Migranti, per l'Italia si apre un nuovo fronte: anche la Svizzera riprenderà i rimpatri a fine mese
di Redazione
Dopo Berlino anche Berna riapre il dossier Dublino e prepara i primi trasferimenti di richiedenti asilo nel nostro Paese: 652 le persone potenzialmente interessate

Dopo quasi quattro anni di stop, la Svizzera si prepara a riprendere i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo entrati nel nostro Paese e per i quali, secondo le regole europee, spetterebbe a Roma esaminare la domanda. I primi voli sono già stati prenotati e le operazioni dovrebbero cominciare alla fine di agosto. La ripresa sarà graduale, per consentire alle autorità dei due Paesi di verificare sul campo i nuovi meccanismi ed evitare un sovraccarico del sistema italiano. A confermare la notizia alla televisione svizzera Srf è stata Magdalena Baker, portavoce della Segreteria di Stato della migrazione (Sem), secondo quanto riferito dal Corriere del Ticino.
Il dossier è tutt’altro che marginale. Quando, nel dicembre 2022, l’Italia sospese la riammissione dei richiedenti asilo provenienti da altri Paesi europei, la decisione finì per bloccare anche i trasferimenti dalla Svizzera previsti dal regolamento di Dublino. Da allora Berna si è trovata a dover esaminare direttamente migliaia di domande che, in base al principio della responsabilità del primo Paese d’ingresso, avrebbe potuto rinviare all’Italia. Secondo i dati della Sem, durante questi quasi quattro anni erano 3.784 i richiedenti asilo che la Svizzera avrebbe dovuto trasferire nel nostro Paese. Nel frattempo, quasi il 40% ha ottenuto una forma di protezione e può dunque rimanere in Svizzera. Per oltre 1.300 persone la procedura è invece ancora in corso. Sono 652, oggi, quelle che Berna considera potenzialmente trasferibili in Italia.
Il ritorno dei «dublinanti» arriva in un momento particolarmente delicato per la politica migratoria europea. Dal 12 giugno è infatti entrato in applicazione il Patto Ue su migrazione e asilo, che ha riformato il sistema costruito intorno a Dublino senza cancellarne il principio fondamentale: in linea generale, la responsabilità dell’esame della domanda resta collegata al Paese con cui il richiedente ha avuto il primo ingresso o il primo contatto rilevante con il sistema europeo. Il nuovo quadro rende più chiari i criteri di responsabilità e accelera le procedure per i trasferimenti, introducendo contemporaneamente un meccanismo permanente e obbligatorio di solidarietà tra gli Stati.
La Commissione europea, nella prima valutazione sull'applicazione delle nuove regole, pubblicata a luglio, ha riconosciuto i progressi compiuti dagli Stati membri ma ha anche osservato che per l’Italia sono necessari ulteriori passi concreti perché i trasferimenti possano avvenire in modo efficace. La partita, insomma, è appena ricominciata.
La nuova partita europea
Il caso svizzero ha però una particolarità: la Confederazione non fa parte dell’Unione europea, ma partecipa al sistema di Dublino attraverso gli accordi di associazione. La ripresa dei trasferimenti verso l’Italia rappresenta quindi un segnale importante non soltanto nei rapporti bilaterali, ma anche sul funzionamento complessivo di quel sistema europeo che negli ultimi anni ha mostrato tutte le sue fragilità. Il problema è noto: il Paese di primo ingresso finisce spesso per sopportare una quota sproporzionata della responsabilità, soprattutto quando il richiedente prosegue il viaggio verso un altro Stato. Dall’altra parte, i Paesi di destinazione secondaria chiedono che chi ha già presentato domanda o è stato identificato altrove non possa semplicemente spostarsi e ricominciare la procedura da capo.
È il cortocircuito che il nuovo Patto prova a risolvere: responsabilità per il primo Paese, ma anche solidarietà europea. Le nuove norme prevedono infatti che i richiedenti restino, di norma, nello Stato responsabile dell'esame della domanda e stabiliscono procedure più rapide per riportarli indietro quando si spostano in un altro Paese senza autorizzazione. Allo stesso tempo, gli Stati sottoposti a particolare pressione possono contare su un meccanismo di solidarietà obbligatorio. Per l’Italia, dunque, il ritorno dei trasferimenti dalla Svizzera è una notizia ambivalente. Da un lato conferma che il principio secondo cui il Paese di primo ingresso deve farsi carico della domanda non è stato affatto archiviato. Dall’altro ripropone la questione della capacità italiana di ricevere, identificare e gestire in tempi sostenibili le persone che gli altri Stati europei intendono rinviare.
E la Germania?
Il caso svizzero si inserisce così nella più ampia partita che Roma sta giocando con i partner europei. Il dossier più delicato resta quello tedesco, dove Berlino ha intenzione di procedere con i trasferimenti verso l’Italia di alcuni richiedenti asilo identificati nel nostro Paese e successivamente arrivati in Germania. Qui la questione si intreccia con l’entrata in applicazione del nuovo Patto. Il governo italiano sta infatti valutando con particolare attenzione la collocazione temporale dei casi: il nuovo sistema europeo è operativo dal 12 giugno 2026, ma non può essere applicato retroattivamente a situazioni che si sono determinate prima della sua entrata in applicazione. È una delle questioni procedurali che possono complicare i trasferimenti e che Roma intende far valere nei confronti di Berlino.
La Commissione ha chiarito che il nuovo sistema mantiene precise responsabilità tra gli Stati e prevede procedure per il trasferimento delle persone verso il Paese competente. Ma ha anche sottolineato che l'applicazione concreta del nuovo quadro richiederà ancora un periodo di assestamento. La ripresa dalla Svizzera potrebbe dunque essere letta come il primo segnale di una nuova fase. Dopo anni in cui il meccanismo di Dublino è rimasto largamente inceppato, l’Europa prova a rimettere in funzione la macchina proprio mentre cambia le regole. E l’Italia, Paese di primo approdo sul Mediterraneo, torna inevitabilmente al centro. Il paradosso è che la solidarietà europea e la responsabilità nazionale si ritrovano ancora una volta sullo stesso tavolo. Il nuovo Patto promette di renderle compatibili; ora resta da vedere se riuscirà a farlo nella pratica, quando dai regolamenti si passerà ai voli, alle frontiere e alle persone.
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