A tre anni dalla strage di Cutro c'è una lapide per il piccolo Alì
Stanotte si è tenuta la veglia per ricordare il naufragio davanti alle coste calabresi, dove annegarono 94 migranti. Il processo in corso a Crotone: i parenti delle vittime chiedono ancora giustizia

«Mia zia era una psicologa, mio zio un giudice che in Afghanistan aveva lavorato anche insieme agli americani e per questo i talebani lo volevano morto. Erano fuggiti coi loro tre figli. E sono annegati perché non è stato loro concesso di arrivare in Europa legalmente. Eppure ne avevano diritto». Davanti ai taccuini dei cronisti e alle telecamere di Rainews, la giovane afghana Farzaneh Maleki smuove ancora una volta i grani della misbaha del suo dolore. Tre anni fa, nel naufragio del caicco Summer love, ha perso cinque familiari. Ora vive in Germania, ma è tornata sulla spiaggia di Steccato di Cutro con la sorella Fatima e la mamma Laila, grazie al supporto dell’associazione “Carovane Migranti”, per partecipare alle commemorazioni del terzo anniversario della strage, avvenuta nella notte fra il 25 e il 26 febbraio 2023 e che costò la vita a 94 migranti, oltre a una decina di dispersi e a 54 sopravvissuti. Stanotte alle 4, l’ora in cui la chiglia del barcone si fracassò sul basso fondale della costa, sulla spiaggia di Steccato molte candele si sono accese per una veglia di ricordo e di preghiera. E oggi altre iniziative sono previste fra Cutro e Crotone.
Una lapide per il piccolo Alì, «bambino per sempre»
Nel naufragio perirono 35 ragazzi e bambini, alcuni ancora in fasce. Le loro bare bianche furono affiancate a quelle dei genitori nel Palamilone di Crotone, commuovendo l’Italia intera. Fra quei bimbi, c’era Mohamed Sina Hoseyni, che i familiari chiamavano Alì. Un fagottino di tre mesi, con gli occhi grandi e un futuro ancora da immaginare. Il suo feretro portava la sigla «KR16 M0» (Crotone, sedicesimo corpo recuperato, maschio, zero anni). Con lui erano annegate la mamma e una sorella, poi sepolte a Borgo Panigale, vicino a Bologna. Lui invece riposa nel giardino del bambini del cimitero di Crotone. E da qualche giorno la sua tomba ha una lapide col suo vero nome e la scritta «bambino per sempre». Un gesto che l’amministrazione comunale ha definito «di amore e di memoria condivisa», partito dal cuore grande di due giornalisti crotonesi, Bruno Palermo e Vincenzo Montalcini, che insieme ad altri colleghi hanno contribuito a realizzare il docufilm Cutro, 94... and more, proiettato nei giorni scorsi nella città calabrese.
Il processo in corso
con sei militari imputati
Oltre alle sentenze di condanna di alcuni scafisti, è iniziato a febbraio un processo nel Tribunale di Crotone, che vede imputati 4 militari della Guardia di finanza (il colonnello Nicolino Vardaro, all’epoca comandante del Gruppo Aeronavale di Taranto; Giuseppe Grillo, capo turno della sala operativa del Reparto Operativo Aeronavale di Vibo Valentia; Alberto Lippolis, comandante del Roan vibonese; Antonio Lopresti, ufficiale di comando del Roan) e due della Guardia costiera (Nicola Nania e Francesca Perfido, il primo in servizio alla Capitaneria di Reggio Calabria, la seconda al Centro nazionale di Roma). Tutti sono accusati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo, legati a presunte omissioni o responsabilità nel ritardo della macchina dei soccorsi. Le udienze sono iniziate a fine gennaio e si tengono di martedì. «L’importanza di questo processo va oltre il doveroso accertamento delle responsabilità - osserva l’avvocata Cristina Laura Cecchini, che rappresenta Sos Humanity, ammessa fra le parti civili insieme ad altre 5 Ong che fanno soccorso in mare - perché dai fatti emersi si evidenzia un modus operandi in cui la logica di gestione delle frontiere prevale di fronte al rischio di vite umane». Fra i primi testi, il maggiore dei Carabinieri Nicola Roberto Cara ha ricostruito l’indagine condotta sulla nottata in cui i soccorsi al caicco non partirono. Dalla sua deposizione è emerso come l’informazione che su quella barca c’erano migranti, la Guardia di Finanza la conoscesse dalle 23.20 del 25, ossia 5 ore prima del naufragio. Lo conferma l’annotazione di una comunicazione della Centrale nazionale della Gdf, inviata alle 23.20, che aveva indicato il caicco Summer Love come «natante con migranti». L’informazione - fornita dal maggiore durante il controesame di uno degli avvocati di parte civile, Francesco Verri - coincide con altri messaggi inviati dal luogotenente Lopresti in un gruppo whatsapp del Roan («Trattasi di natante con migranti») e dal tenente colonnello Lippolis a un altro ufficiale (»So’ migranti»). Perché, dunque, se era chiaro che il caicco fosse pieno di persone da soccorrere, i soccorsi non partirono in tempo e con navi adeguate? Sempre Cara ha riferito di altri messaggi, inviati una settimana dopo il naufragio da un altro imputato, Vardaro, al suo vice (non indagato) in cui «si parla di exit strategy», ossia di una strategia difensiva preventiva, prima che gli inquirenti iniziassero a scavare, dato che «quelli vanno, andranno a guardare tutto».
L'appello di Farzaneh, che ha perso 5 familiari: «Almeno chiedeteci scusa»
Ai sei imputati, ha indirizzato l’altro ieri una lettera aperta proprio Farzaneh: «Secondo i rapporti, le persone con responsabilità al momento dell'incidente non hanno fornito soccorso immediato. Chiediamo direttamente a queste persone e alle autorità competenti di rispondere delle loro azioni. Perché i soccorsi non sono arrivati? Non è stato un semplice incidente, ma il risultato di una grave irresponsabilità umana. Almeno chiedeteci scusa». La giovane afghana ha ricordato poi come «da anni vi chiediamo di concedere i visti affinché i genitori che hanno perso i loro figli possano andare sulle loro tombe. Quando darete finalmente delle risposte?». Infine, Farzaneh si è rivolta alla presidente del Consiglio: «Chiediamo a Giorgia Meloni - ha detto - di sostenere la giustizia e di agire immediatamente per chiarire la verità. Chiediamo giustizia, trasparenza e rispetto per la vita umana. Dovete darci delle risposte».
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