Opinioni

I conti non tornano. «Manovra del popolo» col popolo parte lesa

Flavio Felice e Fabio G. Angelini martedì 2 ottobre 2018

Che il Paese fosse lacerato da profonde divisioni come quelle tra Nord e Sud o tra chi innova e compete sui mercati globali e chi è invece inchiodato al nodo della produttività, lo si era compreso subito dopo il 4 marzo. Il Governo gialloverde si era presentato come l’incontro e il compromesso tra alcune forti minoranze, avversarie sino al giorno prima e tutte ugualmente insufficienti a garantire in autonomia (M5s) o con i propri alleati storici (Lega) una maggioranza parlamentare. Non sorprende tanto che la politica economica del Governo Conte-Di Maio-Salvini sia la fotografia di queste spaccature, quanto la pretesa di sfuggire al compito di fare sintesi, spacciando la manovra che si annuncia come la «Finanziaria del popolo».

Fare sintesi presupporrebbe scelte che diano risposte ad almeno tre diverse categorie di interlocutori. Nella prima abbiamo chi non cerca, non trova o ha perso il lavoro e reclama giustamente solidarietà. Nella seconda chi si è già adeguato al nuovo contesto competitivo, investendo in tecnologia, formazione e internazionalizzazione, che richiede stabilità e sgravi fiscali per investimenti. Nella terza c’è quel tessuto produttivo che, da Nord a Sud, arranca di fronte alla pressione competitiva dei mercati e che, non facendo innovazione tecnologica e non potendo contare su svalutazioni monetarie, finisce per scaricare i costi della concorrenza sul lavoro, alimentando così la platea di coloro che richiedono solidarietà.

La scelta di portare il deficit al 2,4% è il risultato dell’abbraccio mortale tra gli interessi della prima e della terza categoria a scapito della seconda. Se reddito di cittadinanza e flat tax per le piccole partite Iva forniscono immediate risposte in termini di solidarietà e di riduzione del carico fiscale per alcuni lavoratori e disoccupati, la vera ipoteca del Governo è quella di un eventuale strappo con l’Europa che, se dovesse metterci fuori dalla moneta unica, condurrebbe a una svalutazione monetaria pari ad almeno il 35%.

Si tratta di una strategia di politica economica che alimenta le asimmetrie informative tra politica ed elettori e riduce il benessere complessivo, perché si delinea una manovra inefficiente dal punto di vista allocativo delle risorse e, nello stesso tempo, incapace di innescare quegli elementi di equità sociale necessari per la crescita del Paese. Da un lato, è una (quasi) maggioranza a imporre i costi sulla minoranza; dall’altro, si generano distorsioni che si traducono in nuove rendite, possibile sperpero del denaro di tutti e inefficienza dei processi decisionali pubblici. Il risultato paradossale è che a subire i costi della «Finanziaria del popolo» potrà essere una parte significativa di quello stesso popolo. Non un’élite di privilegiati, ma famiglie e imprese che sono riuscite a trovare risposte alle sfide della globalizzazione e alla crisi finanziaria. Senza contare le future generazioni, sulle cui spalle peserà il nostro debito e alle quali regaleremo un Paese certamente più povero, più 'estrattivo' e meno inclusivo.

Per questa ragione, sotto il profilo teorico, assume un significato sinistro l’affermazione del vicepremier Luigi Di Maio, il quale ha definito la manovra come la «Finanziaria del popolo». Un salto di qualità nella retorica populistica che identifica nell’operato di una maggioranza di governo la 'volontà generale'; l’indiscutibile e incorruttibile volontà di un tutto omogeneo e indistinto corpo politico che viene chiamato «popolo»: unum corpus mysticum. A questo punto si pongono almeno due problemi. Il primo riguarda l’identificazione stessa di una parte del corpo elettorale con il «popolo» nel suo complesso. Una nozione vischiosa, quella di popolo, che assume un carattere olistico, declinabile in termini collettivistici, qualora si perda il suo autentico peso specifico che è dato dalla pluralità dei soggetti individuali e comunitari che lo compongono. La centralità della persona, la sua dignità che trascende il dato contingente, non ammette la reificazione di alcun concetto collettivo: esistono solo persone, perché solo la persona pensa, piange, gioisce e agisce.

In secondo luogo, la presunzione di rappresentare unitariamente il popolo tradisce la pretesa di rispondere alla domanda platonica su chi abbia il diritto di governare, ponendo se stessi come i legittimi detentori del quid del comando. Sappiamo come Karl Popper rispose, affermando che, con quella domanda, Platone finì per inquinare l’intera teoria politica dell’Occidente. La domanda che invece rileva l’essenza del problema politico, sostiene Popper, in perfetta sintonia con Luigi Sturzo, è «come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?».

Purtroppo, si annuncia una manovra solo pretenziosamente «del popolo», e che vede il potere governante piegare precisi vincoli costituzionali a proprio uso e consumo e ricorrere all’illusione fiscale per alimentare il consenso anche a costo di pregiudicare gli interessi finanziari della collettività. Se è vero che la Costituzione non impone una determinata politica economica, è altrettanto vero che essa pone vincoli procedurali il cui rispetto è condizione per l’efficienza dei processi decisionali pubblici. Sotto questo profilo, la manovra presenta gravi profili di incostituzionalità e segna una grave violazione delle garanzie poste dagli artt. 53, 81 e 97 e dei connessi princìpi di destinazione a fini pubblici dei tributi e di correttezza dei criteri di gestione delle risorse pubbliche, i cui vincoli al potere politico sono espressione della sovranità popolare: la principale parte lesa, insistiamo, della «finanziaria del popolo».

Centro studi e ricerche Tocqueville-Acton