Opinioni

Strappo in Veneto. Il suicidio assistito non fa parte del servizio sanitario nazionale

Giuseppe Anzani mercoledì 26 luglio 2023

Gloria si è data la morte, con la premurosa assistenza dei soci Coscioni, e con il farmaco-veleno gentilmente concesso dalla Asl insieme alla macchina per metterselo in corpo. È la seconda volta che si celebra sotto i riflettori un suicidio assistito, dopo la vicenda marchigiana di Mario; ma è la prima volta che il veleno e la strumentazione sono forniti dalla pubblica amministrazione. Qualcosa non va. Dicono che è stata la Corte costituzionale a sdoganare il suicidio assistito, con la sentenza n. 242 del 2019. Ma con qualche precisazione. Voler morire per decisione di non più curarsi (se mai intorno a te una cura di poco cuore non ti tiene più in cuore la voglia di vivere) è cosa che ti può tentare senza bisogno che attorno a te si agitino i soci Coscioni e le sentenze. Per la legge 219 del 2017 e per la Costituzione le cure sono volontarie. Dire basta è una scelta del paziente.

Si capisce che è anche una scelta etica, di personale discernimento, e che può essere buona o cattiva; e che va affrontata promuovendo «ogni azione di sostegno al paziente medesimo, anche avvalendosi dei servizi di assistenza psicologica», come dice la legge. Ma infine, la decisione è sua e può essere il caso che accettare la fine sia il nunc dimittis di chi dice eccomi. Il suicidio è altra cosa. Il suicidio è darsi morte prima che la morte si presenti a prenderti. Così secondo la dottrina Coscioni si è «liberi fino alla fine»; beffare la morte, sottrarle la sua preda, facendogliela trovare già morta quando lei pretende di fermare la clessidra. Spezzata prima… Morire tocca a tutti, e ogni morte è un lutto sociale.

Il suicidio è invece una ferita sociale, e ogni civile ordinamento ne contiene la riprovazione. Chi istiga al suicidio è un criminale. Anche chi senza istigare aiuta il suicidio compie l’eguale delitto, a meno che. A meno che, ecco lo spiraglio legale per chi «agevola l 'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli ». Il nocciolo è dunque che aiutare l’esecuzione di quel proposito in quelle circostanze non viene punito.

Da nessuna parte è scritto che sia buona cosa; anzi è scritto esattamente il contrario, quando la Corte rammenta che lo scopo della norma è «di tutelare le persone che attraversano difficoltà e sofferenze». Ci si muove dunque nel solco di una stretta eccezione. Per questo è necessario un passaggio istituzionale, autorevole, pubblico, che non lasci incertezze sulla patologia, sulla irreversibilità, sulle condizioni tutte elencate, e sul punto delicatissimo della libertà e consapevolezza della decisione. Non c’è scritto invece che il suicidio debba far parte del servizio sanitario nazionale. Neanche in Svizzera dove l’aiuto al suicidio “senza motivi egoistici” è praticato da privati che si fanno pagare salato, e nessuno si sogna di farne un servizio federale. Ora da noi sembra che si vada inserendo per la prima volta nei livelli di assistenza la “terapia suicidiaria”. Così non serve più la colletta che i soci Coscioni fecero per Mario, se paga la Regione.

Ora il costo è forse l’ultimo e più miserabile problema della stortura intrapresa con l’iniziativa non più di tipo diagnostico, ma interventista, della ASL. Forse il traguardo che i sostenitori di queste vicende si prefiggono è la futura libera scelta della morte a comando, se dagli slogan traspare un’umiliante svalutazione di che cosa significa curare, prendersi cura, fino alle cure palliative, fino all’accompagnamento finale. Con uno spirito che ancora riusciamo a chiamare col nome amore.