Opinioni

No a promesse irrealistiche. Il debito, frana incombente. Meglio evitare equilibrismi

Benedetto Gui giovedì 8 febbraio 2018

(Ansa)

La grande massa franosa incombe sul Paese, ma è meglio non parlarne. Quasi 2.300 miliardi di debito pubblico non sono una bazzecola. A testa fa quasi 40mila euro, come a dire che a una famiglia di 4 persone ne toccherebbero più di 150mila. Nel 2016 per pagare gli interessi di questo debito lo Stato italiano ha speso 66 miliardi, il 4% del Pil. La prima domanda è se continuare in questo modo sia desiderabile. Non direi proprio. Quella spesa per interessi ha assorbito praticamente la stessa cifra che il Paese ha destinato all’istruzione. Fin troppo facile pensare che se gli interessi pesassero due punti percentuali di Pil in meno, come in Francia, lo Stato italiano avrebbe potuto permettersi il lusso, come in Francia, di spendere in istruzione non il 4% ma il 5,7% del Pil, e questo senza peggiorare i conti pubblici, anzi migliorandoli un po’. Oppure avrebbe potuto spendere di più in sanità, cosa non meno importante. Oppure, avrebbe potuto ridurre di un terzo il peso dell’Iva. Insomma, quel fiotto di miliardi che dobbiamo pagare in interessi ogni anno è un salasso periodico debilitante che dovremmo trovare tutti i modi per alleggerire.

La seconda domanda è: qualora volessimo comunque continuare in questo modo, sarebbe possibile. Forse anche sì, se la congiunzione degli astri fosse favorevole, e a lungo. Se il Pil crescesse di quei due punticini percentuali l’anno, se i tassi di interesse dell’Eurozona continuassero a restare straordinariamente bassi come negli ultimi anni, se la Banca centrale europea (Bce) persistesse nel comprare palate di debito pubblico dei Paesi dell’Unione (come ha fatto ultimamente) e, infine, se i grandi operatori finanziari seguitassero a pensare che il rischio di comprare il debito pubblico italiano è piccolo; insomma, se tutte queste condizioni si verificassero, allora sì si riuscirebbe, nel bene e nel male, ad andare avanti così e la massa franosa se ne resterebbe buona buona lassù.

E se invece... Ahi ahi ahi! Basterebbe un ritorno della politica monetaria della Bce verso la normalità per far alzare tutti i tassi di interesse di almeno due punti, il che porterebbe quei 66 miliardi di interessi a diventare 110! E se cambiassero i sentiments dei mercati finanziari? Oggi la nostra minore credibilità rispetto, ad esempio, alla Francia ci costa solo un punto percentuale in più di tasso di interesse, ossia 22 miliardi (sul suo debito pubblico, infatti, la Francia paga interessi del 2% mentre a noi i mercati chiedono il 3%). Ma, se cambiasse il vento, da 1 punto percentuale di differenza si potrebbe facilmente passare a 4, o anche di più. Prova ne sia l’impennata del famigerato spread (che è proprio la maggiorazione sui tassi che si pretende dai debitori meno affidabili) nel novembre del 2011 per l’Italia era arrivato a 574 'punti base' (quasi 6 punti percentuali, mentre per la Francia era attorno ai 2 punti percentuali). Se un tale stato cose si ripetesse e proseguisse nel tempo la frana non la fermerebbe più nessuno. O, meglio, potrebbe fermarsi dopo aver travolto mezzo Paese, come è successo alla Grecia in quegli anni, con conseguenze tuttora pesantissime. Una storia, quella della Grecia, che è stata anche costellata di errori, ma che ci insegna che formule miracolose di risoluzione delle crisi non esistono. Quando un equilibrista si è già sporto nel vuoto fino al limite, per farlo precipitare basta un nonnulla, che so io, una tortora di passaggio che decida di riposarsi sull’asta che lo sostiene. Ma un’intera comunità nazionale non può fare altrettanto, neanche se c’è una campagna elettorale. Eppure abbondano le promesse di maggiori trasferimenti dallo Stato ai cittadini (innalzamento o anticipazione delle pensioni, o ulteriori forme di integrazione di reddito per le categorie meno abbienti), per non parlare delle promesse di riduzioni di imposte. Certo che di per sé sarebbero desiderabili, come nella metafora della frana nell’immediato è desiderabile continuare ad estrarre pietra da costruzione dalla parete rocciosa, la più comoda da raggiungere, che sostiene la massa di materiale instabile. Ma non è onesto non parlare delle conseguenze.

Il presunto effetto toccasana dei tagli di tasse o degli aumenti di spesa pubblica a debito ('il PIL e quindi le entrate fiscali cresceranno così tanto da mettere tutto a posto') nell’attuale situazione sovraesposta dell’Italia è irrealistico (prima che i benefici possano manifestarsi i tassi di interesse si impennerebbero). Al contrario, una riduzione del debito pubblico può dare un doppio beneficio: resteranno da pagare gli interessi su un ammontare minore, e il tasso di interesse sarà più basso perché ci considereranno meno rischiosi. È già successo quando fu presa la decisione di mettere a posto i conti per entrare nell’euro: mentre nel 1996 la spesa per interessi era pari a oltre l’11% (!) del PIL, nel 1999 era scesa sotto il 7%, merito di un calo dello spread da valori che oscillavano tra i 300 e i 400 punti base a poche decine di punti base: le misure di riduzione del deficit avevano convinto i mercati finanziari a tornare a fidarsi. Furono anni di sacrifici, ma sacrifici che si rivelarono molto produttivi. Il debito pubblico che nel 1996 era al 120% del PIL nel 1999 era già sceso a meno di 114% e negli anni successivi poté scendere ulteriormente (poi venne la tempesta del 2008 e, complice la scarsa credibilità del governo, il debito schizzò nuovamente in alto).

Oggi, ci suggerisce saggiamente Carlo Cottarelli (quello che, se ascoltato, avrebbe dovuto gestire la cosiddetta 'spending review' a partire dall’autunno 2013), non è necessario imporre drastiche misure di austerità, perché finalmente il rapporto debito/Pil inizia a dare segni di miglioramento; occorre però fermare la crescita della spesa, aiutandoci (ma senza troppe illusioni) anche con la dismissione di un po’ di patrimonio immobiliare pubblico.

Rimane allora poco spazio per la creatività e l’attivismo della politica? Al contrario, resta aperta una grande sfida, che non è fatta di colpi di scure destabilizzanti né di cordoni della borsa da mollare, ma di un lungo e attento lavoro di identificazione e decurtazione dei privilegi, di riassorbimento delle inefficienze, di contenimento dell’evasione, di riorientamento e razionalizzazione della spesa, accompagnato da un progressivo alleggerimento del prelievo fiscale che permetta ai cittadini di beneficiare anche in questo modo dei miglioramenti via via realizzati.

(3° intervento di una serie, che segue)

Gli altri articoli:

Leonardo Becchetti La verità sul Debito e un piano utile

Francesco Gesualdi, Debito, l'ora del coraggio