Opinioni

La testimonianza. Ricostruire le chiese per una Siria in pace

Leonardo Servadio mercoledì 12 dicembre 2018

Da Montreal a Parigi, da Barcellona a Washington DC, molte tra le più importanti città si sono illuminate di rosso tra il 21 e il 28 novembre. Rosso come il sangue dei martiri cristiani: un segno che è partito da Venezia il 21 novembre, quando alcuni dei luoghi più emblematici (ponte di Rialto, basilica di S. Maria della Salute) hanno brillato nell’auspicio che l’evento, come aveva detto papa Francesco, susciti l’attenzione di tutti perché oggi ancora si assiste in molti Paesi a «persecuzione violenta o sistematico dileggio culturale nei confronti dei discepoli di Gesù».

Com’è noto, l’iniziativa è partita da Aid to the Church in Need (Acn – Aiuto alla Chiesa che Soffre), organismo internazionale che ha la centrale di coordinamento a Königsberg in Germania, dispone di uffici in 23 Paesi e opera in quasi tutto il mondo. Non solo attraverso la sensibilizzazione: sostiene quasi 6.000 progetti l’anno in 149 Paesi. E tra questi, riferisce il responsabile di Acn per il Medio Oriente, padre Andrzej Halemba, parlando al telefono dall’Irak «c’è anche la ricostruzione dei luoghi di culto distrutti dall’ondata di violenza terrorista che ha scosso Siria e Irak in particolare dal 2011. Oggi dobbiamo guardare avanti. E ricostruire le chiese è fondamentale, perché sono una promessa di stabilità. Sia per le persone, sia per le comunità, sono il simbolo delle radici». E non v’è popolo al mondo che più di quello siriano abbia necessità di ritrovarle.

Perché se pure il conflitto volgerà al termine, lascerà dilacerazioni immense. Secondo dati recenti forniti dell’Alto Commissario per i Rifugiati dell’Onu, la guerra ha spinto quasi sette milioni di persone a fuggire dalle loro case pur restando in Siria, mentre oltre 5 milioni e mezzo si sono rifugiati all’estero, oltre 13 milioni sono stati gettati sul lastrico e quasi tre milioni ancora restano ostaggi nella regione di Idlib, l’ultima roccaforte del Daesh. Il numero dei cristiani, che alla svolta del secolo costituivano oltre l’undici per cento della popolazione, si è dimezzato. La Cnewa (Catholic Near East Welfare Association, associazione cattolica di soccorso per il Medio Oriente) riferisce che dei circa 2,2 milioni che risiedevano nel Paese nel 2010 ne è rimasto poco più di un milione. La denominazione più diffusa è quella ortodossa di Antiochia, seguita per numero dalla famiglia cattolica dei Melchiti e da altre famiglie quali quelle di rito caldeo e di rito armeno; vi sono anche diverse comunità protestanti. Operano in sintonia tra loro per favorire il ritorno dei fedeli alla terra di origine: e molti stanno cercando di recuperare le loro case e le loro città, ma molti altri temono ulteriori persecuzioni e preferiscono restare all’estero.


«Ovviamente la nostra prima preoccupazione – racconta padre Halemba – è stata di aiutare a ricostruire o risistemare le case. Abbiamo riaperto molte scuole, distribuito cibo e vestiti per rispondere ai bisogni primari. Ma dobbiamo pensare anche alle necessità spi- rituali. Per questo abbiamo ricostruito diverse chiese, in particolare ad Aleppo e Holms, dove la presenza di cristiani è maggiore. La chiesa è casa della comunità ed espressione di identità: è un segno che, rinascendo sulle rovine, dà un messaggio di speranza. Le persone desiderano raccogliervisi: ma molte chiese, anche se non abbattute, sono state fortemente danneggiate e se non le ripariamo crolleranno. Per questo, per esempio, siamo intervenuti anzitutto sulla cattedrale di Nostra Signora della Pace a Homs e in diverse chiese di Aleppo».

La cui situazione dei luoghi su cui s’è accanita la violenza si riassume in queste cifre: su 300 parrocchie esistenti, 120 hanno subito distruzioni parziali o totali di almeno uno degli edifici di pertinenza (la chiesa, le scuole, gli asili nido, i locali comunitari); quasi seimila case di cittadini cristiani sono state distrutte o fortemente danneggiate. Tra gli edifici comunitari colpiti si segnalano la chiesa di Santa Maria (Mart Maryam) nel villaggio di Tel Nasri (a nordest del Paese); ad Aleppo, la chiesa armena apostolica dei Quaranta Martiri, il cimitero greco ortodosso del Monte Sayda, il cui recupero è cominciato nel 2017, la cattedrale melchita della Dormizione della Vergine, la cattedrale maronita di S. Elia, la chiesa cattolica di S. Assia che è tra le più antiche della città (risale al XVI secolo), il monastero gesuita di Deir Vartan, che fu colpito nel 2012; a Homs la cattedrale dello Spirito Santo e l’adiacente episcopio, la cattedrale ortodossa di Santa Maria della Cintura, che fu eretta nel centro storico della città sopra i resti di una chiesa risalente al primo secolo, nella quale era venerato il brandello di una cintura che si riteneva fosse appartenuta alla Vergine. Sono solo alcuni esempi.

La Siria è stata per eccellenza territorio cristiano. «Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani» è scritto negli Atti degli apostoli (At 11, 26), perché in quella città, che era siriana (oggi è in territorio turco), predicarono Pietro e Paolo. In Siria furono probabilmente scritti i vangeli di Matteo e di Luca. A Damasco si trova la tomba di Giovanni Battista. E ora proprio questa terra corre il rischio di essere strappata al cristianesimo. Ma nella misura in cui la sua ricostruzione sarà occasione per ritrovare un senso di solidarietà, potrà invece essere esempio di pacifica convivenza. Il che peraltro la Siria è stata a lungo nella storia, almeno sino alla rivoluzione del 2011.

«Oggi si sta ritrovando una certa collaborazione anche con esponenti islamici – dice padre Halemba – per esempio tra Croce rossa e Mezzaluna rossa. Nelle zone a prevalenza cristiana gli organismi di soccorso assistono anche le famiglie musulmane e lo stesso fa la Mezzaluna rossa per le famiglie cristiane dove queste sono in minoranza. Ma se prima della guerra la convivenza era un’abitudine, gli anni di violenza hanno generato atteggiamenti diversi: il sospetto e l’ostilità sono ora più diffusi. E i cristiani hanno difficoltà particolari, perché la religione li induce al perdono, mentre le altre fedi diffuse nella zona mediorientale privilegiano la ricerca della vendetta: accettano infatti il principio 'occhio per occhio'. Bisogna ricostruire la cultura dello stare assieme».

La comunità cristiane sono tutte impegnate in quest’opera: «Nella situazione di distruttivo terrore – ha detto monsignor Elias Adass, della chiesa maronita di Nostra Signora di Montligeon, in Aleppo – c’è una sola risposta possibile: la Resurrezione. Come Gesù Cristo ha rinnovato quel che era stato distrutto, a noi spetta di gettare nuove fondamenta per ricostruire la vita cristiana».

«Ma – chiosa padre Halemba – anche l’Europa dovrebbe fare la sua parte. E con energia: per imporre la pace. Pensate a bambini cresciuti nella paura, resi orfani dalla violenza. Sarebbe bello che nel corso dell’Avvento si accendessero per loro, settimana per settimana, candele di speranza. La pace è il bene più prezioso. Gli europei possono fare molto per la Siria: purché non guardino dall’altra parte».