Opinioni

La clamorosa assenza di donne nel Csm. Oltre le quote rosa Il nodo è la procedura

Marco Olivetti mercoledì 25 luglio 2018

La scorsa settimana si è verificato un evento piuttosto singolare: il Parlamento si è trovato a eleggere contemporaneamente i membri "laici" del Consiglio superiore della Magistratura e degli organi di autogoverno delle magistrature speciali (Corte dei Conti, Giustizia amministrativa e tributaria) e ha eletto a tali cariche 21 uomini su 21, il che vuol dire 0 donne su 21. La scelta ha generato la protesta di un nutrito gruppo di professoresse di diritto costituzionale, che hanno scritto una lettera ai Presidenti delle due Camere, ricordando loro che la promozione della parità di uomini e donne nell'accesso agli uffici pubblici è un principio costituzionale (aggiunto alla Carta con alcune riforme del 2001 e del 2002). Il presidente della Repubblica Mattarella ha ricordato alla classe politica che il mondo non è composto solo dal genere maschile.

La vicenda, però, rischia di passare inosservata: i partiti sono troppo contenti di aver trovato un accordo blindato per eleggere i membri laici degli organi di autogoverno delle magistrature e anche un giudice costituzionale, coprendo una carica vacante da oltre un anno. E l’accordo è stato blindato al cento per cento: nessuna forza politica rilevante ne è rimasta fuori. La questione, tuttavia, merita qualche riflessione. Alla condizione però di collocarla nella giusta prospettiva: anche chi creda che le quote (di genere e di altro tipo, con esclusione di quelle per portatori di handicap) siano un corpus estraneo nel costituzionalismo contemporaneo, e in particolare in quello italiano, non può non restare perplesso davanti a questo en plein maschile, che, comunque lo si giudichi, costituisce ormai un fatto insolito nei nostri tempi, anche in Italia.

Possono al riguardo formularsi due osservazioni. Le quote (in questo caso di genere) – vale a dire quei meccanismi giuridici che riservano una percentuale minima di posti a soggetti appartenenti a determinate categorie per l’accesso a cariche pubbliche, elettive o meno, o ad altre posizioni particolarmente ambite (ad esempio, università prestigiose) – sono un meccanismo molto diffuso, ma superficiale e ingiusto. Superficiale perché mira a realizzare una uguaglianza per categorie (donne/uomini, in questo caso), dimenticando le infinite altre disuguaglianze che attraversano le società post-industriali e passando sopra la dimensione individuale e concreta delle disuguaglianze stesse.

Molte donne – anche molte costituzionaliste italiane – appartengono a categorie sociali privilegiate. Per limitarsi a esempi concreti, le docenti universitarie che sono figlie di professori universitari non sono certo state svantaggiate nella carriera (come del resto è accaduto ai maschi che si trovano nella medesima situazioni); altre godono (o godevano) di condizioni sociali, economiche e familiari di partenza che le hanno privilegiate rispetto a loro colleghi e colleghe che magari erano figli/e di idraulici o di operatori ecologici. Altre ancora sono pure madri, e questo ha imposto loro svantaggi sul lavoro rispetto ai colleghi, dati gli obblighi che la maternità comporta, sempre più incisivi in fatto rispetto alla paternità, ma questo non vale per tutte: cosa svantaggia oggi una donna single di buona famiglia rispetto a un uomo di ceto medio-basso con prole?

Insomma, la logica delle quote è una logica parziale: essa introduce eccezioni al principio di eguaglianza e lo fa considerando (e anzi assolutizzando) una specifica (e per giunta solo eventuale) causa di diseguaglianza, derivante dal genere. La sua applicazione in concreto può essere – e spesso effettivamente è – ingiusta. Alcuni studi americani hanno dimostrato che per lo più le quote – non solo quelle di genere – avvantaggiano soggetti che, all’interno di categorie svantaggiate, si trovano in posizione di vantaggio: l’ex presidente Obama, ammesso a studiare ad Harvard grazie alle quote, ne è un buon esempio. Ha fruito delle agevolazioni per neri (categoria svantaggiata, perché a lungo oppressa e poi discriminata), ma in realtà era stato educato in una famiglia della piccola borghesia bianca e anche la sua ascendenza razziale non aveva nulla a che fare con l’eredità della schiavitù e della segregazione, dato che il padre era un keniano che era andato a studiare negli Stati Uniti. Su tutto ciò del resto esiste un dibattito enorme, ben noto ai più.

Detto tutto ciò, occorre riconoscere che il problema esiste comunque: il 21 a 0 è davvero un po’ troppo, quote o non quote. Qualcosa non funziona nelle tecniche usate dai partiti per selezionare i titolari di cariche di garanzia. Ma forse il problema non è solo di quote. Le procedure di scelta per questi e altri incarichi sono del tutto opache. Nessuna trasparenza. Nessuna procedura per una previa manifestazione di interesse. Nessuna analisi dei curricula (i 5stelle l’avevano rivendicata fino a quando erano esclusi dal gioco, ma poi hanno preferito le rassicuranti logiche del Manuale Cencelli). Nessuna audizione preventiva, per esempio, davanti a una Commissione parlamentare, magari per sapere come un giudice costituzionale o un membro del Csm pensa di svolgere le sue funzioni.

Nessun controllo dei requisiti (solo quelli formalmente richiesti sono controllati in sede di verifica dei poteri). Le colleghe che hanno protestato per il sorprendente 21 a 0 hanno puntato giustamente il dito per denunciare scelte poco opportune. Ma forse occorre allargare lo sguardo e farsi qualche domanda da costituzionalisti. Vale a dire c’è da chiedersi se le procedure per la preposizione agli organi di garanzia assicurino quel minimo di trasparenza che un ordinamento democratico richiede e che in fondo dovrebbe essere una delle ragioni dell’attribuzione al Parlamento della scelta dei membri laici degli organi di autogoverno della magistratura ordinaria e di quelle speciali, così come di altre autorità indipendenti.
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