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Calcio da non credere e calcio da sperare

Mauro Berruto mercoledì 25 gennaio 2023
È davvero un brutto momento per il calcio. Dopo la pandemia, gli stadi chiusi, la crisi economica, il tentativo di strappo della SuperLega, l’arresto del procuratore capo degli arbitri italiani, i Mondiali più ambigui e impresentabili dai tempi di Argentina 1978, gli scontri criminali sull’autostrada A1 fra frange violente di tifoserie, nell’ultima settimana si è abbattuto sul mondo del calcio l’ennesimo scandalo legato a bilanci che sono sempre più “sbilanci”. Nel weekend abbiamo assistito perfino a un agguato degli ultras della Paganese a un bus di tifosi della Casertana che ha seminato il terrore nel centro di Pagani, in provincia di Salerno. Tutto ciò mezz'ora prima di una gara non esattamente di primo piano, valida per il girone G della serie D. Tre feriti lievi, ma poteva essere una strage, con un pullman dato alle fiamme in pieno centro cittadino. A
leggere di un fiato questi eventi (e chissà quanti altri me ne sono dimenticati) viene da chiedersi come ancora sia possibile che il calcio muova passioni e riesca ad avere uno spazio di interesse tanto significativo. In effetti è un mistero, ma non c’è dubbio che il credito di un calcio così si sta irrimediabilmente esaurendo, anche per chi che ne ha sempre strenuamente difeso il valore educativo, di inclusione, di ispirazione. Insomma, verrebbe da chiudere tutto: giornali sportivi, siti, trasmissioni televisive, verrebbe voglia di dimenticarsi del calcio, anzi, verrebbe da chiedere scusa a voi lettori per tutte quelle occasioni in cui anch’io, dalle colonne di questo quotidiano, ho tentato di raccontare il linguaggio universale dello sport più diffuso del pianeta, il suo potere comunicativo, il senso che – nonostante tutto – sembrava resistere a ogni picconata assestata da presidenti spregiudicati, dirigenti in malafede, procuratori senza scrupoli, atleti tutt’altro che esemplari, ultras violenti. Poi, come spesso succede quando tutto sembra compromesso, basta una piccola luce. La fiamma di una candela che in qualche modo sconfigge il buio della notte più profonda. E fredda, come la notte, freddissima, che ha ucciso Issaka Coulibaly. Ho letto di questa notizia sulle pagine di questo giornale, a firma di Matteo Fraschini Koffi e Massimiliano Castellani che con garbo e commozione hanno magistralmente raccontato la storia di questo ragazzo che, nonostante il famoso cognome da calciatore, famoso non era affatto. Aveva 27 anni, era ivoriano e da anni era in Italia come rifugiato, dove aveva trovato il modo per tener viva la passione per il calcio, giocando da portiere per il St. Ambroeus, squadra dilettantistica milanese. E in Italia ha trovato anche la morte, per il freddo, in un capannone abbandonato a Milano dove Issaka è stato ritrovato il 25 novembre. Qualche giorno fa il St. Ambroeus, società milanese che per prima in Italia ha iscritto ai campionati federali una squadra di rifugiati e richiedenti asilo, ha reso pubblica questa storia scrivendo: «Ci sono morti per cui si può solo provare enorme dispiacere, ci sono morti invece per cui non si può che provare molta rabbia. Morire di gelo in una città come Milano non può essere classificato semplicemente come morte naturale, se a Issaka fosse stato concesso di vivere regolarmente con dei documenti molto probabilmente non staremmo scrivendo questo post, e lui, con una vita regolare, magari starebbe pensando a come rincominciare il campionato dopo la pausa invernale». E allora, nonostante tutto, si ritrova la forza di credere nella forza solidale dello sport. Per tutti quegli Issaka che, senza il calcio o lo sport, vedrebbero spegnersi anche un’ultima luce. © riproduzione riservata