Opinioni

I 140 anni di Roma capitale/2. La dimensione universale forza da valorizzare

Marco Impagliazzo martedì 21 settembre 2010
Da 140 anni Roma è la capitale d’Italia. Il 20 settembre 1870 le truppe del giovane Regno d’Italia conquistavano la città, togliendo al Papa l’ultimo scampolo di dominio temporale e aprendo la grande questione risorgimentale delle "due Rome": la capitale laica e la capitale del cattolicesimo. Occorsero quasi sessant’anni per trovare una soluzione alla "questione romana". Con i Patti del Laterano del 1929 Mussolini poté ascrivere all’attivo della sua politica la conclusione dell’ultima grande questione risorgimentale rimasta aperta, quella che opponeva il Regno d’Italia alla Chiesa cattolica. Prima di allora, la Santa Sede non aveva mai accettato che lo Stato italiano legiferasse su materie inerenti il suo statuto. Con gli Accordi del 1929 otteneva soddisfazione: si riconosceva l’esistenza di uno Stato vaticano dentro Roma, e tale riconoscimento avveniva, su base pattizia, tra due soggetti internazionali, come la Santa Sede desiderava. Dal 1929 nel cuore di Roma esiste lo Stato della Città del Vaticano (che lo scorso anno ha festeggiato i suoi 80 anni). Restava aperto il problema concreto di come due capitali potessero convivere nella stessa città. Nei decenni successivi tale questione è stata affrontata in maniere diverse. Il periodo più drammatico furono i nove mesi dell’occupazione nazista di Roma nel 1943-44. Dopo 140 anni il presidente della Repubblica e il segretario di Stato vaticano sono stati per la prima volta fianco a fianco per commemorare il 20 settembre. È un segno chiaro della forza evocativa di Roma, capitale dello Stato italiano e sede del Papato. Roma non è mai stata una città "normale", ma ha avuto parecchi profili: impero, idea di civiltà, contenitore sempre meno abitato nella decadenza medievale, sede del successore di Pietro e crocevia di visioni e di arte, sogno conteso della nuova Italia, capitale di un regno laico (e a volte anticlericale) e piccola capitale dell’orbe cattolico, scenario simbolico del fascismo, capitale repubblicana e "città sacra". Roma rifiuta ogni banalizzazione. In questo senso è già paradossalmente e precocemente postmoderna. Tale eccezionalità viene oggi sancita per legge dello Stato: Roma si riqualifica come capitale con uno statuto più forte a livello nazionale, divenendo altro e più rispetto al "Comune di Roma" cui siamo abituati. La Chiesa resta un referente cruciale nella vita sociale della città, mentre la figura del Papa rimane centrale nella opinione pubblica. Il XX secolo si preannunziava ai suoi inizi laico e secolarizzato, mentre la Chiesa sperimentava proprio a Roma grandi difficoltà. Oggi si sente meno estranea, ma gli abitanti dell’Urbe sono meno praticanti di ieri. Dopo aver vestito per 140 anni gli abiti di capitale d’Italia, Roma non ha relegato il Papa a presenza marginale, e i cattolici che vivono attivamente la propria fede compongono un tessuto significativo. La città ha un carattere evocativo per i cattolici e i cristiani del mondo intero, come ha mostrato il grande Giubileo del 2000. La presenza della Chiesa la rende diversa dalle grandi capitali europee, come Londra, Berlino, Parigi. Roma insomma, resta una capitale religiosa. Ma questo aspetto è vissuto in maniera originale anche rispetto alle altre "città sacre" del mondo contemporaneo, come Gerusalemme, La Mecca o Varanasi. L’essere una capitale religiosa (con una parte della sua gente compenetrata in questa religiosità) ne fa una città diversa dalle medie capitali d’Europa. Roma ha (e deve riscoprire) una sua vocazione universale: fa parte dei suoi cromosomi. Ma anche chi la governa e chi ci vive deve riscoprire questa dimensione. Molti stranieri lo hanno capito forse meglio di noi romani. Lo storico tedesco Mommsen che nell’Ottocento notava come «non si sta a Roma senza propositi universali».Le attese che genera nel mondo non permettono arroccamenti e visioni provinciali. Così anche la parola "accoglienza" è scritta nel carattere profondo della città. Tanto che un grande straniero, vescovo dell’Urbe, il polacco Karol Wojtyla, le attribuiva una vocazione ambiziosa invertendone, come egli usava fare, il nome, e chiamandola Amor.