a dover esaminare la sua domanda di asilo. Da qui il provvedimento tedesco di trasferimento. La vicenda della ventiduenne è diventata però rapidamente qualcosa di più di una singola pratica amministrativa. Il suo caso si è trasformato nel simbolo del confronto fra Italia e Germania sull'applicazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in vigore il 12 giugno. Roma sostiene che le nuove regole non possano essere applicate a situazioni precedenti alla loro entrata in vigore. Berlino, invece, ritiene applicabile il meccanismo di Dublino al caso della giovane, arrivata in Italia nel febbraio scorso. Ed è qui che la storia personale di Faduma si incrocia con una questione molto più grande: chi deve farsi carico di una persona che entra in Europa in Italia ma ha in Germania la propria famiglia?
«In Italia rischia di rimanere sola»
A difenderla è soprattutto la rete ecclesiale tedesca. «Ha la sua famiglia ben integrata in Germania e in Italia rischierebbe di rimanere da sola, come tanti altri richiedenti asilo, e di finire in mezzo alla strada», ha spiegato nei giorni scorsi Reichel. La madre, il fratello e tre sorelle vivono in Baviera da molti anni. «Sono ben integrati – ha aggiunto –. Anche questa giovane donna ha quindi ottime chance di vivere a sua volta bene in Germania». Ma dietro la disputa giuridica c’è soprattutto una persona che da settimane vive nell’incertezza. «È davvero triste – ha detto oggi Reichel – dover constatare che non vi sia un minimo di empatia nei confronti di questa giovane donna, costretta a vivere in una situazione di totale incertezza sulle sue sorti». La Chiesa evangelica di Norimberga ha deciso così di intervenire offrendo quella che in Germania viene definita Kirchenasyl, l’ospitalità ecclesiale a persone minacciate da un trasferimento o da un rimpatrio che la comunità ritiene particolarmente problematico. Non è una cancellazione della procedura amministrativa, né equivale automaticamente alla concessione dell’asilo da parte dello Stato: è una forma di protezione e di interposizione civile attraverso cui la comunità religiosa chiede alle autorità di riesaminare il caso. Per Faduma, almeno per stanotte, significa una cosa molto concreta: non essere sola.
Il caso che riapre la questione di Dublino
La sua vicenda arriva proprio mentre l’Italia affronta con Berlino una più ampia controversia sui trasferimenti dei richiedenti asilo. Il principio di Dublino è stato riformato dal nuovo Patto Ue, ma non cancellato: il Paese responsabile della domanda resta, in linea generale, quello individuato secondo i criteri europei, tra i quali figura il primo ingresso. Il nuovo sistema prova però a correggere lo squilibrio che per anni ha gravato sui Paesi di frontiera, introducendo un meccanismo di solidarietà fra gli Stati membri. La transizione fra vecchie e nuove regole sta producendo inevitabilmente zone grigie, soprattutto per le persone entrate in Europa prima del 12 giugno. Faduma è finita esattamente dentro quella zona grigia. Per il diritto europeo è una pratica da trasferire. Per una famiglia che l’ha attesa per 17 anni è una figlia, una sorella finalmente ritrovata. Per una Chiesa che ha deciso di accoglierla è una giovane donna che ha già affrontato una fuga, un viaggio attraverso la Libia e tre giorni di Mediterraneo e che ora rischia di essere nuovamente sradicata. La sua frase di oggi, allora, acquista un peso particolare: «Sono molto felice di essere al sicuro». È il sollievo di chi, almeno per un momento, non deve più scappare. E anche il punto da cui l’Europa dovrebbe forse ricominciare a guardare le sue regole: non soltanto attraverso le responsabilità degli Stati, ma attraverso le persone sulle quali quelle regole finiscono per cadere.
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