Opinioni

Analisi. Una nuova cultura della pena e non soltanto nuove carceri

Glauco Giostra giovedì 22 luglio 2021

I «mattoni» con cui si vogliono costruire i penitenziari devono contenere un’idea e realizzare strutture finalizzate alla riabilitazione, non alla segregazione

Nel Medio Evo rigoroso esame era l’ipocrita eufemismo con cui si designava la tortura; oggi, perquisizione, quello con cui si copre un’«ignobile mattanza», come l’autorità giudiziaria non ha potuto non qualificare il preordinato e violento pestaggio avvenuto poco più di un anno fa nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Questa volta, però, fatte salve le esitazioni e le minimizzazioni dei leader coerentemente sempre dalla parte del manganello, la reazione della politica nelle sue più alte espressioni è stata all’altezza della situazione, non solo condannando senza appello l’accaduto, ma mostrando consapevolezza della necessità di cambiare la realtà carceraria affinché non possa ripetersi. Al punto che molti ritengono che vi siano tutte le condizioni per introdurre profonde innovazioni. Ma – ammoniva Seneca – non c’è vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare. Il rischio è che ci si soffermi sui sintomi, invece che sulle cause; che si introducano placebo adatti solo a tacitare le turbate coscienze.

Si ripete che molto è dovuto a una gravissima disfunzione del sistema penitenziario: il sovraffollamento. Si tratta indubbiamente di fattore che ingigantisce ed esaspera i problemi, rendendo da un lato difficilmente governabile la vita intramuraria, dall’altro favorendo contesti in cui la pena – in aperta violazione della Costituzione – diviene trattamento contrario al senso di umanità. Ma se pensassimo di risolvere il problema, come da più parti si auspica, semplicemente costruendo nuovi penitenziari, ci ritroveremmo tra non molto, come in uno sconsolante gioco dell’oca, al punto di partenza. Il Consiglio d’Europa ha da tempo ammonito: aumentare la capienza penitenziaria, significa soltanto favorire un maggior ricorso alla carcerazione. L’offerta crea la domanda. Del resto, l’idea, che vanta immeritati consensi, secondo cui basterebbe una maggiore ricettività penitenziaria per offrire 'degenze' dignitose ai condannati e per rendere più sicura la collettività, è contraddetta da ogni studio serio e dalla realtà, non soltanto nazionale.

Le ore fuori della cella dovrebbero essere impiegate in attività per la preparazione del futuro sociale
del condannato, non certo risolversi nell’apatico e insulso
attardarsi in un cortile che assomiglia a un enorme pozzo

Beninteso, al patrimonio edilizio penitenziario, fatiscente e scarsamente funzionale, bisogna mettere mano, sia nel senso di apportare provvidenziali e indifferibili ristrutturazioni, sia nel senso di costruire nuove strutture, là dove quelle esistenti non risultino recuperabili. Ma il problema non può essere ridotto al rapporto superficie utile/popolazione penitenziaria; a un problema, cioè, di metri quadrati pro capite, come è avvenuto sinora per scongiurare altre condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, con il corollario di deprimenti oscillazioni giurisprudenziali in ordine alla calcolabilità degli spazi occupati dal mobilio. I mattoni con cui si costruiscono i penitenziari devono avere dentro un’idea; devono realizzare una struttura disegnata dal senso e dalla finalità della pena. Se l’illuminata filosofia ispiratrice dovesse essere quella della segregazione del reprobo sino all’ultimo giorno della pena da scontare, ad esempio, si potrebbe utilmente recuperare il settecentesco panottico di benthamiana memoria: con notevole risparmio di personale, si otterrebbe un controllo invisibile e diuturno dei detenuti, opportunamente custoditi in recipienti con le sbarre.

Se, invece, alla pena detentiva si assegna il compito di punire con una privazione di libertà che offra anche opportunità – di cui il condannato deve mostrarsi all’altezza – di riabilitazione sociale, il carcere dovrebbe assomigliare il più possibile a un microcosmo sociale, a un villaggio chiuso in cui vive una comunità che lavora, studia, segue corsi professionalizzanti, si impegna in attività artistiche e sportive, rispetta regole di convivenza, riceve visite dall’esterno. Una realtà che non desocializza, ma che rieduca alla corretta socialità. Una realtà in cui al detenuto si offrono molte occasioni per prepararsi al rientro in società con la capacità di svolgere un lavoro e recuperando i propri rapporti affettivi che l’esperienza carceraria non avrà reciso. Ma anche una realtà in cui dal condannato si deve pretendere molto: impegno nello studio e nel lavoro, osservanza delle regole, rispetto del personale di polizia, degli operatori e degli altri detenuti. Ove invece non si mostrasse meritevole di vivere correttamente neppure in questo microcosmo sociale, la pena recupererebbe la sua connotazione meramente punitiva.

Abbracciata questa ideologia della pena, l’edilizia penitenziaria non dovrebbe tanto essere incrementata, quanto essere profondamente ripensata in modo che i detenuti debbano responsabilmente gestire un proprio spazio abitativo e condividere ambienti comuni di lavoro, di studio, di impegno artistico e sportivo. Sono cambiamenti che non si improvvisano e che, soprattutto, richiedono determinazione politica, disponibilità di risorse economiche e di tempo. Speriamo che la qua- lificata Commissione per l’architettura penitenziaria costituita presso il Ministero della Giustizia, che dovrebbe concludere i lavori entro questo mese, possa offrire indicazioni in tal senso. La circostanza che sia composta anche da professionisti che respirarono il vento culturale degli Stati generali dell’esecuzione penale aggiunge qualche motivo di ottimismo in più.

Si obbietterà: ma se autorevoli voci hanno richiamato l’attenzione sul sensibile aumento dei disordini e delle aggressioni da quando sono aumentate le ore in cui i detenuti durante il giorno restano fuori dalle celle per condividere spazi e attività (cosiddetta sorveglianza dinamica), vogliamo davvero spingerci molto più avanti su questa strada? Una considerazione poco convincente (che sembrerebbe trovar conforto in una interessante indagine di Milena Gabanelli, la quale, peraltro, ne trae ben diverse conclusioni). Anzitutto: anche durante il lockdown anti-Covid sono drasticamente diminuiti i furti e le rapine. Vogliamo per questo metterlo a regime? E ancora, anzi soprattutto: la sorveglianza dinamica non è che un modo per dare applicazione alla normativa vigente secondo cui le celle devono essere camere di pernottamento, ma non può risolversi nella mera 'espulsione' dei detenuti dalle celle: le ore fuori della camera dovrebbero essere impiegate in attività, svolte in strutture adeguate, per la preparazione del futuro sociale del condannato, che ne consentano una più significativa osservazione della personalità e del comportamento; non certo risolversi nell’apatico e insulso attardarsi in un cortile che assomiglia a un enorme pozzo.

L’edilizia penitenziaria non dovrebbe essere incrementata,
ma ripensata con modifiche guidate da un pensiero

Una privazione della libertà che prepari alla libertà presuppone certamente personale (polizia penitenziaria, funzionari, operatori psicopedagogici, volontari) di elevata professionalità, organizzazione funzionale allo scopo, strutture architettoniche adeguate, sinergie con gli enti locali; ma richiede, soprattutto, che nel sentire comune si affermi l’idea che tutto ciò farebbe bene alla sicurezza sociale e alla qualità della convivenza civile, drenando così l’acqua dal pantano della paura in cui affondano le idrovore del più rozzo populismo. Prima di ricostruire le carceri abbiamo bisogno di ricostruire la nostra fatiscente cultura della pena.