Opinioni

Salari e responsabilità d'impresa. Quali argini all'inflazione

Francesco Riccardi giovedì 1 giugno 2023

L’inflazione alta è simile a un’alluvione. II rincaro dei prezzi come l’acqua esonda e travolge tutto. Soprattutto quando a tracimare sono i costi delle materie prime e dell’energia. Dopo, si fatica a togliere lo strato di fango che si è depositato. Così capita ai prezzi al consumo: non ritornano quasi mai ai livelli precedenti, mantengono uno zoccolo duro che abbassa per sempre il potere d’acquisto dei cittadini-consumatori. Tanto più se l’acqua montante non ha fatto galleggiare tutto e i salari sono rimasti inchiodati al terreno, finendo sommersi.

È ciò che è accaduto nel nostro Paese, con gli stipendi che solo nell’ultimo anno hanno perso il 6,2% di valore reale, come saldo tra una crescita media del 2,6% ottenuto con i rinnovi contrattuali e un’inflazione dell’8,8%, dicono i calcoli sui dati Istat. Un valore negativo che si aggiunge a quello registrato dall’Organizzazione internazionale del lavoro, secondo cui dal 2007 al 2022 i salari reali in Italia sono calati del 12% complessivo. Il risultato peggiore fra i Paesi del G20. Perdite di potere d’acquisto che si stratificano l’una sull’altra. E si intersecano con un Pil pro capite che lo scorso anno è arrivato a poco più di 32.400 euro, ancora inferiore agli oltre 33.000 del 2005. Insomma, il Paese cresce poco e male.

I dati comunicati ieri – l’inflazione in lieve discesa al 7,6%, il Pil che si incrementa dell’1,9% in termini tendenziali – rasserenano poco un quadro che resta preoccupante per buona parte della popolazione. Lo ha riconosciuto ieri lo stesso Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco: l’inflazione core, quella centrale, «si mantiene elevata». Chiedendo – nelle sue Considerazioni, davvero finali quest’anno – ai sindacati di «non guardare al passato» nella contrattazione per non innescare una vana rincorsa prezzi-salari e, alle imprese, di trasmettere ai prezzi finali dei beni le riduzioni dei costi dell’energia. Spendendosi, infine, per l’adozione anche nel nostro Paese del salario minimo legale. Su questo il governo è decisamente contrario e la maggior parte delle organizzazioni sindacali sono critiche per il rischio che il livello minimo divenga poi il trattamento generalizzato per molti lavoratori. In effetti, la contrattazione collettiva rimane la modalità migliore per tutelare i dipendenti, ma potrebbe essere utile avviare una sperimentazione di salario minimo legale limitata ad alcune fasce deboli, attualmente senza copertura contrattuale. Ad essere centrale in questa fase, però, è il fronte delle aziende. Il livello dei profitti, tanto nell’industria quanto soprattutto nei servizi finanziari, in questi anni non è calato come il potere d’acquisto dei dipendenti, anzi. La Bce da ultimo ha parlato addirittura di «inflazione da profitti» per come le aziende hanno “scaricato” sui consumatori gli aumenti dei costi dell’energia, a volte anche cavalcandoli e gonfiandoli.

Sono le imprese, dunque, ad essere chiamate oggi a un duplice atto di responsabilità. Da un lato liberare il terreno dallo “zoccolo duro” dell’incremento dei prezzi e, dall’altro, assicurare con un rapido rinnovo dei contratti collettivi adeguati aumenti salari e premi una tantum, permettendo così almeno un parziale recupero del potere d’acquisto delle famiglie.

In questa partita il governo può giocare un ruolo fondamentale. La premier Meloni ha in maniera intelligente riaperto il confronto con le parti sociali. Mettendo subito al centro, oltre alle riforme del Fisco e della Previdenza, la crescita dei prezzi e il calo del potere d’acquisto, creando un apposito Osservatorio a Palazzo Chigi. Si vedrà presto se si tratta di un’azione meramente dimostrativa o di un impegno concreto. Ma, di fatto, il tema della Politica dei redditi dopo decenni di oblìo è tornato sul tavolo al massimo livello governativo. Alla lunga, le pur utili decontribuzioni e riduzioni del cuneo fiscale non possono supplire a tutto. Per i contraccolpi che determinano su deficit e debito e perché i costi alla fine si scaricano comunque su quella porzione di contribuenti, segnatamente i lavoratori dipendenti, che sostengono il sistema pagando la gran parte dell’Irpef. Giorgia Meloni difficilmente avrà la forza di Carlo Azeglio Ciampi, in grado di convincere imprese e sindacati tutti a firmare quel Patto fondamentale che salvò l’Italia nel complicato 1993. Ma con una riforma fiscale attenta più ai redditi medio-bassi che non a quelli alti e, appunto, una Politica dei redditi che salvaguardi salari e potere d’acquisto delle famiglie, può togliere alibi a molti. E tornare a far crescere il Paese con minori diseguaglianze.