Opinioni

il rating, le paure, la realtà. Giocatori non oracoli

Marco Girardo sabato 14 luglio 2012

​Dall’alto dei suoi dieci anni, Alice chiede alla mamma: «Cosa succede se crolla la Borsa?». Ne ha appena sentito parlare alla radio. Le domande dei bambini hanno una profondità inconsapevole pari almeno al loro candore. E sono spesso disarmanti.

La mamma di Alice, che di mestiere non fa il trader, risponde con la lucidità indotta dal buon senso: «Niente di così grave, vuol dire che il valore delle cose diminuisce». Arriva una replica degna del migliore Groucho Marx: «Anche quello degli Swarovski?». Che Alice in partenza per un campo in montagna sia curiosa o preoccupata per le intemperanze dei mercati è sintomatico di quanto il discorso sulla crisi abbia penetrato le abitudini quotidiane e, in qualche modo, l’inconscio collettivo. Una Grande Depressione, in fondo, è anche questo: contamina i sogni. Quella del 2011 è stata indubbiamente l’estate dello spread, tormentone che ha accompagnato i pensieri degli italiani per un anno, arrivando a noleggiare le metafore calcistiche dell’Europeo 2012. Dobbiamo prepararci allora a un altro agosto rovente?

Ci ha provato di nuovo un’agenzia di rating a surriscaldare il clima e, forse, a preoccupare ulteriormente la piccola Alice. Moody’s ha tagliato di due gradini il giudizio sulla solvibilità del debito italiano e, con buona probabilità, sarà presto imitata dalle altre due sorelle Fitch e S&P. Le agenzie di rating – questo Alice non lo sa – "armano" i mercati obbligazionari. I veri padroni dell’economia. È rimasta celebre una paradossale affermazione di James Carville, stratega elettorale di Clinton: «Ho sempre pensato che se ci fosse la reincarnazione, mi piacerebbe reincarnarmi nel presidente o in un grande campione di baseball. Ma adesso vorrei reincarnarmi nel mercato dei bond. Così farei veramente paura a tutti». Negli anni Ottanta l’economista Ed Yardeni aveva coniato l’espressione «bond vigilantes» per designare gli investitori che vendono in massa i titoli di Stato di un Paese facendone lievitare i costi. Da allora viviamo nell’«economia della paura». E gli spettri sono proprio i rating. Perché pesano tanto? Perché la maggior parte degli investitori istituzionali sono obbligati a tenerne conto. Anche quando sono sbagliati.

Il giudizio assegnato ieri da Moody’s al debito italiano, appena due gradini sopra il livello "spazzatura", è sembrato a molti autorevoli osservatori – Europa e governo italiano inclusi – decisamente eccessivo. L’Italia ha parecchi problemi, su tutti quello di non crescere e un enorme debito pubblico, ma si sta impegnando in un severo programma di riforme strutturali. Conserva inoltre evidenti aspetti di solidità: il basso indebitamento delle famiglie, un grande patrimonio dello Stato, un’ancora più grande ricchezza privata, un deficit pubblico in calo, una notevole potenza di fuoco manifatturiera che sostiene l’export nonché banche senza tossine. Le agenzie di rating, tuttavia, sembrano incapaci di valutare correttamente gli Swarovsky.

C’erano tutte le premesse, dunque, perché l’asta dei Btp a tre anni prevista ieri mattina, con la scure dell’ennesima bocciatura calata nella notte, finisse per mandare i rendimenti alle stelle. Non è andata così. E il "colpo di rating" si è rivelato – è già successo – sparato a salve: ammontare collocato appieno e tassi al 4,65% dal 5,30% dell’asta precedente. Certo, lo spread rimane pericolosamente alto, ma a questo punto, con tutta la prudenza necessaria quando le previsioni sconfinano nell’auspicio, l’affastellar di valigie potrebbe risultare comunque meno angoscioso dell’estate passata.

Per tre ragioni. Lo scorso anno, quello che oramai tutti abbiamo imparato a conoscere come il differenziale tra Btp e Bund aveva superato repentinamente i 400 punti. Dietro a quello scatto felino c’era tutta la potenza della speculazione. Un attacco in grande stile all’Italia, fatto in piena estate, come sovente accade. Oggi, anche per gli speculatori è sicuramente più complicato avere margini di guadagno così appetitosi, giacché l’esta-spread supera già quota 450. C’è poco da rosicchiare, insomma. Tendere la corda oltre i 500 punti significherebbe prefigurare il crac del debito italiano. Ma l’eventuale default potrebbe rivelarsi un boomerang anche per gli stessi speculatori: se salta l’Italia si fanno male tutti, proprio tutti, compresi i bond vigilantes.