A Niscemi, tra gli angeli della frana: «Noi non crolliamo»
di Andrea Cassisi, Niscemi (Caltanissetta)
Viaggio nella città del Nisseno sospesa sulla frana. Migliaia di persone senza casa accolte al Palasport e in una casa di riposo. Le storie di Gabriele, Maria Angela, Ludovica: anche chi ha perso tutto è sceso in strada per aiutare come può. L'impegno della Chiesa

Niscemi attende. È un tempo sospeso, snervante. Il futuro è vuoto. La frana che ha aperto uno squarcio in città, 25mila abitanti in provincia di Caltanissetta, è un incubo che si ripete. Già nel ’97 i quartieri Sante Croci, Pirillo, Canalicchio si erano sbriciolati come biscotti. Ora come allora, Niscemi rivive le ore drammatiche di ventinove anni fa. Un paese in preda allo sconforto che riscopre, però, il senso della solidarietà. In meno di 24 ore al Palasport, allestito per la notte, sono arrivate centinaia di coperte. «Le brandine sono pronte per accogliere gli sfollati, in tutto 1.500. La notte è fredda», dice Orazio, volontario della Protezione Civile. Con lui altri 70 tra uomini e donne in divisa, dai ranger alle associazioni di volontariato. È una catena di montaggio, una delle più grandi industrie di cuore e braccia quella che Niscemi ha messo in moto: mani che caricano e scaricano le balle di derrate alimentari arrivate sui tir, che sorreggono anziani e disabili, che pregano. Gabriele ha 17 anni, frequenta l’aeronautico della vicina Gela. Ogni giorno percorre 25 chilometri per andare a scuola, «ma non vado in questi giorni, il mio cuore è qui e voglio aiutare il mio paese», racconta orgoglioso mentre sistema il fazzoletto scout al collo. «Registriamo gli sfollati, rileviamo le loro particolari esigenze, parliamo con gli anziani», aggiunge mentre fa i conti con i chilometri che si allungano per quando ritornerà a scuola. «Due delle provinciali che conducono alla piana, verso Gela, Caltagirone, Vittoria, Catania sono chiuse e chissà per quanto tempo ancora lo resteranno».

Al momento l’unica via d’accesso per Niscemi è quella dalla zona est, verso Ragusa. Loredana l’ha appena percorsa, tornando dalla Germania per sincerarsi delle condizioni dei suoi genitori e della sua casa, ormai inagibile. «Sono stata qui a Natale, ho chiuso il mio appartamento, non potevo immaginare che in quella casa non avrei più potuto mettere piede», si asciuga una lacrima. Poi c’è Giuseppe. «Se sono vivo lo devo a mia moglie Maria. Stavo tagliando la legna nel giardino e sentivo sotto ai miei piedi come se la terra stesse borbottando, una sensazione strana. Gliel’ho urlato e mi ha chiesto subito di rientrare. Qualche minuto dopo sono apparse le crepe e cento metri avanti è venuto giù tutto», riferisce mentre mostra le foto scattate col telefonino. La coppia è ospite nella casa di riposo “Padre Giugno”, di fronte al Palasport, quartier generale dell’accoglienza. Qui Maria Angela e le sue 30 colleghe ora si prendono cura non soltanto degli anziani ospiti, ma anche di chi ha dovuto lasciare la propria casa. «Come me», rivela. «Anche io sono stata allontanata dalla mia casa che ricade nella zona rossa. Qui mi hanno raggiunto mio marito e mio figlio», prosegue e perde il conto del tempo trascorso da quando è iniziato il suo turno. Le giornate all’interno della casa di riposo, che ha trasformato tutte le aule laboratorio in ricoveri per gli sfollati, trascorrono lente. Così Ludovica, 29 anni, estetista, ha deciso di offrire momenti di serenità alle donne che condividono con lei lo stesso tetto. «I Vigili del fuoco mi hanno accompagnato a casa per prendere il necessario. Ho messo in valigia pure la mia beauty box. Inizierò i trattamenti di bellezza per le mani e sarà un modo per liberare la mente e alleggerire la tensione». Perché l’aria è tesa.Niscemi è sorvegliata a vista da un elicottero che monitora dall’alto la frana ma «l'intera collina sta crollando, la situazione è critica», conferma Fabio Ciciliano, capo del dipartimento della Protezione civile nazionale. «Ci sono abitazioni che non potranno essere più recuperate e bisognerà definire un piano per la delocalizzazione definitiva».

La piazza del paese è ribaltata, la zona a traffico limitato un parco mezzi per forze dell’ordine e stampa. Un’immagine insolita per Niscemi e i niscemesi che anche oggi si apprestano ad una nuova giornata di tensione. Per molti, c'è una sola certezza: quella di avere perso tutto. Come Gabriele e Marianna, lui agricoltore, lei casalinga. «La mattina è difficile raggiungere i fondi dove lavoriamo, tutto è più costoso. Bisogna trovare un’alternativa alla viabilità soppressa, studiare il territorio a tavolino, magari utilizzando le strade sterrate», spiega. «Ci siamo sposati 4 anni e mezzo fa, dopo tanti sacrifici abbiamo costruito la nostra casa e ora l’abbiamo dovuta lasciare a 100 metri dalla frana», gli fa eco la moglie, con cui consuma una porzione di riso al Palasport. «Da domani saranno serviti 3 mila pasti al giorno», annuncia Gianluca, chef della Protezione civile che assieme alla sua brigata, otto in tutto, si sincera che nelle cucine industriali arrivate ieri non manchi nulla. «Ci rimane solo la speranza», si intromette Alberto, atterrato da poche ore nella sua Niscemi, da Brescia. «È un paese in attesa di rientrare a casa». Ma «lo Stato sia presente perché anche l’economia crolla». «Siamo arrabbiati», incalza Assunta. «Ci sono posti in cui siamo cresciuti e non ci sono più». «Il Belvedere non esiste più», dice Massimiliano Conti, a poche ore dalla frana. La secolare terrazza che si affaccia sulla Piana di Gela è venuta giù. Il primo cittadino ha ricevuto la vicinanza del presidente della Regione, Renato Schifani, e del “gota” della politica regionale e nazionale. Tutti hanno assicurato sostegno concreto. «Abbiamo attivato la Caritas per intervenire», annuncia il parroco don Giuseppe Cafà. Ieri, con il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana e il nunzio apostolico in El Salvador, Luigi Roberto Cona, originario di Niscemi, ha guidato un momento di preghiera nella chiesa madre, dove per l’occasione è stata trasferita l’icona di Maria Santissima del Bosco, patrona della città. Una processione silenziosa è partita dal santuario dove il prezioso quadro è custodito. Un abbraccio ideale di Maria con la sua città. Anche lei, in attesa.

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