Opinioni

In fuga dalla dalla Libia in guerra, da un anno «in parcheggio». Giustizia per i profughi

Sandro Lagomarsini mercoledì 31 ottobre 2012
Per alcuni mesi, oberato di lavoro, ho perso il contatto con i miei 'parrocchiani africani', i profughi della Libia cui ho offerto assistenza nell’estate del 2011. Li incontro nuovamente in una città di mare della mia regione. Si sono radunati da vari centri e mi accolgono con la solita cordialità. Dico che farò sentire la loro voce, ma non vogliono comparire con i loro nomi.Passare oltre un anno da assistiti-sorvegliati, in quasi totale inattività e senza alcuna certezza di futuro, è per chiunque, ma specialmente per dei giovani dai 18 ai 25 anni, profondamente umiliante. Hanno atteso per mesi, pazientemente, l’incontro con le commissioni che esaminavano le loro richieste d’asilo. Ma per la gran parte di loro è stata una delusione. Hanno ottenuto un vero permesso di soggiorno quelli originari di Paesi in guerra (come i ragazzi del Mali), ma a nigeriani, ghanesi e molti altri la richiesta è stata respinta.Ora arriva una nuova minaccia: con il 31 dicembre 2012 tutti i centri di accoglienza chiuderanno. «Che sarà di noi?» domandano in coro i miei amici. Me lo domando anch’io: tutti in mezzo a una strada dal primo gennaio 2013? Tutti clandestini a partire da quella data? «Che dicono di noi i tuoi cristiani – mi chiede Michael (nome fittizio) – he dicono i tuoi colleghi preti cattolici?». Rispondo che l’appello fatto dal Papa a favore dei profughi è caduto nel vuoto e che il nostro Parlamento non ha mai accolto la richiesta avanzata da Giovanni Paolo II – in occasione del Giubileo 2000 – di un atto di clemenza a favore dei carcerati. «I cristiani che incontro – aggiunge Michael in italiano corrente – sanno dire solo "poverini!".Se poi cerco di spiegare a qualcuno la nostra difficile situazione, spesso mi rispondono: 'Ma che vuoi? Non ti basta un letto e da mangiare?'». Proviamo a rispolverare, a questo punto, vecchie ma valide considerazioni. L’Italia ha affrontato l’emergenza profughi dalla Libia con scarsa preparazione iniziale. Col tempo, molti errori sono stati corretti. È intervenuto poi il grande impegno del volontariato, che ancora continua. Questi giovani, che già conoscono un mestiere e l’hanno esercitato per anni in Libia, hanno avuto nell’ultimo anno (quasi sempre senza riscontro economico) significative esperienze di formazione professionale. La lingua italiana è ormai compresa da tutti, almeno quanto basta per superare l’esame proposto ai migranti. Sono noti alle questure, esaminati e schedati più volte. Hanno mantenuto, in condizioni a volte difficili, una buona condotta. Non sono quindi né degli sconosciuti, né degli inaffidabili. Perché dunque sciupare brutalmente questo impiego di energie e questo patrimonio di attenzioni che il popolo italiano ha investito in una gioventù intraprendente e coraggiosa, vera speranza dell’Africa?Non sarebbe opportuno un gesto unilaterale di accoglienza piena, estesa a tutti, attraverso un permesso di soggiorno sufficientemente prolungato? Nell’anno corrente non sono state stabilite quote regolari di immigrazione. Ebbene, queste poche migliaia di richieste d’asilo possono essere trasformate nel 2013 (anno di ripresa economica annunciata) in regolari richieste di permanenza lavorativa in Italia. Torniamo a ripeterlo: sarebbe il modo più giusto di risarcire questo 'danno collaterale' che la guerra in Libia – cui ha partecipato anche l’Italia – ha prodotto su gente che non aveva nessuna colpa. Costituirebbe, a mio parere, un precedente importante, una vera scelta di civiltà di cui onorarsi davanti al mondo.