Opinioni

La morte di Sandra Mondaini . La fatica felice dell’amore

Mirella Poggialini mercoledì 22 settembre 2010
Adesso sono insieme, come lei sperava fra le lacrime, ai funerali di Raimondo, che «l’aveva lasciata sola». Sandra Mondaini ha raggiunto il marito come per un affettuoso appuntamento, dopo quarantotto anni di un matrimonio che si è proposto in teatro e in tv come paradigma di un’unione forte e complice: un matrimonio che anche sullo schermo appariva saldo e ricco, pur fra i contrasti e i bisticci di sceneggiature che ricalcavano con efficacia i caratteri dei due interpreti. Un matrimonio che ha creato una famiglia con una generosa adozione, quella di un’altra famiglia con la quale convivere in solidale scambio, che ha fatto sorridere e anche ridere, per la grande capacità di coinvolgimento che Sandra e Raimondo sapevano esprimere nel loro lavoro, vita parallela a quella privata che li ha uniti per decenni in un’infinità di proposte divertenti e intelligenti – non sempre i due aggettivi vanno di pari passo – che hanno fatto da specchio alla quotidianità di tanti. E ora che anche Sandra se n’è andata si ha l’impressione – che le programmazioni tv rinsaldano, purtroppo – che di matrimonio si offrano, nel grande teatro televisivo, soltanto immagini frammentarie, incapaci di quella durata e di quella saldezza che Sandra e Raimondo (ognuno a suo modo, ognuno con il suo carattere e caratterino) hanno raccontato con semplicità amichevole e spontaneità vivace. Vederli insieme nelle conferenze stampa, nelle presentazioni che via via offrivano del loro ingentissimo lavoro in tv, era una sorta di spettacolo a sé, proprio perché non era spettacolo, ma spontaneità di gesti non studiati ma anzi limitati al massimo con sobrio pudore. Un tocco della mano, un gesto gentile, un’occhiata veloce, un mezzo sorriso parallelo: erano insieme anche nella consentaneità dei gesti e dei modi, pur se ben inseriti nei loro personaggi e nella loro forte autonomia. «Che barba!», direbbe ora Sandra, con il suo celebre intercalare: pronta tuttavia a indicare quella che per lei e per tante sue coetanee era la normalità della vita, e che ora le più giovani affrontano con incertezze e confusioni. Un «matrimonio per sempre», quello giurato all’altare ma insidiato ormai da mille pericoli e fraintendimenti. Un matrimonio «in salute e in malattia, finché la morte non ci separi» che per i due è stato una ricchezza da conquistare e da rafforzare ogni giorno, con affetto ma anche con volontà di conciliazione e di fedeltà. La fatica felice dell’amore, si potrebbe sintetizzare: che ha dimostrato di resistere e di opporsi alle inevitabili crisi e alle difficoltà della vita. I lunghi anni nei quali Raimondo e Sandra, minati dalla malattia ma comunque vicini in un rapporto di comprensione e di reciproco aiuto sono stati, forse, il loro capolavoro: nel quale hanno coinvolto la famiglia di collaboratori che sono stati loro vicini, perché il bene conduce al bene. L’avevamo vista tanto affranta e spezzata, nelle trasmissioni che cinque mesi fa avevano seguito il rito funebre di Vianello, da cogliere il senso di un’unità che non accettava separazione, di una vicinanza tanto necessaria da non poter esser distrutta: e in tanti hanno tremato per lei.Ora Sandra è tornata a casa, potremmo dire, e la pena per la sua dipartita diventa in qualche modo, paradossalmente, un sospiro di sollievo, la conferma di una realtà che tanti avevano intuito. Segno di una morte che non separa ma unisce, della fede in un’esistenza che si trasforma ma non finisce, testimonianza commovente di un addio che è anche un arrivederci. Non l’ha lasciata sola, Raimondo: ora Sandra l’ha ritrovato, per  sorridere e battibeccare con lui in felice eternità.