Prodi: «Da soli destinati a sparire.
Il gas russo? Con Trump può tornare»

L'ex capo della Commissione: «Rimettere insieme politica ed economia, la Francia metta al servizio comune l'arma nucleare e il veto all'Onu. Meloni molto allineata su Trump, cambi linea sull'unanimità o ci condanna alla nullità».
March 15, 2026
Prodi: «Da soli destinati a sparire.
Il gas russo? Con Trump può tornare»
Romano Prodi, ex presidente della Commissione Europea e due volte presidente del Consiglio italiano/ ANSA
Romano Prodi è «molto preoccupato» per la situazione mondiale e per i destini dell’Europa. Lo ripete più volte nel suo studio bolognese, insistendo come un mantra: «Divisi, scompariamo». In oltre un’ora di colloquio il già presidente della Commissione Europea e due volte premier confida timori (molti) e speranze e ragiona su prospettive e potenziali vie d’uscita da questo pantano (con qualche incursione nella politica italiana).
Sedersi davanti al professor Prodi per parlare di Europa è come sfogliare un libro di storia, ogni immagine racconta un’era. A partire dalle pagine sull’Iran: «Ali Khamenei lo incontrai una volta sola. Ricordo la sua camera, spoglia: un letto, un tavolino e una sedia in legno. Mi disse solo poche parole, ma trasmetteva l’idea di un potere assoluto, diverso da tutti gli altri nel mondo. Erano gli anni del presidente Mohammad Khatami, (lo è stato dal 1997 al 2005, ndr), riformista. Fui l’unico leader occidentale ad andare a Teheran, in accordo con il presidente Usa Bill Clinton che all’inizio non voleva. Ricordo che alla cena ufficiale per la prima volta furono ammesse le donne. La grande speranza in quel Paese la perdemmo con il fallimento di quella stagione».
Anche l’Europa sta facendo passi indietro. Perché?
Perché abbiamo perso le speranze e la fiducia che tutti avevano riposto in noi, da Est a Ovest. Ricordo quando, prima dell’euro, il presidente cinese Jiang Zemin mi diceva: «Che bello, così se accanto al dollaro ci sarà l'euro, ci sarà posto anche per il nostro rembimbi». C’era allora la visione di un mondo pluralista, in cui l’Europa faceva da arbitro non solo per la sua forza, ma per capacità d’innovazione e di contenuti. A partire dai diritti. Sa qual è la definizione più bella che ho sentito dell’Europa?
Quale, mi dica?
Non è di un grande leader, ma di un anonimo deputato romeno. Ero al Parlamento di Bucarest, dove i vari partiti esprimevano il loro assenso all’adesione all’Unione Europea. Si alzò questo omone, si presentò come «deputato della minoranza non ungherese». Fece un discorso bellissimo, disse: «Mio nonno è stato ucciso dal regime, mio padre costretto all’espatrio. Non voglio più vedere tutto ciò e voglio entrare nell’Ue perché l’Europa è “un’unione di minoranze”». Oggi abbiamo perso questo afflato, era il bene più prezioso che avevamo.
Era inizio millennio. Avrebbe mai pensato di trovarsi, dopo vent’anni, fra così tanti conflitti?
Il mondo è finito in mano agli autocrati, che non badano né alle rovine né alle stragi. Torna la sempre più profetica frase di papa Francesco sulla «guerra mondiale a pezzi».
Anche Donald Trump è un autocrate?
Diciamo che i suoi atti non sono da liberatore dei popoli. E registro che, intanto, ora gli Usa vendono più armi e la Russia, con la crisi iraniana, vende più petrolio.
Non riesce a essere ottimista?
No. Avevo tanto creduto e sperato in una tregua entro fine 2025 per l’Ucraina e ho sbagliato. Per ora si sta facendo di tutto per allargare le controversie, con Tel Aviv che ne approfitta per attaccare anche il Libano. Che tutto il Medio Oriente sia in fiamme è la cosa che mi preoccupa di più. Come mi angoscia il futuro di Israele, proteso oggi a mostrare una smisurata potenza: potrà anche fare accordi con i singoli governi arabi, ma quale vita avrà mai con i popoli che lo circondano? Ho letto ora sul New York Times che la guerra all’Iran ha l’approvazione più bassa di sempre, al 41%. Ecco, spero nell’opinione pubblica americana.
Torniamo all’Europa: come risalire la china?
Oggi c’è distacco dall’Europa, un po’ pure a sinistra. Mi colpisce soprattutto nei giovani. Forse perché sono vent’anni che non c’è più una proposta forte, dopo la moneta unica e l’allargamento del 2004. Dietro il quale c’era l’idea che l’Europa esportasse davvero la democrazia, non con le armi, ma perché – unico caso al mondo – ci veniva richiesta da quei popoli. E, si badi bene, senza alcuna opposizione della Russia, con cui all’epoca parlavamo di continuo. Putin ci diceva in sostanza: “fate quello che volete con l’Ue, ma non voglio la Nato ai confini russi”. Ora possiamo riconquistare dignità e rispetto nel mondo solo facendo passi avanti sull’unità, con proposte coraggiose.
Quali proposte: la difesa, il debito comune, un vero bilancio dell’Unione?
Tutto giusto. La condivisione del debito è indispensabile, ma non basta. Ci vogliono idee che emozionino, che scuotano cuori e menti.
Negli anni Novanta le del secolo scorso idee europee camminavano anche sulle gambe di grandi leadership politiche. Oggi c’è una crisi di leadership o è una crisi più generale del progetto europeo?
Abbiamo leader che guardano troppo la politica interna, manca in effetti una grande figura animata dalla volontà di andare oltre. E tutto diventa poi ancor più difficile con i governi di coalizione, dove per salvarsi si è portati a prendere il minimo delle decisioni: accade in Germania e anche qui in Italia.
E allora da dove bisogna ripartire?
Va fatta una premessa: l’Europa ha sempre avuto due motori, quello francese sulla politica estera e militare, col diritto di veto al Consiglio di sicurezza Onu e l’arma nucleare, e quello economico tedesco. Con l’Italia in mezzo, indispensabile nel ricomporre le differenze, me lo dicevano già Delors e Chirac. Per questo mi ha fatto grande impressione vedere come, in un giorno solo, la Germania abbia aumentato così tanto il proprio bilancio della difesa, è un atto che supera il concetto dell’Ue a due motori. Il futuro passa allora per il rimettere insieme politica ed economia in un’Unione più forte. Vanno messi al servizio europeo l’arma nucleare e il diritto di veto, naturalmente riconoscendo delle prerogative alla Francia. Quando a suo tempo ne parlai in Francia mi dicevano: “Ma vuoi far vincere Le Pen?”. Non so se oggi si corra questo rischio, ma so che va fatto. Se non mettiamo a fattor comune questi elementi, perderemo progressivamente sempre più ruolo al cospetto di Cina e Stati Uniti. Il presidente francese Macron ha fatto un piccolo passo in questa direzione, anche se la lite fra Parigi e Berlino sul nuovo caccia non è un buon segno. Se procedessimo insieme, anche il riarmo europeo ci costerebbe meno.
Una proposta basilare, ma nemmeno questa emoziona, le pare?
Ci vorrebbe anche altro, infatti: un grande piano di welfare europeo, uno sforzo per entrare nel futuro tutti assieme con un grosso piano sull’ IA e l’autonomia energetica.
A proposito: per ora siamo passati dalla dipendenza dalla Russia a quella dagli Usa. Torneremo al gas russo?
Guardi, alla luce dei ripetuti colloqui fra Trump e Putin non è così peregrino ipotizzare che torneremo a usare il gas russo quando in Nord Stream (il gasdotto che dalla Russia arrivava n Europa attraverso la Germania, oggetto nel 2022 di un sabotaggio, pare ucraino, ndr) entreranno altri investitori, fra i quali gli americani.
C’è poi l’abolizione dell’unanimità, con il passaggio all’Ue a più velocità, giusto?
Altro passo indispensabile. L’unanimità è antidemocratica, ha sancito la nostra inesistenza. Attenzione però, in questo quadro così mutato, a non creare troppi squilibri nell’Ue perché poi si possono formare maggioranze stabili attorno a uno Stato dominante, con interessi fra loro convergenti. Non si torni, insomma, alle divisioni fra Sud e Nord avute nella crisi finanziaria del 2008!
Quando è, però, che si riuscirà a far maturare qualcuna di queste decisioni di cui si parla già da tempo?
Si cita sempre Jean Monnet sull’Europa che «si forgia nelle crisi». Ora mi pare che non sia più così. Certo, sono stati fatti passi avanti con il Recovery dopo il Covid-19 e, all’inizio, con la linea sull’Ucraina. Ma poi questi progressi non sono stati consolidati.
L’opinione pubblica europea potrebbe fare anch’essa di più?
Il fatto è che si guarda quasi esclusivamente alle proprie vite, a un presente che, tutto sommato, non appare ancora così disastroso. E non si pensa al futuro. L’automobile e i pannelli solari sono solo i primi esempi del nostro arretramento, ora c’è pure sulle tecnologie digitali. Che ruolo potremo avere se non governiamo né il potere “hard”, quello manuale, né quello “soft”? In questo il cambiamento della politica americana verso la Ue può essere anzi l’inizio del nostro futuro: sta a noi scrivere quale.
La Ue è troppo supina ala presidente Usa Trump?
Vedo Paesi Ue allineati: il nostro molto, altri meno. Non c’è forza collettiva per un’alternativa, che non deve essere in contrasto con gli Usa, ma deve dare un segnale. Trump sta esasperando le situazioni ma, eccetto singoli aspetti che sembrano rasentare una certa schizofrenia, anche sui dazi, la diffidenza verso l’Europa era già nella politica economica di Joe Biden.
Anche la nostra premier Giorgia Meloni appare troppo equilibrista. Cosa pensa del suo intervento in Parlamento?
Verba volant. La decisione che Meloni deve prendere è soprattutto una: vuole l’unanimità in Europa o no? L’Italia deve contribuire a questo passaggio, correggendo gli eventuali rischi accennati. Se non cambia linea, la premier indirizza l’Europa verso la nullità.
E cosa pensa della presenza dell’Italia come “osservatori” nel Board of peace per Gaza?
Il Board è il “Command of peace”. È una vergogna senza il coinvolgimento dei palestinesi. Dov’è rappresentata la voce degli abitanti di Gaza, coi loro diritti? E cosa vuoi “osservare” quando quelli che dovrebbero esserne i beneficiari ne sono esclusi? Starci dentro, seduti sullo strapuntino, serve solo a dare il messaggio “non voglio decidere da quale parte stare”.
Si discute molto anche sull’utilizzo delle basi Nato, a sinistra si esalta la linea dello spagnolo Pedro Sanchez. La vede anche lei così?
A me pare che anche la Spagna, facendo parte dell’Alleanza atlantica, sull’aspetto logistico abbia concesso le basi come noi. Anche qui il punto vero è: c’è una linea comune Ue? In questa Nato, c’è spazio per un’Europa con un peso riconosciuto? La Nato da anni è solo Stati Uniti, oggi più che un trattato è un dettato.
Chiudiamo con il referendum. Ha già detto che voterà no. Quando la politica si trincera anche dietro vicende giudiziarie come quella della famiglia nel bosco, quale spazio resta per un dibattito politico serio?
Davanti a un caso come quello citato, un primo ministro deve solo dire: ci fidiamo della magistratura. Un politico non può entrare così pesantemente nel caso. Mi sembra che si ripeta Bibbiano, che avrebbe dovuto insegnare qualcosa. Ormai il referendum è stato trasformato in un quesito pro o contro il governo, ma è stata la presidente del Consiglio a politicizzarlo. Anche se vince il No non cambia nulla sul piano politico: la Meloni ha detto che non si dimetterà e ne prendiamo atto. Però l’obiettivo della riforma, che mi pare dichiarato, è quello d’indebolire la magistratura. E, se vi è coerenza nella maggioranza, lo metteranno in atto.
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